
Parmesan, Regianito, Parma Ham, Daniele Prosciutto & Company. Sono solo alcuni dei nomi degli alimenti contraffatti spacciati come “made in Italy”. Un mercato che solo in Italia raggiunge un volume d’affari di oltre 1 miliardo di euro. Ogni anno nel nostro Paese entrano prodotti alimentari “clandestini” e “pericolosi” per oltre 2 miliardi di euro. Serve «un maggiore coordinamento europeo, attraverso la creazione di una concreta rete dell’anticontraffazione, una task-force per contrastare truffe e falsificazioni», dice Cristina Chirico, responsabile dell’Ufficio internazionale della Confederazione italiana agricoltori (Cia). «Senza la contraffazione nel nostro Paese ci sarebbero 110mila posti di lavoro in più e 1,7 miliardi di entrate per il fisco. La contraffazione sottrae oltre 5 miliardi di euro di valore aggiunto».
La Cia ha partecipato agli Stati generali della lotta alla contraffazione. Gli ultimi dati parlano di 10 milioni di chili di cibi contraffatti sequestrati nel 2012. Perché in Italia si possono alterare così gli alimenti?
La causa di numeri così alti di falsi “made in Italy” sta nell’altissimo valore aggiunto delle nostre produzioni agroalimentari di qualità e nella crescente domanda da parte dei consumatori, prima di tutto sui mercati esteri. È ovvio che si tratta di un business enorme che “richiama” truffatori, agro-pirati e organizzazioni criminose. Come è emerso anche dall’analisi svolta dal Consiglio nazionale anticontraffazione, di cui la Cia fa parte, e che si è riunito a Milano negli Stati Generali di lunedì scorso, il fenomeno della contraffazione, oltre a registrare numeri crescenti, si è andato via via modificando nel corso degli ultimi anni. Oggi il mondo del “falso” è molto articolato: si passa dall’usurpazione della denominazione (contraffazione del marchio), all’imitazione (prodotto “tipo”…), all’indicazione d’origine falsa (falso made in italy, come il pomodoro made in Italy di provenienza cinese), alle frodi alimentari (olii deodorati, formaggi alla caseina, ecc.).
Come avviene la contraffazione?
La sola contraffazione criminale è fortissima, soprattutto quando si parla di mercati stranieri. Come noto, nel caso dell’Italian sounding – il fenomeno dei prodotti che vengono spacciati per italiani utilizzando nomi (Parmesan, Regianito, Parma Ham, Daniele Prosciutto & Company, Cambozola e Tinboonzola, Truffle Pecorino etc.), termini (tipico, tradizionale) e segni grafici (il tricolore, la lupa, il Colosseo, eccetera) che richiamano in tutto e per tutto l’Italia – l’usurpazione sui mercati esteri è realizzata da marchi commerciali stranieri registrati nel rispetto delle leggi locali vigenti ed è possibile perché a livello mondiale ancora non esiste una vera tutela delle nostre eccellenze certificate. L’agropirateria, la contraffazione, l’imitazione, e soprattutto l’Italian sounding generano un volume d’affari che è quasi due volte e mezzo quello del nostro export agroalimentare nel mondo, pari a 25 miliardi di euro circa l’anno. E la situazione sta assumendo dimensioni sempre più preoccupanti, anche per la progressiva diffusione tramite l’e-commerce.
Ma come si possono alterare gli alimenti?
L’alterazione è sostanzialmente di due tipi: commerciale (per esempio l’etichetta che non corrisponde al prodotto) e di natura sanitaria (relativa alle caratteristiche organolettiche che risultano adulterate e sofisticate rispetto al prodotto originario).
Come si riconoscono?
