La Cina preoccupata: “nelle scienze non vinciamo mai il Nobel”

La Cina preoccupata: “nelle scienze non vinciamo mai il Nobel”

SEUL – Quest’anno, non si sa se per caso o seguendo un disegno preciso, le giurie dei vari Premi Nobel hanno rispettato un certo equilibrio geografico. L’Europa intera è stata onorata, ma anche – attraverso i suoi scienziati – la Francia e il Regno Unito. Come al solito gli Stati Uniti hanno ricevuto riconoscimenti (oggi il premio per l’economia è andato agli accademici Usa Alvin Roth e LLoyd Shapley), ma anche la Cina e il Giappone. Nei due paesi asiatici la reazione è stata comunque diversa.

Il Nobel in medicina assegnato a Shinya Yamanaka è un riconoscimento per il sistema universitario nipponico, che ha prodotto 11 laureati nel XXI secolo. Non solo le prestigiose Università di Kyoto – dove insegna il Professor Yamanaka – e Tokyo, ma anche altre in qualche modo minori come Nagoya, Hokkaido, Tohoku e Nagasaki. E pure Kobe, dove Yamanaka ha realizzato gli esperimenti sulle cellule mature per curare malattie come il Parkinson senza ricorrere alle cellule staminali e pertanto senza affrontare le relative questioni etiche. Il riconoscimento va anche a una generazione relativamente giovane di scienziati del Sol Levante: Yamanaka ha 50 anni e l’articolo su Nature che lo ha reso celebre l’ha pubblicato appena cinque anni fa.

La stampa ha registrato con soddisfazione questo Nobel, ma anche in questi tempi di risorgente nazionalismo lo ha fatto in maniera misurata. Identica la reazione delle autorità, che anzi hanno preferito rinnovare l’impegno a fare sforzi ulteriori per migliorare le condizioni anche finanziarie per la ricerca, piuttosto che crogiolarsi sugli allori. Così il ministro dell’Istruzione, Cultura, Sport, Scienza e Tecnologia (che del resto non potrebbe pretendere di aver nulla a che vedere con il successo di Yamanaka, essendo in carica da due settimane!), e così il ministro dell’Economia, commercio e industria Yukio Edano, che ha sottolineato come l’eccellenza della ricerca di base apra la strada ad applicazioni commerciali nel campo della medicina rigenerativa.

Come di dovere Yamanaka ha reso omaggio alle autorità, oltre che ai colleghi e alla famiglia, per il sostegno ricevuto nel corso degli anni, ma ha anche sottolineato come i fondi a sua disposizione dal 2007 siano in via di esaurimento. Secondo lo scienziato è urgentissimo creare una banca di cellule staminali pluripotenti indotte (iPS, Induced Pluripotent Stem Cells): il suo laboratorio (Center for iPS Cell Research and Application, CiRA) prevede di produrre tra pochi mesi le prime linee cellulari a partire da individui con un sangue particolare che riduce il rischio di rigetto nei trapianti. Ma la maggior parte dei 200 scienziati e tecnici del CiRA hanno contratti temporanei, mentre la ricerca ha orizzonti molto più lontani. Yamanaka ha suggerito al governo di assegnare fondi per la ricerca per periodi molto lunghi, con un controllo dei risultati ogni cinque anni.

Le somme sono ingenti e il crowdsourcing non potrà essere sufficiente. Il pubblico giapponese si è però dimostrato immediatamente generoso: sette ore dopo l’annuncio del premio, Just Giving Japan, la versione locale del sito britannico Just Giving, aveva già ricevuto 1,1 milioni di yen (circa 10mila euro) da 103 individui. Dopo che un’altra campagna aveva permesso di raccogliere più di 10 milioni a inizio anni.

