Il Nord le ha sbagliate tutte e ora non sa chi votare

Il Nord le ha sbagliate tutte e ora non sa chi votare

Un grande ingorgo politico, in parte populista in parte anti mercato in parte euroscettico, dove il bersaglio è lo scalpo di Mario Monti e l’eredità del suo governo e la posta in palio il voto nel nord Italia dopo la lunga stagione bossian-berlusconiana del centrodestra egemone.
A poco più di un mese dalle elezioni l’elenco dei partiti, dei leader e delle ricette in campo non potrebbe essere più disparato ma c’è come un filo rosso che li unifica, da destra a sinistra: Berlusconi, Grillo, Ingroia, Fassina, Vendola, Maroni e Tremonti pensano su per giù le stesse cose su Monti e il suo interregno a palazzo Chigi: troppa subalternità all’Europa e ai mercati finanziari, troppo rigore, troppe tasse (in assoluto o sui soliti contribuenti onesti, a seconda dei punti di vista) e troppa tecnocrazia. Con diverse gradazioni, stili, coerenze e cinismi è questo il pensiero dominante apparecchiato sul tavolo della politica italiana. Il vaso di coccio sembra essere una chiara offerta politica riformista, pro Europa e pro mercato, realmente popolare e capace di sfuggire il destino di testimonianza di formazioni alla Fare-Fermare il declino.

Al Nord tutto questo si vede e si sente di più. Per anni è stata la Bulgaria di Bossi e Berlusconi, due leader capaci di creare comunità, consenso e radicamento a tutto campo, maneggiando senza rivali le parole della politica: sicurezza, impresa, immigrazione, tasse e federalismo. Almeno fino alla grande crisi economico-finanziaria, gli scandali in salsa Rubi & Belsito, le promesse mancate, i tonfi alle elezioni amministrative e la fine del governo forza-leghista, che hanno mestamente lasciato il blocco dei Pro.Pro (professionisti e produttori) e le partite Iva orfani di rappresentanza. «Il disincanto di questi ceti, frustrati da vent’anni di promesse mancate del centrodestra e di deserto a sinistra, è profondo», riassume icastico il sociologo Aldo Bonomi.

Secondo i maggiori sondaggisti quasi un elettore su due sopra il Po medita l’astensione mentre sul tavolo resta, inevasa, la mitica Questione settentrionale: artigiani e Pmi vessati da fisco e burocrazia, comuni virtuosi strozzati dal patto di stabilità, la crisi del capitalismo molecolare addensato sulla Pedemontana che corre da Biella a Pordenone, il fossato nord-sud mai così ampio e il debito pubblico abnorme che ci ha portato al quasi default senza che il federalismo sia arrivato a bersaglio.

«La fine di questo ciclo ha aperto il mercato elettorale», scrive da mesi, inascoltato, il professor Roberto D’Alimonte. Come nel biennio 92-94 il voto è tornato contendibile. Di più. Frantumatosi il blocco dell’individualismo proprietario, che riportò il centrodestra a palazzo Chigi nel 2001, resta in sospeso la vera domanda: chi si prenderà il nord tra il partito unico dell’astensione, la revanche berlusconiana, il montismo di governo, le suggestioni grilline, il Pd a trazione socialdemocratica e la nuova (vecchia) Lega di Maroni in tandem con Giulio Tremonti? Da tempo non si vedeva un affollamento simile sopra il Po.

Proviamo a fare una breve panoramica. Il Movimento Cinque Stelle sembra in flessione, sfregiato dalle purghe intestine e le prime prove di governo reale, Parma su tutti. Ma resta una formazione data dai sondaggi abbondantemente sopra il 10% nazionale, con i picchi migliori proprio al nord. Secondo Demos a fidarsi del movimento di Grillo sono soprattutto «uomini di età 25-44 anni, scolarità medio-alta, di professione impiegati, imprenditori, liberi professionisti e disoccupati», insomma il tipico ceto medio padano, fidelizzato sulle proteste «anti casta», «anti partiti» e «anti tecnocrazia».