Il problema non sono il Parmesan o il Danish Grana, che sono più facilmente riconoscibili. I problemi veri sono sulle sofisticazioni alimentari (come nel caso degli oli deodorati) che purtroppo sono riconoscibili solo attraverso il sistema dei controlli (Nas, Nac, autorità sanitarie, Dogana, Finanza). In questo senso, un’arma di difesa in mano al consumatore è certamente l’etichettatura degli alimenti: oggi in Italia è obbligatorio indicare in etichetta l’origine del prodotto per latte, pollame, carne bovina, olio extravergine d’oliva, miele, passata di pomodoro. Certo bisogna fare ancora di più, estendendo l’obbligatorietà di indicare la provenienza a tutti i trasformati, ma rispetto al passato è un passo avanti e uno strumento importante per aiutare i consumatori a fare scelte più sicure e consapevoli.
Quali sono i cibi più interessati dalla contraffazione?
L’olio d’oliva è tra i prodotti più taroccati. Al posto dell’olio extravergine d’oliva segnalato in etichetta, esistono in commercio miscugli di olii di varia provenienza e nessun controllo, olii di semi e/o lampanti, deodorati, colorati con clorofilla. La Cia della Regione Puglia si è battuta per ottenere la riduzione del parametro comunitario degli alchil esteri (composti chimici, ndr) nell’olio extravergine di oliva da 75 mg/kg a 30, in modo da non consentire le miscele fraudolente con olio lampante e deodorato. Poi ci sono i formaggi alla caseina, che viene usata in sostituzione parziale del latte per ottenere un prodotto a pasta filata venduto come analogo alla mozzarella. E spesso vengono commercializzate come italiane mozzarelle ottenute da cagliate importate. Per le conserve di pomodoro, poi, esiste ad esempio il pomodoro concentrato cinese venduto come prodotto “made in Italy”, che è invece pomodoro proveniente dalla Cina poi trattato con l’aggiunta di acqua e sale, pastorizzato e poi commercializzato come italiano. A riguardo, segnaliamo come ad aprile scorso è arrivata la prima storica sentenza di condanna per il reato di vendita di prodotti industriali con segni mendaci, nei confronti di un imprenditore che commercializzava come italiano un concentrato di pomodoro prodotto in realtà con pomodori importati dalla Cina. E ci sono dei falsi anche sul vino: i famosi “wine-kit” diffusi all’estero promettono di ottenere pseudo vini italiani usando misteriose polveri e liquidi chimici di dubbia provenienza. Sui prodotti freschi, ci sono gli agrumi commercializzati come italiani ma provenienti dal Mediterraneo del Sud.
Sono prodotti in Italia o all’estero?
La diffusione della contraffazione è globale: non c’è più da stupirsi nel trovare in vendita il Prosciutto di Parma, il Grana Padano e il Parmigiano Reggiano prodotti in Argentina, in Australia o, addirittura, in Cina. Ma anche in Italia, come dimostrano i dati relativi ai sequestri operati dall’Arma dei carabinieri, dalla Guardia di Finanza e dalla Forestale, il fenomeno è in continua crescita, con frodi commerciali e sanitarie, falsificazioni, sofisticazioni e contraffazioni vere e proprie. E così il nostro Paese è al primo posto in Europa per le segnalazioni di cibi “irregolari”. Questo dato è molto significativo perché dimostra che in Italia i controlli funzionano davvero. Ogni anno entrano in Italia prodotti alimentari “clandestini” e “pericolosi” per oltre 2 miliardi di euro. Poco meno del 5 per cento della produzione agricola nazionale. I sequestri da parte delle autorità competenti italiane negli ultimi due anni si sono più che quadruplicati. I più colpiti dalle sofisticazioni sono i sughi pronti, i pomodori in scatola, il caffè, la pasta, l’olio di oliva, la mozzarella, i formaggi, le conserve alimentari. E l’allarme maggiore è per quello che viene dalla Cina che, nonostante il calo delle esportazioni “ufficiali” in Italia, riesce a far entrare nella Penisola grandi quantità di prodotti che possono mettere a repentaglio la salute, oltre a provocare gravi danni all’economia agricola nazionale.
Quali sono i requisiti obbligatori per i cibi che importiamo?
I requisiti obbligatori sono quelli relativi alla sicurezza alimentare previsti dalla normativa europea, come il regolamento 178 del 2007, e nazionale.
Cosa dicono la legislazione italiana ed europea sul tema?