In Cina i media ci sono rimasti un po’ male alla notizia del Nobel a Yamanaka e il Global Times si è immediatamente chiesto perché il Giappone abbia prodotto 19 laureati mentre la Cina è ancora a mani vuote, quantomeno nelle scienze. Particolare ancora più interessante, l’annuncio due giorni dopo che in letteratura il riconoscimento è andato a Mo Yan è stato inizialmente ricevuto con una certa perplessità. Difficile in effetti riconoscere che i saggi svedesi sono effettivamente tanto saggi, dopo aver sostenuto per anni che i riconoscimenti assegnati in passato al Dalai Lama e a Liu Xiaobo, nonché al franco-cinese Gao Xingjian, erano una maniera per irritare la Cina e interferire nella politica interna.

Paradossalmente mentre China Daily e Global Times presentano “colui che tace” come un autore cinese ordinario (“mainstream”), l’Accademia ha voluto rendere omaggio al suo “realismo allucinatorio”. Ed effettivamente Mo, per quanto vice-presidente dell’Associazione degli scrittori cinesi e uno dei 100 autori dell’omaggio a Mao Zedong pubblicato in maggio, affronta soggetti controversi: il sesso (Grande seno, fianchi larghi, Einaudi, 2006), le riforme agrarie (Le sei reincarnazioni di Ximen Nao, Einaudi, 2009), l’aborto e la regola del figlio unico (Grenouilles, Le Seuil, 2011). Stesso imbarazzo quando si tratta di usare le critiche di dissidenti in esilio come Wei Jingsheng e Yu Jie, o dell’artista Ai Weiwei, per rafforzare l’immagine di Mo come un autentico scrittore comunista, omettendo di menzionare che ieri, rispondendo alla domanda di un giornalista straniero, il premio Nobel ha espresso l’auspicio che Liu Xiaobo, detenuto da dicembre 2008, sia liberato quanto prima.

Non è del resto chiarissimo cosa voglia dire il Global Times nel suo  editoriale: «sebbene ci sia molta incertezza sul futuro, il comitato del Nobel sta diventando realistico sulla situazione». Più chiaro, ancorché sempre un po’ criptico, il messaggio conclusivo: «speriamo che Mo sappia guardare oltre le differenze tra fazioni che stanno dividendo attualmente il paese e contribuire all’unità e al progresso della società cinese».

E i coreani in tutto ciò? Anche se distratti dalla saga del rapper Psy – la cui Gangnam Style continua a battere ogni record – si sono ovviamente accorti che no Nobel, no party. Gli studenti del Mattino Calmo continuano a essere i migliori al mondo secondo le classifiche di Pisa (il test dell’Ocse che misura il grado di acquisizione di alcune competenze essenziali tra gli studenti che si approssimano alla fine dell’istruzione obbligatoria) e il numero di coreani ad aver ottenuto un dottorato in America nel 2010 è circa cinque volte superiore che per i giapponesi (1137 contro 235) – eppure la ricerca rimane in ritardo rispetto al Giappone.

Non sono certo le risorse a mancare: per non citare che un esempio al World Class University Project stati destinati 825 miliardi di won (quasi 600 milioni di euro). Ma la Corea è ancora poco convinta della bontà della ricerca fondamentale, preferendo le applicazioni pratiche – anche se spesso le innovazioni veramente radicali nell’industria nascono da scoperte scientifiche. E dato che le università non sono ancora all’avanguardia, i programmi di dottorato sono di qualità inferiori a quelli stranieri – mentre la maggior parte dei Nobel giapponesi hanno studiato in patria, andando all’estero per fare il post-doc. Nei migliori istituti di ricerca la pressione a produrre ed eccellere è quasi inumana: al Korea Advanced Institute of Science and Technology (Kaist), quattro studenti e un professore si sono tolti la vita nel 2011, uno quest’anno. L’anno scorso è nato l’Institute of Basic Science con una dotazione iniziale di 10 miliardi di won (più di sette milioni di euro): resta da vedere quando la K-science sarà altrettanto famosa che la K-pop.

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