Perfino la destra Usa apre alla tassa sulla ricchezza

Perfino la destra Usa apre alla tassa sulla ricchezza

Anche i repubblicani Usa aprono a un rialzo della tassazione dei super ricchi, mettendo fine a uno degli ultimi tabù rimasti nel mondo della destra americana e non solo. La mossa dello speaker repubblicano John Boehner non sarà forse sufficiente ad evitare lo stallo sulle negoziazioni sul fiscal cliff, la “rupe fiscale” che imporrebbe 600 miliardi di tagli e rialzo delle tasse, ma è coraggiosa e segna uno spartiacque preciso anche perché arriva dopo che la Fed ha mandato a quel paese un altro totem di questi ultimi 30 anni con l’annuncio che seguirà target occupazionali e non più inflazionistici. Boehner ha proposto che la soglia per il rialzo dell’aliquota sia un milione di dollari (e non i 250 mila dollari indicati da Obama) il che dà alla sua mossa una luce più simbolica che pratica. Ma, essendo la politica fatta di simboli, questo la rende solo più interessante. A maggior ragione dopo che anche i conservatori inglesi hanno segnalato la stessa intenzione. Sono primi passi. E possono servire a capire lo smarrimmento che stra attraversando le destre negli Usa come in Francia o in Italia. Ma andiamo con ordine. 

Secondo il Tax Policy Center, ente non-partisan, ci sono circa 2,8 milioni di persone che guadagnano più di 250 mila dollari l’anno, circa il 2% dei contribuenti. Portare l’aliquota al 39,6% nel primo anno dell’applicazione di questo rialzo porterebbe nelle casse federali fra i 40 e i 45 miliardi in entrate aggiuntive. Il piano Boehner coinvolgerebbe invece, in cambio di tagli alla spesa pubblica maggiori di quelli proposti da Obama, solo 360 mila persone, circa lo 0,2% dei contibuenti e porterebbe in cassa entrate aggiuntive per soli 20 miliardi, o anche meno, nel primo anno di applicazione. Se poi il compromesso dovesse essere di rialzare l’aliquota dal 35 solo al 37%, uno dei punti della discussione, allora il gettito sarebbe ancora inferiore. 

Quello che vogliamo qui non è capire se la mossa di Boehner sia sufficiente a salvare gli Usa dal fiscal cliff (già nello scorso negoziato sul fiscal cliff c’erano state aperture di Boehner) ma sottolineare la portata culturale e politica del cambiamento dato il contesto in cui avviene. Non è forse un caso che uno dei maggiori architetti della deregulation che ha portato alla nascita di colossi come Citigroup e alla proliferazione senza controllo di strumenti derivati, Lawrence Summers, sia adesso così pentito di quegli eccessi da scrivere che «la redistribuzione è ora più importante della crescita». Oppure, come fa sul Financial Times di oggi, che «i maggiori scandali non sono le cose illegali che fa la gente, ma le cose che sono pienamente legali».

Tutto vero ma più ancora di Summers, che è un democratico, vale la mossa di Boehner a Washington, o quella di George Osborne a Londra. Anche il cancelliere dello Scacchiere conservatore ha infatti aperto a un maggior contributo delle classi più privilegiate.  Quelli alla Depardieu che, pur di non pagare più tasse si traferiscono in Belgio (in Francia le barzellette sui belgi sono le stesse che abbiamo sui carabinieri), rischiano di dover continuare a fuggire se adesso anche le destre americane e inglesi muovono in direzione contraria. E anche da noi, dove i dati Bankitalia di giovedì scorso mostrano ancora una volta che il 10% delle famiglie detiene il 45,9% della ricchezza complessiva, politiche redistributive, non punitive, hanno una certa urgenza. Perché, se negli Usa e nel Regno Unito la sperequazione sociale veniva compensata dalla mobilità sociale, i dati Ocse mostrano che dalle nostre parti non c’è  manco quello, l’ascensore sociale è rotto da un pezzo e nessuno ha fatto manutenzione, rendendo ineguaglianze così nette più insopportabili e inefficienti.

Non è forse un caso che uno dei saggi più dibattuti in queste settimane sui giornali Usa sia Plutocrats di Chrystia Freeland di cui leggerete a breve un’autorevole recensione su queste pagine. La Freeland, una carriera spesa al Financial Times dopo una laurea ad Harvard che l’ha portata ora a Thomson Reuters, descrive un mondo, quello dei “plutocrati” americani, dove spesso la ricchezza accumulata diventa un muro che protegge dalle avversità ma che allo stesso tempo impedisce di vedere fuori. Racconta di un sistema dove la meritocrazia è degenerata («se sono così ricco è perché sono stato più bravo, quindi gli altri non si lamentino») e della terribile convergenza fra comunismo e capitalismo quando si tratta di ragionare di redistribuzione della ricchezza. Il libro si apre infatti con la storia di un ricercatore jugoslavo che racconta come il regime comunista respingesse le sue ricerche perché, in quel mondo, parlare di redistribuzione significava testimoniare che qualcosa non stava funzionando nel modello. Solo che, una volta emigrato negli Usa, molti think tank conservatori mostravano uguale disinteresse verso il tema, in una raggelante identità di vedute coi comunisti di Tito. Non sono solo i diritti che vanno redistribuiti. Ecco, forse dietro alla crisi delle destre, negli Usa come in Francia e da noi, c’è proprio la necessità di ripensare questi temi perché il sistema sottostante è collassato lasciando dietro di sé macerie di ingiustizie non più tollerabili. Chi ha paura che la sinistra al potere gli freghi la barca rischia il paradosso che a rubargliela ora sia un signore in doppio petto. Forse è il caso di aprire sul tema una discussione laica nel senso più alto del termine: senza déi ma anche senza il dio del non averne.

Twitter: @jacopobarigazzi