Il partito democratico dopo le Primarie di coalizione sta facendo quel che ci si aspetta da una formazione rotondamente ancorata alla tradizione del socialismo europeo. Solida, seria, organizzata ma su posizioni socialdemocratiche e concertative in economia, alleata ad una sinistra vendoliana con cui è già divisa sulla patrimoniale, la riforma Fornero, il fiscal compact e l’intervento in Mali, a memento delle vecchie abitudini politicamente suicide già sperimentate nel 1998 e nel 2008. Soprattutto il nord, dove operai e padroncini lavorano in simbiosi, resta terra ostile per il senso comune di una sinistra ancorata alla mitologia del lavoratore dipendente e del pubblico impiego. Nonostante il collasso elettorale di Pdl e Lega, il Pd nel voto della scorsa primavera non è riuscito a riempire il vuoto, a fare travaso. Sempre secondo i calcoli di D’Alimonte, «se il Pdl ha perso 28 punti dal 2008, il Pd ne ha lasciati per strada comunque 16…», senza poter nemmeno giocare la carta Matteo Renzi, sconfitto alle Primarie, che sembrava poter bucare il muro del pregiudizio nordista.

Dall’altra parte si agita un centrodestra ricompostosi al fotofinish dopo la fine del governo Berlusconi e il divorzio su Monti, ma al prezzo di una pax armata e di potere costruita su posizioni populiste ed euroscettiche. In particolare la Lega di Roberto Maroni, dopo gli scandali del clan di Gemonio e la fine dell’era Bossi, ha provato a ripartire troncando con il berlusconismo dandosi una veste più istituzionale, dialogando con le forze organizzate e il mondo dell’associazionismo, sostituendo il nord alla Padania. Ma la resistenza è durata lo spazio di un mattino. In cambio dell’appoggio alla corsa al Pirellone, Maroni si è rimangiato il vade retro Cavaliere scommettendo sulla debolezza del centrosinistra, l’elitismo di Monti e la memoria corta dei ceti produttivi, sedotti e abbandonati da Berlusconi e il Senatur. Il ritorno all’ovile rilancia il «padroni a casa nostra» padano (questo il senso della proposta di trattenere il 75% delle tasse sul territorio) e avvicina il Carroccio al Tremonti anti mercatista degli ultimi anni. Non a caso Maroni, superando le vecchie ruggini dei tempi di Umberto Bossi, ha spinto per una alleanza di nuovo conio in cui il varesino «traditore» Monti diventa il vero totem da abbattere. Le parole d’ordine del movimento «3L-Lista Lavoro Libertà» sono di una semplicità millenarista: per l’ex ministro del Tesoro «siamo in guerra contro un nemico che non ci spara addosso ma ci zompa i risparmi e le imprese migliori. Questo circuito a sovranità limitata va dunque interrotto combattendo il montismo longa manus del nuovo latifondismo finanziario che sta colonizzando il paese». Non si può andare avanti «con un signore che si erge a Vicerè, fiduciario dei mercati internazionali.» Un’altra volta il tremontismo diventa l’arma ideologica che fa da collante ad un forzaleghismo 2.0 incapace di approdare sui lidi moderati del Ppe.

Quanto a Berlusconi, ha capito che la gente è spossata dalla crisi e gioca la carta del «pifferaio magico», dimentico di come il suo governo abbia lasciato il paese non più tardi di 14 mesi fa. L’obiettivo è recuperare un pezzo di voto dormiente dei suoi ex elettori delusi. A costo di lisciare il pelo al populismo «no euro» e rilanciare le parole d’ordine che tanto piacciono al nord sotto stress: via l’Imu, zero tasse sui nuovi assunti, giro di vite alle banche che non danno mutui e prestiti alle imprese e compagnia cantando.

