Bene le primarie, peccato il futuro premier avrà margini così ristretti

Bene le primarie, peccato il futuro premier avrà margini così ristretti

Le primarie come grande momento di mobilitazione collettiva sono un dato, una realtà giustamente festeggiata a sinistra che vede peraltro la destra nel ruolo di aspirante allieva. Le code del primo turno, la partecipazione di qualche milione di persone, sono un elemento politico di condivisa speranza di potere partecipare al cambiamento. Eppure, senza nulla togliere a quella speranza, ora che Bersani ha vinto, ma questo sarebbe valso per chiunque, si troverà a muoversi in margini così ristretti che lo spazio d’azione rischia di essere davvero minimo. Uno spazio ridotto, che per una serie di ragioni non solo economiche, si sta ulteriormente riducendo. 

Come, giustamente, ha sottolineato Ugo Arrigo, le previsioni dell’Ocse sull’economia italiana nel triennio 2012-14 dicono che «per effetto della mancata riduzione del disavanzo pubblico (causata dalla recessione prodotta dalle manovre) il rapporto debito/Pil continuerà a crescere sino a valori mai registrati nella storia della Repubblica e visti in un solo periodo in quella del Regno d’Italia. Già nel solo 2012 del governo tecnico il rapporto sale di ben sette punti percentuali in un solo anno: dal quasi 121% del 2011 al quasi 128%. E l’anno prossimo sfonderà il 130% per portarsi nel 2014 al 132%. L’unica volta nella storia d’Italia in cui raggiunse e superò tale valore fu nel 1919». Arrigo si chiede quindi se non sia il caso, visti questi dati, di rottamare l’Agenda Monti prima che sia troppo tardi. E qui ci si divide fra montiani e non, che è un punto molto interessante, ma non è il nostro ora. Quello che unisce è il parlare di crescita, anche se le condizioni per averla si fanno via via più complicate. 

Perché, anche se il decennale è sceso, e se anche fino all’elezioni tedesche dell’autunno non succederà nulla, quanto ricorda Arrigo rafforza semplicemente un aspetto che rende bene l’idea di quanto siano ristretti i margini: chiunque vinca dovrà continuare a rispondere prima ai creditori che ai cittadini. Si può urlare al «senato virtuale», come lo definisce Chomsky, e il problema esiste, ma prima vale la pena ricordare che quel debito pubblico ce lo siamo fatti noi con le nostre mani. Un problema di sovranità economica, rispetto ai mercati, questo, che si somma al tema della sovranità politica rispetto a Bruxelles. Ed è chiaro che, sotto questo aspetto, abbia ragione Draghi, come ricorda su questo giornale Andrea Lorenzo Capussela: dovremo cedere sovranità sia per ristabilire fiducia nell’unione monetaria, sia per riacquistare in questo modo la sovranità che gli stati membri hanno individualmente perduto nei confronti dei mercati.

Se quindi davanti al nostro debito che torna ai livelli del 1919, le possibilità di manovra sono ancora più ristrette di qualche tempo fa, si può obiettare che, ad esempio, in termini di politiche fiscali le differenze possono essere molto grandi e che sono molte le riforme a costo zero che si possono fare. Ma dalle liberalizzazioni, alla riduzione del carico fiscale dopo una riduzione della spesa pubblica, passando per le rinegoziazioni con Bruxelles, anche qua lo spazio è un pertugio che si va stringendo. Un conto è, altro esempio, liberalizzare il settore assicurativo e bancario quando soffia il vento, un conto è farlo quando banche e assicurazioni stanno in piedi per un soffio. E lo stesso vale per le casse della Ue in tempi di lotta sulla riduzione al bilancio. E così via. Sono tutte cose giuste, che però diventano ogni giorno più difficili. 

Oppure prendiamo la patrimoniale a cui Bersani ha dato il suo appoggio. Oggi perfino il Cancelleriere dello scacchiere inglese, il conservatore George Osborne, ha detto che i ricchi dovranno pagare di più, e, come ricordava sulle nostre pagine Pietro Modiano, ai tempi di Eisenhower, che era repubblicano, l’aliquota era al 91%, e ai tempi del Nixon di law and order  era al 70 per cento. Ma, in questo caso, non ci sarebbe solo il problema che manca una vera mappa dei patrimoni, o che si può imporre una patrimoniale solo dopo aver ridotto la spesa e gli sprechi. Quando si cita il dato di Banca d’Italia, secondo cui la ricchezza delle famiglie italiane è quattro volte il debito, nella componente degli immobili bisogna tenere conto che il calo del loro valore non è ancora riscontrato nei dati e rischia di essere molto netto. Oppure ancora su un altro fronte, quando qualcuno sogna la cessione degli immobili statali e finora c’è riuscito davvero solo Quintino Sella, non ci si scontra più solo contro le resistenze degli enti pubblici per i quali quegli immobili sono potere, ma anche con quelle degli immobiliaristi che si trovano davanti a un settore con pochi segni di vita e che hanno il terrore che l’impatto degli immobili pubblici sul mercato sarebbe esiziale. 

Insomma, se davvero Bersani sarà premier avrà margini di manovra davvero esigui e, per questo, dovrà essere un radicale nell’affrontare lobby, interessi e potentati. Perché uno spazio così esiguo necessita di radicalismi su questi fronti. Ma, se anche avrà il coraggio e i numeri per farlo in una situazione così difficile, c’è anche un’altra forte restrizione. Se le elezioni nazionali avranno tendenze simili a quelle regionali siciliane, alle urne andrà circa la metà della popolazione. Il rischio netto è che  chi governerà rappresenterà circa un quarto degli italiani (in un parlamento dove l’unica altra grande forza sono i grillini e per il resto sarà simil pulviscolare). Il che per fare riforme radicali, ammesso che si vogliano davvero fare, è un altro ostacolo (che può spingere a cercare legittimità in Bruxelles, e quindi, ancora una volta, in Monti, ma questo sarebbe un altro discorso). Insomma, dovesse diventare premier, Bersani dovrà armarsi di tutto l’idealismo uscito dalle urne, perché, dovesse farcela davvero, tenere assieme le emozioni di queste speranze e la realtà della nostra situazione, sarà fatica erculea. 

Twitter: @jacopobarigazzi