Morsi si scontra con la piazza, ma è più Erdogan che Mubarak

Morsi si scontra con la piazza, ma è più Erdogan che Mubarak

IL CAIRO – Morsi come Mubarak. È lo slogan più frequente che si sente cantare dagli attivisti accampati a piazza Tahrir. Di certo il nuovo presidente, con la recente dichiarazione costituzionale, ha dimostrato un forte autoritarismo non lontano dal modo di fare dell’ex Faraone. Ma se si va oltre la modalità dell’agire, le differenze tra i due sono abissali. Il messaggio che esce dal decreto presidenziale non è legato alla personalità del nuovo leader ma all’intento dell’Organizzazione che lo sostiene. I Fratelli Musulmani, infatti, nella loro parvenza moderata vogliono l’islamizzazione progressiva del Paese.

In una certa misura si può pensare, alla luce degli ultimi fatti, che sia in atto una “Ikhwanization” termine arabo per “Fratellizzazione” dell’Egitto (Ikwan in arabo vuol dire appunto Fratellanza). Non si può non constatare che le ultime misure adottate dal Presidente tendono a soffocare le forze liberali e secolari nel Paese. Una cosa è certa: sia Mubarak che Morsi sono ben lontani dal concetto di democrazia di cui spesso il nuovo Presidente dice di essere portatore. Oggi, grazie al decreto, è passata la nuova Costituzione. Questa dovrà essere votata a metà dicembre, dopo l’approvazione presidenziale, attraverso un referendum popolare.

Secondo una prima lettura, il Progetto presenta nuovi riferimenti islamici nel sistema egiziano di governo, anche se mantiene al suo posto l’articolo che definisce “i principi della sharia” come la fonte principale della legislazione. Dopo appena cinque mesi dalla sua elezione Morsi ha messo in atto misure che puntano a far rimanere inalterato l’acquisito potere islamico; tendono ad annullare il ruolo dei giudici e dei magistrati che avrebbero dovuto esprimersi sulla legittimità dell’Assemblea costituente, formata per lo più da islamisti; e combattono la vecchia guardia.

Tuttavia il successore di Mubarak non è un capo solo al comando. Anzi, è considerato da molti come un esecutore degli ordini della Fratellanza. Il nuovo presidente egiziano è visto- in molti ambienti- come il “burattino” nelle mani dei Fratelli Musulmani o ancor peggio la “ruota di scorta”, perché considerato seconda scelta del Gruppo nelle recenti elezioni presidenziali.

Il primo nome infatti era il carismatico Khayrat Al-Shater, messo fuori gioco dalla Consulta a causa del suo passato in carcere. Un destino toccato a molti dei dirigenti del Movimento, divenuti fuorilegge durante il trentennio dell’ex Faraone. Ad oggi i leader indiscussi della Fratellanza sono due: Mohammed Badie, la guida suprema della confraternita, e il già citato Khayrat Al-Shater, imprenditore di peso e leader politico. E qui il paradosso: l’opinione pubblica musulmana riconosce in Badie, nominato nel gennaio 2010 mediante elezioni primarie interne, un riferimento pragmatico maggiore rispetto a Morsi.

Poi c’è anche da dire, ma questa è un’altra storia, che le valutazioni politiche espresse dalla Fratellanza sono, spesso, condizionate dal Qatar, il grande sostenitore dell’Organizzazione egiziana. E riguardo al ruolo internazionale di Morsi: ha certamente avuto un peso fondamentale nella mediazione per la tregua nel recente conflitto a Gaza ma gli ambienti vicini alla Confraternita conferiscono il merito del successo più alla situazione storica e politica attuale-cambiata nel Paese- che al Presidente stesso.

«Hamas è parte dei Fratelli Musulmani, che hanno– ovviamente- una grande influenza su Hamas». Morsi aveva, insomma, un canale preferenziale rispetto a tutti gli altri e rispetto all’ex Rais. Ma se il Presidente egiziano è molto lontano dalla figura di Mubarak, ha delle cose in comune con il premier turco Recep Tayyip Erdogan. Entrambi hanno allontanato dal potere politico i militari. I due, che si sono appena incontrati al Cairo durante la guerra di Gaza, sotto questo aspetto si somigliano: non solo perché sono entrambi musulmani ma anche perché hanno acquisito un’immagine pragmatica, licenziando progressivamente il ruolo politico dell’esercito nei loro rispettivi Paesi.

Erdogan nelle ultime elezioni governative, che hanno confermato l’AKp come partito di governo, si è affrettato- tra gli obiettivi del suo programma- a limitare il potere di alcuni organi giudiziari nonché a ridimensionare l’autorità degli apparati militari. Il 29 Luglio 2011 è stato, infatti, per la Turchia un giorno memorabile: il Premier ha dato una spallata all’esercito, considerato da decenni come unico e inamovibile punto di riferimento dello Stato. Nel mirino di Morsi ci sono anche i giudici e i generali del vecchio establishment. Motivo per cui ha messo il cappello sulla rivoluzione egiziana “E’ l’inizio di una vera vendetta per il sangue dei martiri. Distruggeremo le infrastrutture istituzionali del vecchio regime” aveva tuonato dopo l’emanazione del recente decreto presidenziale.

E così ha licenziato il procuratore generale Abdel Meguid Mahmud sostituendolo con Talaat Ibrahim Abdallah, mettendosi quindi in rotta di collisione con il potere giudiziario. Ma ha anche ordinato nuove indagini e nuovi processi nei casi riguardanti la morte di manifestanti durante le rivolte del 25 gennaio di due anni fa. Una decisione, quest’ultima, che potrebbe coinvolgere alti funzionari e alti ufficiali. Finora hanno pagato soprattutto le gerarchie più basse della polizia. Solo un’attenta lettura della Costituzione potrà ora realmente delineare la suddivisione dei poteri in Egitto, nella cosiddetta era della ‘Fratellanza’. 

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