“Troppe richieste salariali, per le imprese italiane il Vietnam non conviene più”

“Troppe richieste salariali, per le imprese italiane il Vietnam non conviene più”

HANOI – Dopo due anni di mancati incontri tra rappresentanti dei governi di Italia e Vietnam, il nuovo titolare della Farnesina, Giulio Terzi di Sant’Agata è passato da Hanoi per rilanciare un rapporto comunque solido, ma che potrebbe offrire maggiori opportunità alle imprese e al know-how del Bel Paese.

Il ‘Made in Italy’, infatti, avrebbe ampi margini di ingresso in un Paese in cui lo ‘stile italiano’ è molto apprezzato e soprattutto richiesto. Diversi fattori, però, tra cui la difficoltà della piccola e media impresa nostrana a varcare taluni confini, lungaggini burocratiche caratterizzate da una corruzione diffusa sul tessuto sociale di entrambe i Paesi, rendono ancora limitata la presenza italiana in Vietnam. Se nella speciale classifica sulla trasparenza l’Italia è al 67esimo posto con un punteggio di 3,7 dietro a Ghana, Samoa e Rwanda, il Vietnam è al 116 con un punteggio di 2,7, in compagnia di altri Stati africani e asiatici.

Anche nel 2011, pur non riuscendo a controllare un’inflazione che ha toccato quote superiori al 24%, la Repubblica Socialista del Vietnam ha registrato un tasso di crescita vicino al 6 per cento. Un traguardo al di sotto delle aspettative e inferiore alla media del 7%, archiviata tra il 1990 e il 2008. Dopo oltre venticinque anni dal lancio delle politiche di ‘rinnovamento’ (doi moi), il Paese est asiatico ha comunque raggiunto dei risultati che ne fanno un ‘case study’ a livello globale. Primo fra tutti l’abbassamento del numero di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà, ovvero con meno di un dollaro al giorno: passando dal 63% nel 1993 al 22% nel 2006.

Oggi il Vietnam, con un popolazione di quasi 90 milioni, di cui il 25% con meno di 15 anni e il 75 al di sotto dei trenta, è meta di grandi investimenti diretti esteri: oltre dieci miliardi di dollari solo nel 2011. L’Italia si colloca al trentaduesimo posto per valore delle licenze concesse, per un capitale che raggiunge quasi i 200 milioni di dollari. Soprattutto, il Vietnam è un importante centro manifatturiero: «una base per l’esportazione di prodotti finiti che importa dalla regione tecnologie, macchinari e beni intermedi ad alto valore aggiunto», come spiega a Linkiesta il Prof. Pietro Masina, docente presso il Dipartimento di Scienze Umane e Sociali dell’Università Orientale di Napoli e autore del volume ‘Vietnam’s development strategies’. 

In sostanza, «il Vietnam importa beni intermedi dal resto della regione ed esporta beni di consumo verso l’Occidente industrializzato e il Giappone», spiega Masina. Nel settore dell’abbigliamento, ad esempio, le imprese operanti in Vietnam–comprese numerose aziende italiane–si limitano alla cucitura dei capi importando macchinari e semilavorati, «producendo come terzisti per conto di grandi marchi internazionali o di mediatori coreani e/o taiwanesi». Un modello industriale che si basa sui bassi costi produttivi e che ricorda quanto accaduto e tuttora accade in Cina, con l’aggravante che la capacità tecnologica vietnamita ancora non raggiunge i livelli del vicino cinese.

«Abbiamo convenienza ad investire ancora in Vietnam, ma le richieste di aumento salariali registrate negli ultimi due anni, la mancanza di operai specializzati, una corruzione diffusa su più livelli e continue richieste ci hanno indotto a pensare di lasciare il Paese e puntare altrove. L’Africa è la nuova frontiera», ha commentato a Linkiesta un imprenditore italiano del settore tessile che ha preferito mantenere l’anonimato. Una testimonianza che sottolinea la mancanza di voler stabilire un rapporto lungo e duraturo. O meglio, che mette in evidenza le esigenze e le richieste dell’imprenditore globalizzato: basso costo del lavoro e del sistema produttivo, possibile grazie anche all’assenza di tutele e controlli sindacali all’interno delle fabbriche. Oltre al non rispetto da parte dei più, dei vincoli ambientali, non tanto per la mancanza di leggi, quanto di regolamentazioni e applicazione delle stesse. Il Vietnam dunque «è il Paese ideale per continuare ad operare senza i vincoli imposti in territorio europeo».

Ma il Vietnam è anche uno dei dieci Paesi membri dell’Associazione delle Nazioni del sudest asiatico, dal 2015 la più grande zona di libero scambio al mondo. È inseguendo questo obiettivo che ad esempio Piaggio ha deciso di investire in Est Asia. Il primo marzo, dopo cinque anni dalla posa della prima pietra dello stabilimento che sorge nel distretto industriale di Vin Phuc—a 40 km a nord di Hanoi—alla presenza del ministro Terzi, il presidente Roberto Colannino ha inaugurato il secondo stabilimento per la produzione di motori. Un investimento, quello del marchio italiano molto popolare in Vietnam, che si è già ampiamente ripagato e che sta trainando gli utili dell’intero gruppo di Pontedera, in attesa poi del lancio della Vespa in India che dovrebbe avvenire a maggio prossimo.

Oltre a Piaggio, hanno deciso di puntare in Vietnam con investimenti diretti gruppi come Medexport «consorzio di aziende farmaceutiche impegnato nello sviluppo di attività di internazionalizzazione”; Datalogic, gruppo bolognese che si dichiara «leader nel mercato dei lettori di codici a barre, di mobile computer per la raccolta dati, di sistemi a tecnologia Rfid», che nel 2009 ha inaugurato il primo stabilimento situato nell’High Tech Park di Ho Chi Minh City.

Nonostante la decisione di delocalizzare, «la presenza dell’impresa italiana in Vietnam, soprattutto se paragonata a quella di altri Paesi europei, è ancora limitata e al di sotto delle proprie potenzialità», come sottolineato anche da fonti governative vietnamite. L’interscambio tra i due Paesi è cresciuto negli ultimi anni attestandosi intorno ai 1.500 milioni di euro nel 2011, in cui la meccanica strumentale rappresenta il maggior comparto per le esportazioni italiane in Vietnam. È sul settore dei servizi, che la penetrazione italiana è ancora scarsa, soprattutto in un Paese con estremo bisogno di servizi alle imprese o in settori promettenti come quello turistico alberghiero.

Ma in un contesto economico dove il settore bancario italiano così come anche quello vietnamita sta fortemente limitando l’accesso al credito, il rischio è che idee comuni possano morire sul nascere e non vedere mai la luce. Forse i due sportelli di rappresentanza di Intesa San Paolo e Unicredit, che nel corso del 2011 hanno firmato accordi con istituti locali, sono ancora insufficienti a dare sostegno all’imprenditore italiano che in un mondo globale, ancora teme le distanze geografiche e non ha piena fiducia nelle proprie istituzioni.  

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Linkiesta Paper Estate 2020