Il mistero italiano del procuratore Tinebra

Il mistero italiano del procuratore Tinebra

Da una parte il Tar Lazio annulla la nomina a procuratore capo di Giovanni Salvi, e scatena un terremoto all’interno della Procura di Catania. Dall’altra in un articolo apparso sul settimanale L’Espresso si legge del procuratore generale di Catania Gianni Tinebra, aspirante alla poltrona di procuratore di capo, che avrebbe chiamato l’ex numero uno della Banca popolare di Milano, Massimo Ponzellini per cercare il sostegno della Lega Nord nella speranza di essere nominato capo della Procura. Sullo sfondo ad insaporire il clima alcune dichiarazioni rilasciate dallo stesso Tinebra «a sua insaputa» ad un giornalista di Report, e uscite oggi sul sito del Corriere della Sera.

Ma facciamo un po’ d’ordine. Il 2 novembre del 2011 il Csm nomina Giovanni Salvi capo della Procura di Catania. Due aspiranti di primo piano alla poltrona della Procura Etnea, Gianni Tinebra già procuratore generale, e il sostituto procuratore Giuseppe Gennaro non condividono la scelta dell’organo superiore della magistratura, e presentano ricorso al Tar. Tinebra e Gennaro contestano la precedente decisione del Csm di far ritornare in commissione la pratica con la quale Giovanni Salvi era già stato designato procuratore aggiunto presso il tribunale di Milano. E allo stesso tempo Gennaro contesta la mancata competenza in materia di inchiesta di mafia. Oggi il Tar dà ragione a Gennaro:«La scelta di Salvi – si legge nella sentenza del Tar – nonostante i suoi rilevantissimi limiti alla sua esperienza non trova in atti adeguata giustificazione».

Ma uno dei protagonisti è Gianni Tinebra. Dal 1967 magistrato, prima capo della procura di Caltanissetta, poi al Dap, e dal 2006 alla procura generale di Catania. Nel gennaio del 2010 Tinebra viene chiamato a deporre al processo Mori. Ma invia al Tribunale di Palermo un certificato nel quale giustifica la sua assenza e chiede di non essere più chiamato a deporre. Il certificato parla chiaro:«Si attesta che il dott. Giovanni Tinebra è affetto da sindrome parkinsoniana, disagio psicologico di base che si accentua nei momenti di stress arrivando talvolta a rallentare il flusso ideico e il retri[e]val mnesico», scriveva il dottore Erminio Costanzo dell’ospedale Cannizzaro di Catania.

Ma agli atti del processo Mori – su vicende che potrebbero essere altrettanti punti di snodo dei rapporti tra stato e mafia – c’è anche una lettera di accompagnamento indirizzata da Tinebra al pm Nino Di Matteo, nella quale il procuratore generale di Catania evidenzia i suoi problemi di memoria: «Inoltre, e sopratutto, rappresento che le mie condizioni, così come descritte nella certificazione che allego, consiglierebbero di soprassedere dall’esecuzione dell’incombente in oggetto; e ciò sia in relazione alla stancabilità di cui sono affetto ed alla non sempre brillante memoria di cui dispongo, sia in relazione alla scarsa coordinazione dell’attività fisica che mi affligge, scarsa coordinazione che mi comporta spesso reazioni emozionali assolutamente spropositate». Parole inequivocabili, che lasciavano intendere che di lì a poco Tinebra avrebbe potuto anche abbandonare la magistratura.