Ci sono tante norme. Tra le più importanti a tutela dell’agroalimentare e della sicurezza dei cittadini rispetto a truffe e contraffazioni, ci sono le misure sulla tracciabilità del prodotto, l’etichettatura obbligatoria d’origine e l’autocontrollo aziendale, inteso come rispetto delle norme igienico-sanitarie in azienda. In questo contesto, va citato assolutamente il cosiddetto “salva olio”, ovvero il disegno di legge Mongiello-Scarpa sulla qualità e la trasparenza dell’olio d’oliva, che ha avuto il via libera del Senato e ora deve passare alla Camera per l’ok definitivo. Il ddl aiuta a prevenire e a combattere le frodi nel settore, con l’obbligo di rendere più chiare le informazioni contenute in etichetta, non solo l’origine ma anche la categoria merceologica. E poi il ddl introduce il vincolo del termine minimo di conservazione e la corretta presentazione degli oli di oliva nei pubblici esercizi, nonché nuove disposizioni per contrastare le pratiche commerciali ingannevoli, ad esempio tutte quelle diciture o immagini o simboli grafici sulla bottiglia che evocano zone geografiche non corrispondenti all’effettiva provenienza territoriale delle olive.
Cosa deve ancora esser fatto in termini legislativi?
Senz’altro, un maggiore coordinamento europeo, attraverso la creazione di una concreta rete dell’anticontraffazione, una task-force per contrastare truffe e falsificazioni. In Italia i controlli funzionano: l’azione di contrasto sulle frodi alimentari esercitate dalle forze dell’ordine è eccellente. Il problema è che spesso non c’è coordinamento a livello europeo anche perché in molti paesi Ue si sottovaluta il problema. L’Interpol e l’Europol, insieme alle autorità di controllo nazionali, sono riuscite a intercettare significative frodi alimentari sul mercato comunitario. Il successo di questa operazione mostra chiaramente che solo attraverso il coordinamento comunitario e la partecipazione dei singoli paesi membri è possibile bloccare il fenomeno. L’Italia, nonostante faccia scuola in Europa nella lotta alla contraffazione, da sola non potrà arrestare i flussi in entrata e in uscita, poiché la filiera del falso è transazionale. La stessa Agenzia delle dogane italiana sottolinea come non tutte le frontiere sono controllate nello stesso modo, anche all’interno dell’Unione europea. Se merci contraffatte vengono bloccate nei nostri porti, ma possono entrare senza troppo disturbo in altre frontiere, viene meno di fatto il principio dell’unità doganale. La libera circolazione delle merci nell’Unione permette poi l’arrivo indisturbato anche in Italia di prodotti che non sarebbero forse entrati direttamente nei nostri confini. Inoltre, abbiamo criticato duramente la sottoscrizione da parte Ue di accordi commerciali di libero scambio con alcuni paesi del Sud Mediterraneo che non garantiscono, a detta degli stessi organi comunitari, un adeguato controllo doganale.
E in Italia?
In Italia ribadiamo la necessità di una etichettatura chiara dell’origine dei prodotti: sui prodotti freschi siamo sulla buona strada, mentre su quelli trasformati va fatto ancora molto, migliorando la normativa indicando la provenienza della materia prima. In Europa continuiamo a sostenere con forza la necessità della normativa a favore del “Made in”, per garantire l’autenticità della provenienza dei prodotti. Finora l’Europa del “Made by”, ovvero dei Paesi a forte interesse mercantile dove prevale il concetto del marchio aziendale (qualsiasi provenienza abbia il prodotto), ha prevalso sul “Made in”, ma crediamo che la battaglia sulla chiara etichettatura dell’origine, lasciando poi il consumatore libero di fare le sue scelte d’acquisto, sarà portata avanti dal nostro Paese.
Quali passi in avanti sono stati fatti?
