
Ecco il testo dell’intervista concessa da Abdrea Guerra alla giornalista del Corriere della Sera Raffaella Polato.
MILANO — Più che un manager: «Un leader che ha fatto la storia. Nel 2004 la Fiat non aveva neppure un giorno davanti a sé, oggi ha almeno dieci anni garantiti». Un uomo però che — proprio perciò, «proprio perché leader» — non dovrebbe alimentare «questo scontro». Dovrebbe farlo finire: «Indipendentemente da dove sono cominciate le responsabilità, e io non assolvo certo la Fiom, trovo che ora si stia scherzando con la vita delle persone. Quello che sta accadendo a Pomigliano è inaccettabile». Andrea Guerra, amministratore delegato di Luxottica, non ha a che fare con gli stessi mercati (intesi come prodotti) e con gli stessi sindacati (i metalmeccanici) di Sergio Marchionne. Come lui, però, ha un orizzonte globale. L’immagine dell’Italia all’estero la vive in prima persona. I limiti di sistema che il «Paese da esportazione» sconta appena varcati i confini li conosce direttamente. Tra quei limiti, di sicuro mette la questione delle rappresentanze sindacali, della frammentarietà delle sigle e delle «minoranze che non accettano le maggioranze», della conseguente «incertezza di esigibilità» degli accordi firmati. E tuttavia, dice, «oggi, a Pomigliano, con la storia dei 19 messi in mobilità per “compensare” i 19 iscritti Fiom da assumere per ordine del giudice, è la Fiat che è andata oltre: non è possibile immaginare la più grande impresa italiana che risponde così a una sentenza di un Tribunale. È inaccettabile».
Nessuna attenuante?
«Cominciamo dai meriti. Mi mette sempre ansia vedere un’azienda totalmente identificata con una persona, è una tendenza solo italiana che trovo eccessiva e sbagliata. Ma è indubbio che, se Fiat oggi si identifica con Marchionne, è perché è lui che l’ha salvata nel 2004 ed è lui che ha fatto la straordinaria, coraggiosa operazione Chrysler. Con questo ha dato una speranza di vita lunghissima a un gruppo che era morto».
Okay. Dopodiché?
«Dopodiché ci sono stati anche gli errori. Penso lo sia stato il progetto Fabbrica Italia, perché non è che nel 2010 il mercato fosse molto diverso da quello di oggi. E penso lo sia soprattutto quest’ultimo episodio: Pomigliano».
Frutto di una guerra, però, in cui nessuno risparmia colpi bassi. Non la Fiat. Non la Fiom. Tant’è che gli altri sindacati ora, giustamente, difenderanno contro l’azienda i dipendenti che rischiano la mobilità. Ma in contemporanea attaccano a loro volta i metalmeccanici Cgil: basta giochi al massacro, accettino gli accordi firmati dalla maggioranza, rispettino le regole della democrazia che sono sempre pronti a ricordare agli altri.
«Non so dove siano le responsabilità dello scontro Fiom-Fiat. Certo, penso che fino a quando avremo un sindacato diviso avremo anche difficoltà a fare buoni accordi. E penso che ci sia un reale problema di rappresentanza: vogliamo parlare di qual è, tra gli iscritti, il rapporto lavoratori-pensionati? Ma detto questo: c’è la necessità di andare oltre. Così com’è inaccettabile la mossa Fiat, lo è il fatto che un sindacato importante stia tanto a lungo arroccato su posizioni non sindacali, ma politiche e ideologiche».
E dunque? Per usare le sue parole: qual è la via per «andare oltre»?
«Sento tirare in ballo il governo. Io dico no, il governo non deve intervenire. Può però fare tante cose: moral suasion, per cominciare. Ripeto: non è immaginabile che la più grande azienda italiana risponda così a un ordine del giudice. Non ci si doveva nemmeno arrivare, lì. Posso essere d’accordo sul fatto che le mosse della Fiom sono, come ho detto prima, ideologiche e non sindacali. Ma io, manager, devo saperlo e muovermi di conseguenza. Non con lo scontro, che non porta da nessuna parte».
Come se ne esce?
«Dialogo. Dialogo. Dialogo. Tanto più quando ti prepari a un piano di riposizionamento come quello annunciato martedì: veramente ambizioso».
Sembra scettico.
«Un conto sono le ristrutturazioni, e lì Marchionne ha fatto miracoli in Fiat e in Chrysler. Un altro i riposizionamenti. È sacrosanto immaginarli, per il gruppo. Ma servono molti soldi, almeno tre-cinque anni, e se a un certo punto cinque stabilimenti in Italia sono troppi, sono troppi e basta».
Lei avrebbe chiuso qualcosa?
«Se si deve fare, si fa: con un orizzonte temporale non breve e con accanto la Politica — con la “P” maiuscola — e i sindacati».
La scommessa, anche se la vicenda Pomigliano l’ha oscurata, è invece rendere competitive per l’export tutte e cinque le fabbriche italiane. Obiettivo «non per deboli di cuore», per dirla alla Marchionne, ma fattibile. Condivide?
«Proprio perché sia fattibile è necessario andare oltre lo scontro. La storia non si fa mai da soli, non è da leader. E, in azienda, non è mai questione solo di produttività, flessibilità, efficienza: servono anche gli investimenti. Fiat è un enorme asset del Paese. È evidente che sulle sue spalle metto responsabilità in pari peso».
Insomma, non è convinto. Com’è che negli Stati Uniti il numero Fiat-Chrysler finisce protagonista dello scontro per la presidenza, e Barack Obama lo mette addirittura in un suo spot, e in Italia non sfonda più nemmeno con la decisione di non portare altrove le fabbriche?
«No, guardi, chiariamo: per quanto mi riguarda, gli riconosco così tanto che vorrei semplicemente tornasse a un ruolo costruttivo».