Berlusconi&Galliani, basta. Fate entrare aria nuova al Milan

Berlusconi&Galliani, basta. Fate entrare aria nuova al Milan

Ormai molti e molti mesi fa ebbi la ventura di definire Alexandre Pato un’autentica motozappa, prendendomi gli insulti che dovevo da parte di quegli inconsapevoli dei sentimenti umani che vorrebbero sempre ridurre il pallone a una strettissima questione di dribbling e ripartenze. In realtà i tormenti del brasilianuzzo nostro erano legati non solo ai suoi ben noti problemi muscolari, ma a quell’attitudine assai poco sportiva di trovare conforto e calore (per una prima parte ricambiato) tra le braccia della figlia del Grande Capo, il quale notoriamente non gradiva ed ebbe modo di vendicarsi impacchettandolo verso Parigi (Barby, ancora innamorata, convinse Papi a tornare sui suoi passi e lui ancora se ne strazia). Sta di fatto che da quel dì il giovanotto, fragile di gamba ma agile di ghiribizzi romantici, non si è più ripreso e oggi – consolidatasi in modo irreversibile la sua già apprezzata motozappitudine – è lecito guardare anche con una punta di malinconia a quel rigore di ieri sparato sulla curva come segno inequivocabile di un triste, solitario y final.

Ma la storia di Pato è figlia di un disordine rossonero più generale su cui LK non ha mai mancato di far sentire la sua voce indipendente. Su queste colonne, l’incombenza è sempre toccata allo scrivente, al quale peraltro gli insulti plurimi che hanno accompagnato nel tempo la descrizione delle magagne milaniste hanno rappresentato la conferma (cristallina) che si agisse nello stagno dei giusti. Non si toccano le divinità care ai tifosi senza pagare il lodevole tributo di insolenza, ma per non infilarsi in clinch con i veri padroni della società – appunto i suoi supporter – abbiamo sempre cercato di sollevare il dibattito in un altrove forse meno appassionato ma più decisorio, dove una consonanza di vedute sarebbe stata possibile.

Quel luogo intricato che è ormai la società rossonera, ancora nelle mani (sempre più fragili) di Adriano Galliani, che noi consideriamo già da qualche tempo non più meritevole di sedere sulla poltrona di amministratore delegato (per parecchio il migliore su piazza). Il suo destino appare come il paradigma più luminoso delle aziende Mediaset, che nel corso degli anni hanno sfornato certamente i manager più bravi (o alcuni dei più bravi) ma che poi, per via di un clamoroso deficit di modernità (sia tecnologica che culturale), hanno lasciato sul campo tutte le eccellenze guadagnate, ristagnando nella gestione dell’esistente. E di questa riflessione potrete agevolmente trovare conferma nel mondo dei cacciatori di teste, dove una personalità Mediaset è da tempo immemorabile che non viene contesa.

Ormai anche la gestione del Milan è non-moderna. Di più, è anti-moderna. La dirigenza non è riuscita a interpretare come avrebbe dovuto il cambiamento epocale avvenuto in economia, la crisi che ha investito il pianeta e che non ha certo risparmiato il calcio. In questo passaggio stretto, è chiaro che le società che hanno sempre dovuto guardare lontano, per fare di necessità virtù, si sono fatte trovare più pronte. Pensiamo all’Udinese di questi anni, che ha regolarmente venduto ciò che era riuscita a scovare in giro per il mondo e da quello immancabilmente rinasceva.

Lungo il ventennio berlusconiano, noi del Milan siamo stati abituati sin troppo bene. Per almeno quindici anni si è vista la forza di una società all’avanguardia: vero, si sceglieva in prima fascia ma con grande senso di squadra, mai con la banalità del grande nome e basta. Da questo punto di vista il trio olandese (Gullit-Rijkaard-Van Basten) ne è stata la sintesi perfetta. Semmai – è triste doverlo ammettere – in corrispondenza del grande nome (Ronaldo, Ronaldinho), in parallelo (s)correva un lento ma inesorabile declino.

Ecco, questi ultimi anni tormentati Galliani li ha ciccati pesantemente (lo scudetto di Allegri un tempo sarebbe stato considerato un evento tra i più banali, ciò che importava era la Champions). Non è tanto una questione di nomi sbagliati, quanto di progetto e relativa progettualità. Serviva una rete straordinaria di osservatori – veri e non interessati ad altri magheggi – le cui relazioni avrebbero dovuto comporre una trama fittissima da cui cogliere fior da fiore. Questo non è successo. E non è successo anche perché Adriano Galliani non ha ceduto porzioni di territorio, in più è arrivata la dilettante allo sbaraglio di nome Barbara che ha incasinato la situazione e portato l’ad a chiudersi a riccio.

C’è da rifondare. Se non tutto, molto. Moltissimo. Tempo fa, diversi mesi fa, vi avevamo già ragguagliato sull’inadeguatezza cosmica di Max Allegri che purtroppo stando alle ultime voci rivedremo in panchina sin da domenica prossima. Ma c’è da scegliere subito un allenatore per la prossima stagione, e l’opzione Tassotti non sarebbe da scartare. E soprattutto c’è da metter mano alla società. Purtroppo anche Berlusconi è invecchiato, perdendo smalto e cinismo che lo hanno fatto grande. Possibile che si intenerisca al solo pensiero di licenziare Galliani. Certo, se lo dovesse fare per tal Biesuz di cui abbiamo letto sulle gazzette sportive, e che ci è stato raccontato su LK dal «maledetto» Crepaldi, allora, cari lettori, mi stenderò davanti a via Turati 3. E dovranno passare sul mio corpo.