Il campionato riscopre le “cosiddette” provinciali

Il campionato riscopre le “cosiddette” provinciali

Per una strana legge del contrappasso il filotto di vittorie dell’Inter è stato interrotto da una provinciale. Aggettivo che da oggi in poi farà fischiare le orecchie al tecnico nerazzurro Stramaccioni, più di quanto lo fece già quando, al termine della gara contro il Torino, l’appellativo venne affibbiato alla sua compagine per il modo spartano in cui conquistò i tre punti. E’ curioso poi  anche il fatto che l’ultima sconfitta nerazzurra, prima di quella di bergamo, sia arrivata proprio contro una provinciale: il Siena. Da quel momento in poi il cammino nerazzurro è stato caratterizzato da una  serie di vittorie consecutive – dieci tra campionato ed Europa League – che ha raggiunto il  culmine con la splendida vittoria di sette giorni fa contro la Juventus.

Bisogna dire con onestà che al termine di questa giornata di campionato essere definita provinciale può essere motivo di orgoglio. L’Atalanta che si è vista in campo ieri sarà pure una provinciale nella sostanza ma non lo è certo nella forma: venti punti conquistati sul campo (recuperando i due punti di penalizzazione), sesto posto in classifica e quinto risultato utile consecutivo sono la testimonianza di un gruppo che propone un sistema di gioco collaudato, abbinato a una impostazione tattica che esalta le qualità dei singoli. Maxi Moralez, Bonaventura e Denis – non a caso i protagonisti della vittoria di ieri – sono frecce preziose nella faretra di Colantuono. E non solo loro. La vittoria dell’Atalanta passa anche per le parate salva-risultato di Consigli, decisive in frangenti in cui l’inerzia della partita poteva cambiare a favore degli avversari.

Non può bastare a sostegno della causa interista la tesi delle pesanti assenze in difesa: Juan Jesus e soprattutto Silvestre fanno rimpiangere Samuel e Ranocchia, ma nel complesso tutta la squadra era in affanno di fronte alla verve di avversari che correvano il doppio. La linea mediana non si è dimostrata in grado di contrastare l’aggressività  dei centrocampisti atalantini, e in avanti, tolto Palacio, Milito e Cassano vagano tra le linee della difesa avversaria senza mai trovare il varco decisivo.

Chi incarna uno spirito da provinciale (anche se è la squadra della capitale) è la Lazio di Petkovic: una squadra pragmatica. Nel pantano dell’olimpico i biancocelesti tengono botta alla solita partenza sprint della Roma, subendo solo la rete di Lamela (viziata forse da una spinta dell’argentino su Lulic), salvo poi rimontare sfruttando le qualità dei singoli ma anche e soprattutto i regali della Roma. Il pareggio di Candreva un tempo sarebbe stato classificato come un mezzo autogol di Goicoechea che col il suo intervento avrebbe avuto di diritto un posto nella categoria “vai col liscio” di una trasmissione della Gialappa.

Se a ciò si aggiunge il gancio che De Rossi (uno che forse non regge la tensione su di sé) sferra a Mauri lasciando la squadra in dieci per più di metà gara appena dopo il nuovo vantaggio laziale, ecco che la Lazio riesce alla perfezione a realizzare ciò che ha in mente il suo allenatore: “metterci la testa” e tessere centimetro per centimetro la tela della vittoria. Ad allungare la lista di regali ci pensa Piris ad inizio ripresa quando consegna un pallone facile facile a Mauri per il 3-1, che spegne le speranze nei tifosi della Roma di vincere il derby ma forse anche di rivivere una nuova Zemanlandia. 

Gioca a fare la provinciale invece la Fiorentina, almeno per quanto riguarda le ambizioni di classifica. Dopo la vittoria a San siro, la squadra di Montella non può più nascondersi: è la migliore realtà del campionato italiano capace di esaltarsi nei grando incontri. Lo aveva già dimostrato contro la Juventus sfoderando una prova di intensità e carattere che aveva portato tanti elogi ma solo un punto. Contro il Milan la viola ha incantato, grazie ad un centrocampo di ragionatori con il tocco felpato che all’occorrenza sanno anche far gol. E infatti è da quel reparto che arrivano le prime due reti: prima Aquilani – che forse a milanello ancora ripiangono –  e Borja Valero  poi  – un moto perpetuo che abbina il giusto mix di quantità e qualità – sono il prologo di una vittoria strameritata.

Il Milan dal canto suo è la vera provinciale di questo campionato (questa volta nell’accezione meno positiva del termine). La rivoluzione in casa rossonera ha lasciato dei vuoti incolmabili e quel che è peggio incolmati. La larga vittoria con il Chievo e il gol di Pato in Champions league avevano fatto ben sperare, ma la sconfitta contro la Fiorentina (la quarta su sette partite casalinghe dall’inizio del torneo) ha fatto ripiombare i rossoneri in una crisi d’identità senza precedenti.

Quattoridici punti in dodici giornate, quattro vittorie, due pareggi e sei sconfitte. Diciotto gol fatti e sedici subiti, sono i numeri del Milan più provinciale dell’era Berlusconi. Urge un’inversione di rotta.

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