In questo scenario colpisce la strana torsione del bipolarismo italiano: un centrodestra che si ricompatta schiacciandosi su posizioni poco moderate; un centrosinistra che negli anni di opposizione ha perso la corsa al centro preferendo il rifugio caldo dell’ortodossia socialdemocratica.

La bandiera dell’europeismo pro mercato è dunque lasciata ad una formazione anomala, guidata da un tecnico senza grande afflato popolare, che decide di federare alcune piccole formazioni centriste e movimenti civici al posto di tentare una vera operazione di innovazione politica in discontinuità. La verità è che il salto in politica impone una nuova dimensione che Monti fatica ad incarnare. Non basta più il registro della credibilità internazionale e il controllo emergenziale sullo spread. Servirebbe una visione di paese reale e un messaggio di speranza. Servirebbe abbandonare alla svelta l’elitismo dell’intero progetto e il vecchio correntonismo targato Udc e Fli. Servirebbe fare chiarezza sul rapporto post elezioni con il Pd che nell’incertezza fa il gioco di Berlusconi (Scelta Civica sarà stampella, alternativa, alleata o attore non belligerante?). E, soprattutto, servirebbe molta più attenzione ai temi del Nord, del federalismo, dell’impresa e delle tasse, nonostante ieri il premier fosse a Bergamo ad aprire la sua campagna elettorale.

Se questa è una fotografia verosimile, ne seguono almeno due riflessioni su cui aprire un dibattito. Prima riflessione. Se l’esito del voto nazionale probabilmente è scontato – vincerà il centrosinistra da solo o con il contributo decisivo al Senato di Monti (chi accredita una rimonta di Berlusconi in stile 2006 dimentica che allora Udc e Fini erano con il centrodestra e non c’era la formazione di Monti) -, quel che è appeso ad un filo è il risultato delle regionali in Lombardia, il vero nodo di questa election day. Bersani a fine febbraio potrebbe trovarsi a guidare un paese non solo ingovernabile causa ammucchiata da Monti a Vendola, ma soprattutto spaccato in due. Non è mai successo. Nel 2008, quando il vento del nord era ai massimi, Veneto e Lombardia erano guidati da governatori pidiellini e il Piemonte dalla democratica Bresso. Stavolta se Maroni vincesse (l’ipotesi è probabile vista la debolezza del candidato di centrosinistra Umberto Ambrosoli) tutta la Padania diventerebbe un monocolore leghista.

Domanda: si può governare un paese con il 40% del pil nazionale all’opposizione, su posizioni fortemente autonomiste e anti romane? Seconda riflessione. Prima o poi bisognerà domandarsi perchè nella parte più moderna e sviluppata del paese, dove più forti sono le relazioni con l’Europa e il mondo, anche grandi forze politiche scommettono su una offerta elettorale euroscettica e apertamente populista. Perchè nel nord Italia è così facile e apparentemente lucroso sparare sull’euro e la costruzione europea? Scommesse di questo genere interrogano da vicino il ruolo della nostra borghesia produttiva e delle professioni. Il rapporto strabico del nostro ceto medio con una Europa che continua a produrre pulsioni ma non passioni. Mi raccontava qualche sera fa un importante imprenditore bresciano che «ci sono colleghi che stanno ormai nei flussi globali e capiscono bene quale sia il vero interesse nazionale del paese, il valore della credibilità del sistema, ma il processo collettivo lo fanno i piccoli, i commercianti, i fornitori, gli artigiani che subiscono l’Europa, sentina di burocrazia dedita a fare la punta ai cetrioli.» Per certa sinistra, viceversa, Bruxelles incarna ancora la tecnostruttura che non include la dimensione di classe. Entrambi sono pregiudizi che scavano profondamente nei blocchi sociali, tanto più in anni di crisi. In mezzo non resta che l’algido Monti, finora incapace di cambiare pelle, emblema di quella tecnocrazia europea che sembra fatta apposta per confermare i rispettivi pregiudizi…