E invece nell’ottobre del 2011 quando c’è in ballo la poltrona di capo della Procura di Catania Giovanni Tinebra è in pole position. Il 2 marzo del 2011 Rita Bernardini, deputata radicale, presenta un interrogazione parlamentare nella quale chiede all’allora Ministro della Giustizia Angelino Alfano sul “caso clinico Tinebra”, sottolineando che la nomina di Giovanni Tinebra a capo della procura di Catania costituirebbe «grave pregiudizio per il funzionamento della procura di Catania nonché per lo sviluppo delle delicatissime inchieste di mafia (e non solo) tuttora ivi pendenti». Oltretutto, continua Bernardini, «il dottor Tinebra risulta essere legato da forti rapporti di amicizia con grossi nomi dell’imprenditoria catanese e romana, da Ciancio a Caltagirone, tutti personaggi titolari di grossi interessi tuttora oggetto di inchieste aperte dalla stessa procura di Catania e affidate al sostituto procuratore Giuseppe Gennaro. […] Peraltro, proprio agli atti di una di queste inchieste, pare vi sia un’intercettazione telefonica in cui alcuni di questi imprenditori catanesi si augurano che al posto di D’Agata venga nominato proprio il dottor Giovanni Tinebra».

Argomentazioni pesanti. Per di più, stando a Report, in quei mesi Tinebra avrebbe anche cercato di garantirsi la poltrona di procuratore Capo di Catania chiedendo aiuto all’amico Massimo Ponzellini, oggi agli arresti domiciliari, e accusato con il braccio destro Cannalire, di aver favorito con finanziamenti amici e politici. «Se tu hai un amico gli parli dei tuoi problemi…Lui ha un sacco di amici. Io non sapevo con quali politici parlasse», sospira a Report il procuratore generale di Catania Tinebra.

Ponzellini e Cannalire riescono anche a condizionare i voti del Csm. Come? Ponzellini chiede all’amico Giancarlo Giorgetti di intervenire a favore del magistrato Tinebra. In tal modo il procuratore generale di Catania ottiene l’appoggio di un membro laico della Lega all’interno del Csm, il professore Ettore Adalberto Albertoni. «Io voto Tinebra perché Tinebra ha più titoli di qualunque altro. Io non mi faccio influenzare da una persona che conosco da cinque minuti», tuona Albertoni con Report.

Oggi Tinebra risponde alle “rivelazioni” apparse sui giornali e su Report-time di Corriere.it minimizzando:«Che male ci poteva essere a rivolgersi a un banchiere come Ponzellini stimato da tutti? Lo ripeto, io non sapevo come fare per bloccare le voci infondate sul mio conto. E parlavo con tutti. Sapevo che Ponzellini era bene accetto in alcuni ambienti del Csm. Ma non era una raccomandazione ovviamente, era un modo per far capire quali titoli avevo. E li avevo. Tanto che adesso ho vinto al Tar…». E poi spiega sull’assenza al processo Mori :«La richiesta da me fatta per il processo Mori era una istanza di rinvio non di annullamento della testimonianza. Chiedevo solo di ‘soprassedere’, come scrissi, per una temporanea indisposizione. Nessuna contraddizione quindi fra l’aspirazione a un incarico che ritenevo legittimo ricoprire e quella richiesta di rinvio oggi riproposta in modo strumentale per danneggiarmi».

Eppure il dubbio resta: Tinebra risultava malato per testimoniare al processo Mori, e oggi sano per candidarsi come procuratore capo. Tant’è che la deputata radicale Rita Bernardini annuncia a Linkiesta:«Depositerò un’altra interrogazione alla Camera dei Deputati sulla base di quanto riportato da Report, e riuscirò sulla base dell’art.134 del regolamento della Camera ad ottenere una risposta». Insomma la partita resta ancora aperta.  Anche perchè alla memoria tornano altre vicende sepolte nel passato di Tinebra ma non scomparse dagli archivi: da procuratore capo di Caltanissetta, pochi anni fa, Tinebra fu aspramente criticato e perfino indagato per il sospetto di comunicazioni anomale fornite agli imputati. In un caso, addirittura, si parlò di Tinebra come di un pm che informava prima i soggetti delle sue indagini che avrebbe richiesto l’archiviazione. Gli indagati, in quel caso, si chiamavano Berlusconi e Dell’Utri. Una tappa, tra le varie, di una carriera da magistrato di vertice, da tanti, tanti, tanti anni.