Che male c’è se a Napoli per un giorno il bicchiere è mezzo pieno?

Che male c’è se a Napoli per un giorno il bicchiere è mezzo pieno?

Napoli. Signurì ma questo l’hanno costruito mo’? La domanda, neanche troppo assurda, la rivolge un cittadino napoletano ad una bella ragazza sulla trentina che legge un cartello esplicativo del restauro del tempietto di Torquato Tasso. Il busto dell’autore della “Gerusalemme liberata” in verità è lì dal 1819 e non si è mai spostato. Semmai, gli ultimi anni li ha trascorsi avvolti nell’incuria o nei ponteggi. E così la casina pompeiana, la cassa armonica ed altre decine di monumenti e fontane liberati e mezzi restaurati in occasione della disputa delle World Series dell’America’s cup.

Napoli ha speso tanto per queste gare. La cifra che si sussurra è di 5 milioni di euro soltanto per far decidere agli americani di ormeggiare il loro circus in Villa Comunale ma, come dice Bertelli, patron di Luna Rossa i conti si fanno alla fine della fiera e si traccerà una bella riga tra costi e benefici per capire se è Napoli che ha dato di più all’America’s cup oppure viceversa.

Da Plymouth, che di soldi ne ha spesi molto di meno (250.000 sterline), fanno sapere che sono arrivati introiti per nove milioni. Una bella plusvalenza come dicono quelli del calcio, non c’è che dire. Napoli non punta a nulla di strutturale. È una enorme operazione di marketing territoriale per rilanciare l’immagine della città nel mondo. «Anche in Qatar lo fanno per farsi conoscere» sottolinea Paul Cayard.

La Villa Comunale è l’emblema dello stato dell’arte: una rivoluzione a metà. Il tempietto di Torquato Tasso non è ancora sistemato definitivamente come la cassa armonica e il tufo non permeabile all’acqua di Pasqua che ha creato più di qualche problema. Ma una cosa fatta a metà è come un bicchiere: può essere pieno o vuoto, dipende da come lo si guarda. E finora quello napoletano era quasi completamente a secco.

Il lunedì in albis ha visto 250.000 napoletani prendere d’assalto il lungomare ricordandosi di averne uno. In occasione delle Olimpiadi del 2000 uno dei maggiori successi di Sydney fu quello di “ritrovare il mare” come disse l’allora sindaco. Vale a dire porto turistico completamente
rifatto, navigazione commerciale allontanata dalla città. Simile la scelta di Barcellona con Barceloneta e così via. La rivoluzione passa dal mare e i napoletani sembra lo abbiano capito. È stato un fenomeno di massa: decine di migliaia di persone incuriosite dalle opere passate e quelle future. Anche i ristoratori, tartassati dalla Ztl, per una volta sorridevano.

Una bella iniezione di orgoglio cittadino, non c’è che dire. La cosa più sconvolgente è accaduta nello stato dei luoghi. Pasquetta è da sempre una catastrofe ambientale tra sacchi, sacchetti e masserizie varie lasciate a marcire agli angoli dei parchi. La Villa Comunale, a parte i cestini stracolmi, presentava un aspetto svizzero. Incredibile che tutto questo potesse accadere a Napoli, città del capitone che si adatta rispetto allo spazio vitale che gli si concede. E come capitoni, in uno spazio di acqua pulita, nessuno ha pensato bene di sporcare.

“La Napoli che vorrei” scrivevano in un post. “La Napoli che è oggi”. Una rivoluzione a metà. La storia dirà se si andrà oltre o si tornerà indietro. Un bicchiere a metà. Ma prima era vuoto.

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