Una nota positiva, e forse il segnale che anche in Europa qualcosa sta cambiando, è che è stato recentemente approvato nell’ambito del cosiddetto “Pacchetto Qualità” il principio che l’attività di controllo e repressione della commercializzazione di prodotti contraffatti, che riportano diciture improprie imitative o vere usurpazioni delle denominazioni, dovrà essere esercitata dalle autorità dello Stato membro dove il prodotto viene commercializzato. Sembrerà banale, ma finora per far ritirare dal mercato merci contraffatte dovevano intervenire non l’autorità del Paese interessato, ma il Consorzio di tutela del prodotto autentico e l’autorità del paese di produzione. Occorre, però, incrementare e potenziare i meccanismi di controllo e certificazione della qualità, migliorando e semplificando l’operatività degli organismi accreditati. Bisogna evitare inutili sovrapposizioni e allo stesso tempo potenziare i sistemi di tracciabilità e informatizzazione del sistema. Vi è poi l’annosa questione del rafforzamento della tutela multilaterale delle indicazioni geografiche nelle trattative Trip’s in corso a Ginevra presso l’Organizzazione mondiale per il commercio, dove lo stallo del negoziato è ormai definitivo. Ma bisogna puntare i piedi e insistere: oggi i continui rinvenimenti di contraffazioni, sofisticazioni o semplicemente evocazioni dell’origine sono aggravati da un sistema internazionale che non promuove forme di tutela del prodotto autentico e non dà seguito agli impegni negoziali in ambito Wto. È quindi importante pretendere che il riconoscimento della qualità dei prodotti europei e del loro modello di produzione avvenga non solo nel mercato comunitario, ma anche all’esterno.
Che impatto economico ha la circolazione dei cibi contraffatti sul settore agroalimentare italiano?
Il mercato italiano del falso fattura circa 7 miliardi di euro e il settore più colpito – dopo l’abbigliamento, gli accessori, i cd e dvd – è proprio l’alimentare, con un giro d’affari del “tarocco” superiore a un miliardo. Secondo lo studio recente di Censis e Mise, senza la contraffazione nel nostro Paese ci sarebbero 110 mila posti di lavoro in più e 1,7 miliardi di entrate per il fisco. La contraffazione sottrae al nostro Paese oltre 5 miliardi di euro di valore aggiunto, con un’incidenza negativa sul Pil, in primis su quello dei comparti più interessati dal problema contraffazione. Ancora più enormi sono i danni provocati dall’Italian sounding nel mondo. L’agropirateria internazionale, infatti, genera un business illegale di ben 60 miliardi di euro l’anno.
Ci sono anche pericoli per la salute?
La contraffazione dei prodotti alimentari sta avendo un’attenzione sempre più forte da parte delle autorità preposte al controllo della salubrità degli alimenti, poiché consumare un prodotto contraffatto, creato e commercializzato senza alcun rispetto delle regole igienico-sanitarie è considerato un grave rischio per la salute. Insieme all’acquisto di farmaci e giocattoli contraffatti, il settore del cibo contraffatto, anche per le caratteristiche di facile deperibilità dei prodotti con l’immissione di merci spesso scadute e conservate in pessime condizioni igieniche, è considerato tra i principali veicoli di rischi per la salute: ne è un esempio il settore ittico, in cui tra l’altro il Sistema di controlli comunitari ha accertato la presenza di metalli pesanti e batteri.
Per il cittadino consumatore, quali etichette garantiscono qualità e sicurezza del cibo?
Tutte le etichette dovrebbero garantire la qualità e la sicurezza del cibo. I marchi che oggi garantiscono maggiormente il controllo e la certificazione lungo tutta la filiera sono i marchi della qualità regolamentata (cioè Dop, Igp e biologico, Doc e Docg per i vini). È chiaro poi che più un’etichetta è trasparente, chiara e leggibile (per esempio scritta con caratteri più grandi), più è facile per i consumatori fare scelte sicure e consapevoli. Ma oltre all’obbligo dell’indicazione d’origine, che noi vogliamo estesa su tutti i prodotti, le altre informazioni sono facoltative. Vuol dire che è facoltà delle aziende decidere se inserire in etichetta ad esempio informazioni sul processo produttivo, nel caso della carne, la razza e l’età del bovino, il mangime utilizzato, tutte le fasi della filiera dall’allevamento dal macello al punto vendita.