Fiscal cliff e quel dubbio che i problemi siano più grandi della politica

Fiscal cliff e quel dubbio che i problemi siano più grandi della politica

L’accordo raggiunto al Senato per evitare il fiscal cliff, la mannaia dei 600 miliardi di dollari in nuovi tagli e tasse che scatta se la politica non trova la quadratura, è passato alla Camera con il risultato di 257 a 167, con 85 repubblicani che hanno raggiunto i 172 democratici nel votare a favore di un rialzo della tassazione, in questo caso per i più benestanti, «per la prima volta in 20 anni» come sottolinea la stampa Usa.

Solo che le buone notizie, se si possono considerare tali i rialzi della pressione fiscale, finiscono qua. La situazione ricorda infatti un ironico sermone di Sant’Antonio, messo in musica da Mahler, dove branchi di pesci vanno a sentire le alte e sagge parole del santo per poi andersene felici e tornare a comportarsi come sempre, alla faccia di tanta professata virtù. Ecco la politica, almeno nella versione offerta nel mondo occidentale, assomiglia sempre di più a quei pesci così sordi ad alti richiami. E lo vediamo bene in questo caso. Secondo molti il “burrone fiscale” potrebbe riportare il paese in recessione. Il nodo del contendere è se un accordo che riguarda solo la parte fiscale, e non i tagli alla spesa, sia una vera vittoria. Ovviamente la risposta è sì per un’icona liberal come Paul Krugman e ovviamente no per un simbolo del pensiero conservatore come Charles Krauthammer. Ma il punto è un altro: la possibilità di un accordo, e la sua portata, sono una cartina di tornasole per capire quanto la politica riesca ad essere all’altezza del compito davanti a debiti pubblici in via di esplosione per ragioni democrafiche ed economico-sociali. E il risultato, una specie di aspirina per un malato grave, non fa pensare a un inizio anno col botto. 

I provvedimenti sono stati approvati dal Senato con uno schiacciante 89 a 8, un voto netto che era inteso mettere pressione sulla Camera perché riesca a dare via libera al pacchetto prima dello scioglimento di 112esimo Congresso, previsto per giovedì a mezzogiorno ora locale. Fra le misure prese c’è una estensione dei tagli alle tasse sul reddito per i singoli che guadagnano meno di 400mila dollari all’anno, e per le coppie che ne guadagnano meno di 450mila mentre, per chi ha redditi maggiori, l’aliquota fiscale passa dall’attuale 35% al 39,6%. Inoltre si prevede un aumento della tassa sulla successione dal 35% al 40%, un aumento della tassa sulle plusvalenze e i dividendi, per i redditi superiori a 400mila dollari (450mila per le famiglie), dal 15% al 20%. Inoltre è ora prevista tra le altre misure l’estensione per cinque anni dei crediti di imposta per l’infanzia e l’estensione di un anno per gli investimenti commerciali in nuove proprietà e attrezzature, per il credito di imposta su ricerca e sviluppo, e sulle risorse rinnovabili. 

Come avevamo già avuto modo di sottolineare la destra Usa ha aperto in questo modo a una maggiore tassazione per i più abbienti (anche se Obama aveva indicato la soglia dei 250mila dollari) in linea con quanto sta dicendo anche il governo conservatore inglese. Ma è indubbio che, al di là delle divisioni fra democratici e repubblicani, viene da dare ragione a chi, come David Brooks sul New York Times, ha ribatizzato l’accordo un fiscal flop.  L’entità delle nuove tasse è notevole (come si vede dal grafico qui sotto elaborato dal Washington Post su dati del Tesoro e di Moody’s), ma l l’entità della sfida è molto maggiore.

I dati che ricorda Brooks sono quelli che leggiamo da anni, che siano del Congressional Budget Office o nella ricerche degli analisti: il debito pubblico Usa era il 38% del Pil nel 1965 per arrivare all’attuale 74% con una previsione di arrivare al 90% in una decade e al 247% in trent’anni. Solo che fra 30 anni non è detto che il dollaro sia ancora la principale valuta di riserva mondiale come accade ora spingendo le banche centrali a comprare titoli Usa. Né si può dare per scontato che fra 30 anni le navi Usa controlleranno ancora le principali rotte del commercio mondiale. La frase di Draghi sulla fine del modello di welfare europeo si adatta perfettamente anche Oltreoceano. E mentre molti sottolineano che anche quelli approvati sono ancora una volta solo dei palliativi, che dovranno per forza esserci nuove tase, nuovi tagli e che si dovrà tenere un dibattito vero sul come passare il testimone alle prossime generazioni, la politica incespica in termini di rappresentanza sociale e arranca nel proporre soluzioni, qua come là.

Si potrà obiettare che le discussioni sul fiscal cliff non sono il luogo adatto per affrontare questi temi nella loro portata, tantomeno con un Congresso in uscita, ma un segnale in tal senso sarebbe stato importante. Oppure si può obiettare che il clima politico a Washington si è così radicalizzato, da Nixon in poi, che è già un miracolo che si sia arrivati a questo. Ma è proprio questo ciò che non torna, quelle divisioni risultato delle battaglie ideologiche degli ultimi 30 anni ora trovano sempre meno senso davanti alla vastità della sfida che gli Usa e il mondo occidentale hanno davanti. Il video dove il rapper sudcoreano Psy prende per i fondelli i nouveau riche del suo paese (Gangman Stytle), canzone che non è manco cantata in inglese ma ha raggiunto un miliardo di visualizzazioni su youtube, è stato addirittura preso da un columinist come Christopher Caldweel del Financial Times come un segnale di fine per il softpower Usa. Dopo che già il National Intelligence council, l’ente che racchiude le 16 agenzie di intelligence Usa, ha suonato il de profundis per l’hard power a stelle e strisce mettendo nero su bianco poche settimane fa che la “Pax americana” è moribonda.  Il clima che si respira è questo. 

E mentre le speranze di ripresa economica per i prossimi anni sono affidate a un accordo di libero scambio fra Usa ed Europa, di cui si inizia sempre più a parlare proprio in queste settimane, mentre in Asia si punta su un altro accordo (il Trans Pacific Partnership) che dovrebbe coinvolgere Usa, Canada e Messico ma anche Giappone e Corea, la domanda resta la stessa sulle due sponde dell’Atlantico: come fare a portare la politica all’altezza delle sfide proprio nel momento in cui i mercati dall’alto, e il populismo dal basso, ne limitano sempre di più lo spazio d’azione? Ecco perché quell’accordo commerciale fra Usa ed Europa, se davvero andrà in porto, non servirà solo a rinsaldare le nostre economie ma anche i nostri destini. Che sono inevitabilmente sempre più comuni, se non altro nella speranza di evitare di non essere anfibi a qualunque saggezza come quei pesci del sermone di Sant’Antonio. 

Twitter: @jacopobarigazzi