Per fare politica il Nord impari dalla Baviera, “Siamo solidali, mica scemi”

Per fare politica il Nord impari dalla Baviera, “Siamo solidali, mica scemi”

Naturalmente è stata bellamente ignorata dall’informazione italiana (dai giornaloni fino alle tv): ma è una notizia che agita dal profondo la politica tedesca, una politica che non è proprio, a quanto pare, un compatto pacchetto di mischia al seguito della signora Merkel. Infatti, non solo c’è ampia la diffidenza e quasi l’ostilità verso gli “spendaccioni mediterranei”, ma anche la chiara polemica interna sui costi e benefici dell’assetto federale.

Il governatore della Baviera, Horst Seehofer (che è anche il leader della Csu, il partito cristiano-sociale bavarese alleato alla Cdu della Merkel), ha deciso di ricorrere alla Corte Costituzionale di Karlsruhe, denunciando il Patto di solidarietà federale (il “Laenderfinanzaugleich”): il motivo è che il Patto è pagato per più della metà dai soli bavaresi (3,7 miliardi di euro l’anno sui 7,3 della dotazione complessiva), mentre altre regioni altrettanto benestanti e popolose se la cavano con molto meno.

L’annuncio ha squassato l’intero quadro politico: e l’opposizione (soprattutto Spd e Verdi) si è stracciata le vesti, accusando Seehofer di un «attacco inqualificabile alla solidarietà federale»: pronta la risposta del ministro delle Finanze di Monaco, Markus Soder: «Siamo solidali, ma non siamo scemi».

Il ricorso della Baviera avrà il suo iter alla Corte costituzionale che andrà probabilmente a sentenza non lontano dalle elezioni del Land, previste nell’autunno del 2013 : eppure la vicenda qualche riflessione può porla anche al nostro Nord, che al modello bavarese (sia di “libero Stato” che di partito territoriale) ha guardato spesso nei decenni, in forme altalenanti e tuttavia non proprio effimere. Che anche il Nord paghi per tutti è ormai innegabile: basta aprire il volume Il sacco del Nord del sociologo di sinistra Luca Ricolfi, che dimostra come ogni anno almeno 50 miliardi di euro prendano la via dello Stato centrale e non tornino mai indietro, inghiottiti dagli sprechi e dalle diseconomie della spesa pubblica, un prelievo che in tempi di crisi e di recessione appare sempre più scandaloso, se non intollerabile.

E pensare che l’idea (e la necessità) di un partito federale del Nord ha agitato a lungo i sonni di una sinistra politica e intellettuale, che sentiva l’urgenza di contrastare l’avanzata della Lega: dall’antico “grido di dolore” di un Cacciari ormai sfiatato dalla frustrazione di predicare nel deserto fino alla rassegnata sconfitta politica di un Sergio Chiamparino, le istanze del Nord si sono sbriciolate davanti al muro di sordità e di alterigia della “sinistra di Palazzo”. E nessuno si ricorda che fu l’Emilia “rossa” del presidente comunista Guido Fanti nel lontano 1975 a cercare accordi con le altre Regioni del Nord, parlando per primo nei documenti ufficiali di “Padania”, (proprio così) intesa come area di omogeneità economica e che poteva diventare “comunità di destino”. La Lega e il mito padano sarebbero venuti ben dopo: e non è un caso che il partito di Maroni si aggrappi adesso al modello della Csu di Monaco per tentare di risalire la china.

Oggi il ricorso bavarese potrebbe insegnare qualcosa a un Nord che ha visto svanire ogni progetto di riforma e di autonomia funzionale, e che si ritrova smarrito e frustrato, come spiegava dieci giorni fa su queste colonne il direttore Tondelli. Molto tempo e molte occasioni sono state perdute: e allora “essere solidali, ma non scemi” può vuol dire cominciare ad avere la determinazione di saper “chiedere conto” dei miliardi inghiottiti dal nulla.

I conti della Regione Sicilia parlano da soli. Ma anche per quelle a statuto ordinario si può pretendere chiarezza. Ad esempio sull’uso dei Fondi strutturali europei per le aree sottosviluppate (in pratica tutto il nostro Mezzogiorno). Per almeno quattro degli ultimi quinquenni di massicce erogazioni europee, quelle aree ne hanno utilizzato meno del dieci per cento, vedendo così svanire (e restituire a Bruxelles) l’altro novanta per cento. Nel silenzio generale quelle classi dirigenti (nella loro incuria rigorosamente bipartisan) hanno “schifato” decine di miliardi, mentre pretendevano a gran voce dallo Stato trasferimenti e dotazioni a fondo perduto, secondo l’eterna litania del meridionalismo querulo e piagnone.

Adesso, in questa tornata, la Sicilia ha utilizzato soltanto il 14% dei fondi europei: lo conferma il ministro per la Coesione territoriale Fabrizio Barca, che invece contrappone l’esempio “virtuoso” della Basilicata, arrivata al 34 per cento. Con tutto il rispetto, è troppo chiedere dove sta l’altro 66% a disposizione della regione “virtuosa”?

Ecco, forse il Nord (che è sempre stato tacitato con l’accusa di egoismo e razzismo) potrebbe decidersi a “chiedere conto” degli sprechi, dei denari buttati nella pattumiera, dei finanziamenti perduti. “Essere solidali, ma non scemi” non è monopolio della Baviera: ma servirebbe imparare a “fare politica”. E, forse, sull’incapacità sostanziale del Nord di “fare politica” vale la pena di investigare più a fondo.

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