Storia Minima“Vogliamo le contabilità segrete dei partiti”, Ernesto Rossi, 1950

“Vogliamo le contabilità segrete dei partiti”, Ernesto Rossi, 1950

La libertà non si difende nascondendo pudicamente i malanni dell’ordinamento democratico in atto, ma sottoponendo tali malanni a un attento esame, per vedere se e in quanto sia possibile curarli. Ernesto Rossi lo scriveva nel giugno 1950. Rilette oggi quelle sue considerazioni risultano profetiche, anche in quella delusione per la democrazia, e che tuttavia non concede niente né alla demogogia populista, né alla nostalgia della dittatura. Come e perché il nostro presente era già stato scritto. Sessanta anni fa. 

Ernesto Rossi, Fra sessanta anni saremo qui ancora a ripetere queste parole?*

Il bisogno di quattrini , il bisogno sempre più di quattrini da buttare a palate sotto la caldaia della macchina, è uno dei principali fattori che determinano l’atteggiamento pratico dei partiti davanti ai maggiori problemi che hanno comunque un riflesso sulla vita economica del paese. Gli amministratori dei partiti non possono trovare le decine e le centinaia di milioni, necessari alla macchina, nei portafogli dei ‘tifosi’ che delirano di entusiasmo ai discorsi dei propagandisti nei comizi politici; li trovano nelle casse delle organizzazioni padronali di categoria, nei conti correnti in banca dei grandi industriali e dei grandi proprietari terrieri, e nelle percentuali sugli affari, più o meno sporchi, resi possibili dagli interventi statali.
I grandi finanziatori dei partiti non danno i quattrini per motivi altruistici; li danno per avere la difesa dei loro interessi, e per ottenere favori e privilegi che compensino le somme sborsate, considerando nel costo di questi investimenti anche un’altissima quota per i rischi relativi a tutte le operazioni del genere.
(…)

L’uomo della strada si domanda per quale ragione vengano affidati dicasteri economici più importanti a degli incapaci o dei filibustieri, che nessuna persona di buon senso vorrebbe neppure incaricare della vendita dei giornali in un chiosco di periferia della città; per quale ragione vengano insabbiate le riforme che il governo si era impegnato nel modo più categorico di mandare avanti con la massima urgenza; per quale ragione restino attaccati alle poltrone ministeriali i rappresentanti dei piccoli partiti, anche quando non hanno alcuna speranza di influire nella determinazione delle direttive generali della politica governativa ; per quale ragione i partiti all’opposizione si screditino presso l’opinione pubblica continuando a chiedere di partecipare al governo, quando i partiti al governo non vogliono neppure sentire parlare di una collaborazione; per quale ragione un partito accetti , nei riguardi di un altro partito, di fare la parte del gatto in confronto alla volpe della storia di Pinocchio.

Per dare una risposta a queste domande bisognerebbe conoscere le preoccupazioni, le pene degli amministratori dei partiti e leggere le loro contabilità segrete: quei ministri disprezzati dagli stessi loro colleghi sono gli uomini di fiducia dei gruppi finanziari che finanziano i partiti al governo; quei progetti sono stati insabbiati perché i gruppi hanno posto il dilemma ‘o le riforme o i quattrini’; e dei quattrini n on si poteva fare a meno; la collaborazione al governo è, per i partiti minori, la condizione necessaria alla prossima campagna elettorale; l’opposizione cerca disperatamente un compromesso per tornare al potere, perché ha estrema urgenza di pagare i debiti fatti dalla macchina;
(…)

La democrazia moderna è nata dalla concezione ottimistica sull’umanità degli illuministi: dalla credenza che l’uomo fosse naturalmente buono e capace di intendere quello che è il suo vero bene; che gli interessi dei singoli naturalmente coincidessero con l’interesse della collettività; che il popolo chiamato a scegliere i suoi rappresentanti al governo sapesse e volesse scegliere i migliori. Ma noi non abbiamo più queste illusioni. (…) Il nostro attaccamento alle istituzioni democratiche non deriva più da una concezione ottimistica, ma da una concezione estremamente pessimistica sull’umanità: dalla nostra sfiducia nella capacità politica delle masse; dalla consapevolezza che il potere corrompe anche i migliori; dalla paura dell’arbitrio dei governanti e dalla potenza maciulla truce dello Stato moderno; dalla tragica esperienza che abbiamo vissuto sotto la dittatura dell’uomo della Provvidenza che aveva sempre ragione.
Per salvare le libertà individuali occorre cercare nuovi limiti, nuovi vincoli, nuovi contrappesi che impediscano ai governanti di abusare del loro potere: i vecchi non ci soddisfano più perché costano troppo e trasformano la repubblica in plutocrazia.

* Ernesto Rossi, Le serve padrone, in “IL Mondo”, 24 giugno 1950 e ora ricompreso in Ernesto Rossi, Contro L’industria dei partiti, Chiarelettere, Miulano 2012.

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