Si può essere “figli di” solo per genetica e vincere il bronzo nella pallavolo

Si può essere “figli di” solo per genetica e vincere il bronzo nella pallavolo

Una nazionale di figli di, ma, sia chiaro, nessuna raccomandazione, solo classe cristallina. Di più non poteva fare, bronzo olimpico con un cammino frenato soltanto da un Brasile stellare. L’Italia risale sul podio. A parte il passaggio a vuoto di Pechino 2008, in cui è stata sconfitta dalla Serbia nella finale per il bronzo, non è mai mancato l’appuntamento con le medaglie. La generazione di fenomeni di Velasco ad Atlanta subì la beffa più grande di cui il movimento ancora porta le cicatrici: Il ko in finale per l’oro contro l’Olanda. Poi il bronzo di Sydney 2000, l’argento di Atene 2004, il quarto posto nel 2008 e il bronzo a Londra.

Nel 2004 c’era anche Berruto sulla panchina azzurra. Era l’assistente di Montali. Non riuscì a dormire, bevendo caffè e ripassando mentalmente la partita. Oggi è il tecnico di questa squadra che non molla. Quarantatré anni, torinese, basta andare un po’ sul sito internet per capire che nulla è lasciato al caso. Spesso parlando di allenatori si è portati al naif. Lui è l’esatto contrario, al punto che ha un link con il portafoglio clienti. All’interno non c’è la nazionale italiana, quella no, ma il comitato olimpico finlandese e anche primarie aziende internazionali pronte a studiare il suo metodo, ad avvalersi della sua professione.

Poi ci sono i figli di. Il campionato italiano è stato sempre un po’ la Premier del volley internazionale. Real e Barcellona erano le squadre italiane. Andare a vedere gli albi d’oro delle coppe internazionali per rendersene conto. E allora ecco Michal, Dragan e Ivan, nati in Italia quando i loro padri si erano trasferiti al di qua del muro per giocare la grande pallavolo. Lasko polacco, Travica jugoslavo, Zaytsev russo. Ori olimpici, il primo e l’ultimo. I loro figli giocano in azzurro perché sono italiani. Pensate se Joe Bryant, nel basket, invece che tornare negli States fosse rimasto a far crescere Kobe in Italia. Avremmo il più grande giocatore del mondo nel nostro paese. Lech Lasko era un centrale, Michal è opposto; Ljubomir Travica schiacciava, Dragan palleggia; Viatcheslav Zaytsev era un regista sopraffino, Ivan è un bomber. Zaytsev ha vinto l’oro di Mosca ’80 con l’Unione Sovietica. Ora anche Ivan ha la sua medaglia.

Figli di, ma anche un gran gruppo con intrecci familiari. Cristian Savani da Castiglione delle Stiviere ha sposato la sorella di Travica, Bari e Birarelli vengono dallo stesso paesino marchigiano (Ostra) e sono cresciuti assieme dalle elementari al diploma di geometra. Il terzo marchigiano in squadra è l’anconetano Samuele Papi. Uno che è alla quarta medaglia in altrettante Olimpiadi. Dopo il Mondiale del 2006, ha lasciato la maglia di capitano della nazionale italiana di pallavolo, per tornare poi a vestirla in occasione dei Giochi chiamato da Berruto.

Ripescato anche il lombardo Fei (Saronno) che aveva abbandonato la nazionale dopo i fischi ricevuti al Mondiale 2010. Anche per lui il manager Berruto ha fatto la differenza. C’è anche la Liguria di Parodi, nato a Sanremo. Uno che a Londra non c’era mai stato, con il disegno nelle mani e un sogno post pallavolo: “Mi piacerebbe eccellere come architetto, essere un apprezzato interior design”. E c’è anche un po’ di sud, quello di Dante Boninfante. Lui sarà anche cresciuto nella Sisley Treviso, ma il sindaco di Battipaglia non ha mancato di ricoprire la città di manifesti celebrativi. L’altro meridionale è Luigi Mastrangelo da Mottola (Taranto). È pugliese di nascita ma cuneese d’adozione. Il veterano dell’Italia alla sua quarta Olimpiade è risultato in assoluto il preferito nel sondaggio lanciato tra un campione di 1.007 donne sposate iscritte al sito di incontri extraconiugali Gleeden.com. Il sondaggio, effettuato tra il 2 ed il 6 agosto, dunque in pieno clima Olimpiade, ha evidenziato come l’azzurro rappresenti il desiderio proibito del 41% delle donne interpellate. Un’altra medaglia da mettersi al collo. 

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