A Termini Imerese, dove la Fiat non c’è già più

A Termini Imerese, dove la Fiat non c’è già più

All’ingresso 1 dell’ex stabilimento Fiat di Termini Imerese c’è solo il custode. «Non conosciamo il nostro futuro. Al momento qui è tutto fermo dall’uno dicembre. É cessata la produzione, e non sappiamo che ne sarà della vigilanza. Noi ci saremo fin quando la struttura rimarrà Fiat». É scuro in viso il custode. «Da qui passavano centinaia e centinai di operai al giorno. Adesso sarà rimasto soltanto qualche impiegato, che vedo passare ogni mattina».

All’interno dello stabilimento ci sono alcune Lancia Y, «parcheggiate lì da settimane», continua il custode. Ci dirigiamo verso il secondo ingresso dell’ex stabilimento Fiat, che si trova circa 500 metri più avanti. Anche qui tutto tace. Non c’è traccia di un custode: soltanto due cancelli. Al di là della strada che costeggia lo stabilimento, e che un tempo era dedicata a Giovanni Agnelli e «dallo scorso maggio si chiama via Primo Maggio», c’è un giovane operaio di colore. Viene dal marocco, ha 32 anni, due figli a carico, e lavora per una società dell’indotto da circa due anni:«Sì, io lavoro per una società dell’indotto. Noi facciamo solo le riparazioni delle infrastrutture». E nel momento in cui Fiat non ci sarà più? «Qui non ci sarà più nulla. É tutto molto triste», sospira.

A Termini, fra stabilimento e indotto, lavoravano 2.200 persone. Un numero impressionante, soprattutto se si pensa alle famiglie coinvolte. Una costa distrutta, un’economia basata solo e soltanto sulla Fiat. E oggi? «Vista l’incertezza che c’è noi riteniamo che la discussione debba essere affrontata con serietà da Invitalia e ministero dello Sviluppo, che sono tecnicamente e giuridicamente preposti ad affrontare la questione», confida a Linkiesta l’assessore del comune di Termini Imerese, Giuseppe Volante.

Qualche settimana fa l’imprenditore Massimo Di Risio, che avrebbe dovuto rilevare lo stabilimento di Termini Imerese con la sua Dr Motor Company, sembrava essere ufficialmente fuori dai giochi. L’annuncio era arrivato dal ministero dello Sviluppo economico, dopo l’incontro tra il team di Corrado Passera e i segretari nazionali di Fiom, Fim e Uilm. Ma l’imprenditore aveva sottolineato di essere ancora nella partita. «Sebbene si susseguano negli ultimi giorni e nelle ultime ore voci e notizie che vorrebbero Dr fuori dall’operazione Termini Imerese, la società non ha ricevuto al momento alcuna comunicazione ufficiale da parte di Invitalia né dal ministero dello Sviluppo economico», era stata la comunicazone della società.

Fra gli operai, nonostante le promesse che arrivano dal ministero dello Sviluppo Economico, serpeggia un certo scetticismo. Un operaio della Uim, che lavorava per la Lear, azienda dell’indotto che si occupa del sellato, non ha dubbi: «La partita Di Risio era l’ultima spiaggia. Per quanto riguarda il ministero non abbiamo avuto grandi risultati in questi anni». Ma, continua l’operaio della Lear, «la cosa che fa più rabbia è che la nostra azienda avrebbe tutte le intenzioni di restare sul territorio però ad oggi non ci sono le condizioni. Se la Lear non farà il sellato per qualcuno, per quale motivo dovrebbe restare a Termini? É nelle cose che molto probabilmente il 31 dicembre andranno via…Noi siamo abituati che abbiamo le aziende, e le facciamo andare via».

Più del 90% degli operai è a monoreddito. La maggior parte di essi ha casa in affitto e figli a carico. E «campare con 800-900 euro al mese diventa difficile…». Alberto Cilfone, (ex) dipendente Fiat e consigliere comunale, spiega a Linkiesta cosa è successo a Termini Imerese:«Io me la prendo con il governo nazionale. É stato l’unico stabilimento chiuso in Europa. Il governo, quando Fiat ha presentato il nuovo piano industriale che non prevedeva Termini, anziché opporsi ha fatto i complimenti a Marchionne». E, continua Cilfone, «se ancora c’è qualche speranza la dobbiamo al governo regionale». Di certo «non staremo con le mani in mano, ma ci faremo sentire». «É assurdo che con tutte queste risorse non siano riusciti a trovare nessuno a livello mondiale».

Fra gli operai, c’è anche chi lavora a Termini «da 34 anni», e rientrerebbe fra 640 esodati che «avrebbero avuto i requisiti per la pensione con le vecchie regole entro il 2017 e il sindacato aveva firmato un accordo lo scorso primo dicembre per l’uscita verso la mobilità entro il 2013». Il signor Demma è fra questi:«A Termini da due linee si è passati ad una linea. É stata volontà della Fiat quella di far chiudere lo stabilimento. Ma non è stata colpa nostra, come vuole la vulgata. Lo stabilimento di Termini è stato fra i più efficienti d’Europa. La qualità era altissima. Lo dicevano gli ingegneri, lo diceva Fiat stessa. Perciò è assurdo: se Termini è uno stabilimento di qualità, allora perché vuoi chiudere?». Il signor Demma è un fiume piena, crede che le responsabilità maggiori siano della Fiat e di Marchionne, e che l’affaire Termini-Fiat «sia stata una scelta fatta a tavolino». Poi lancia una provocazione:«Quando la Fiat va via da un territorio dovrebbe ribonificare tutto. Ma quanto gli costerebbe? Per questo motivo vogliono regalare l’intera struttura a un euro». E alla fine si lascia trascinare dalla speranza e dalla rabbia:«Solitamente si dice: si chiude una porta e si apre un portone. Speriamo sia un portone che possa fare un massacro alla Fiat».

Sullo sfondo resta Dr Motor, che ora avrebbe trovato partner cinesi e turchi per rilevare lo stabilimento. Il capo della casa automobilistica molisana, Massimo Di Risio, ha visitato questa mattina la fabbrica siciliana assieme al numero uno dell’azienda automotive cinese Chery International, Zhou Bi Ren, e a Yuksel Mermer, presidente esecutivo della Mermerler, importatore ufficiale per la Turchia delle auto prodotte in Cina. Dallo staff di Dr Motor si è appreso che nel pomeriggio a Roma è stato fissato un incontro di Di Risio e Zhou con il ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera.

Secondo fonti di Dr Motor, sia la casa automobilistica cinese sia la società commerciale turca sono interessate a partecipare al progetto di Di Risio e ad entrare nel capitale dell’azienda molisana. Non si conoscono ancora dettagli sulla partnership, che dovrebbe essere illustrata a Passera da Di Risio e Zhou, unitamente a un concreto piano per acquisire lo stabilimento siciliano dismesso dal Lingotto nel dicembre del 2011.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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