Barilla, il gioiello italiano è soffocato dalle tasse

Barilla, il gioiello italiano è soffocato dalle tasse

L’Italia è famosa per la sua cucina e soprattutto per la pasta. E nonostante questo in Piazza Affari non c’è nessuna società che la produce. L’unica compagnia legata all’alimentare, sul principale listino italiano, è Parmalat. Il seguente è dunque un tentativo di analizzare, quanto più precisamente possibile per delle società non quotate, l’andamento dei grandi protagonisti dell’alimentare italiano: i ricavi di Ferrero, gli utili di Barilla o il ritorno sul capitale di Lavazza. Anche perchè, quando uno guarda l’andamento di Piazza Affari pensando di guardare l’economia italiana, scopre che ci sono interi settori non rappresentati. Uno dei quali è, per l’appunto, l’alimentare. Partiamo con Barilla.

Barilla, fondata nel 1877 a Parma dal capostipite Pietro Barilla, è la più famosa società che produce pasta al mondo, e stando al bilancio 2010 ha il 31,5% del mercato americano. Ma quanto è importante nel panorama mondiale e dove può crescere ancora? Attualmente Barilla ha 43 fabbriche in 30 Paesi, e ricavi 2011 pari a 3,9 miliardi, di poco superiori al 2010. Il margine operativo lordo è sceso a quota 477 milioni di euro, pari a un margine del 12,2% rispetto ai 552 milioni e al 14,1% di margine nel 2010, principalmente per via dell’innalzamento dei prezzi delle materie prime. L’utile netto, in ogni caso, è salito a 76 milioni di euro sui 21 milioni del 2010. Nella tabella seguente gli esercizi precedenti:

Stime proprie su bilanci Barilla

Non essendo quotata, Barilla non è tenuta a fornire delle linee guida sulla crescita dei ricavi per prodotto o area geografica. La società si limita infatti a indicare le quote di mercato in Usa, ma non i ricavi, e la crescita percentuale di pasta e sughi, ma non il loro peso nel bilancio. Si può stimare, in ogni caso, che circa il 25% dei ricavi proviene dalla controllata tedesca Lieken (che controlla Kamps), e dato il notevole numero di fabbriche, sembra che una parte significativa dei ricavi sia originata all’estero. 

L’altalena del margine operativo lordo deriva da due elementi. Il primo è la salita dei prezzi delle materie prime.

Prezzo del frumento tenero dal 2008 a oggi (Fonte: Borse.it)

Il grafico indica il prezzo del frumento tenero di produzione nazionale. La discesa tra il 2009 e il 2010 coincide con la crescita dei margini nei medesimi anni. A giudicare dal prezzo del grano e del frumento, dunque, il 2012 sarà un anno difficile, poiché I prezzi salgono e contemporaneamente l’economia peggiora. 

Il secondo elemento sono le panetterie tedesche Kamps. Acquistate nel 2002 per 800 milioni di euro, con un ulteriore 1 miliardo di debito – su impulso della Popolare di Lodi di Giampiero Fiorani – sono state svalutate nel 2006 per 639 milioni. Nel 2008 la famiglia ha iniettato 506 milioni di euro tramite un aumento di capitale e ulteriori svalutazioni nel 2009 per 296 milioni di euro e altri 147 milioni nel 2010, che ha causato un calo dei profitti nonostante il miglioramento dei margini. Una mossa disastrosa, ma sembra che la sofferenza sia finalmente finita. Barilla ha infatti venduto le panetterie Kamps lo scorso agosto, per 50 milioni di euro. Lo dimostra il debito, che è 1,4 volte I margini rispetto alle 3,7 volte di 2006. 

Ciò che non è migliorato è il ritorno sul capitale investito, che rimane ostinatamente basso, al 5,4 per cento. Il motivo sono le tasse pagate da Barilla: nel 2010 e 2011 la società ha pagato un’aliquota media del 70%, per via di svalutazioni non deducibili. Normalizzando l’aliquota fiscale al 35% e togliendo gli oneri non ricorrenti (che hanno la brutta abitudine di capitare spesso ed essere negativi), il ritorno è superiore al 10%, sicuramente più elevato del costo del capitale. In conclusione, Barilla ha avuto qualche problemino di recente, ma il core business sta andando bene nonostante la deprimente malattia economica dell’Eurozona.

*analista indipendente
 

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