Maroni urlava “pulizia”: son passati 8 mesi, sembrano 10 anni

Maroni urlava “pulizia”: son passati 8 mesi, sembrano 10 anni

Chissà le facce, gli umori, la sorpresa e l’incazzatura di chi quella sera dell’orgoglio padano, il 10 aprile 2012, arrivò trafelato alla fiera di Bergamo dopo il lavoro, l’aziendina o il negozio. Convinto ci potesse essere un nuovo inizio per la vecchia Lega Nord e pulizia dopo gli scandali, il lungo abbraccio con Silvio Berlusconi, il flop degli anni di governo e la gestione familista del vecchio Senatur. C’erano scope e ramazze dappertutto, di saggina scura e di plastica. Una vera ossessione. La più grande e luccicante la teneva in mano Roberto Maroni, delfino per una vita, alla sua prima uscita da leader in pectore.

Quella sera delle scope il mondo di ieri leghista finì tutto giù dal palco: sbianchettati Renzo “il Trota” e la Rosi Mauro, fischiatissimi dai militanti; “il tesoriere più pazzo del mondo” Francesco Belsito; i capigruppo amici di Gemonio Marco Reguzzoni e Federico Bricolo. Insomma il cerchio magico bossiano in via di epurazione.
Sul piccolo palco imbandierato ricordo un Bossi senior quasi immoto, impacciato e imbarazzato, timoroso di prendersi fischi e pernacchie (e qualcuna se l’è presa) insieme al triumvirato di transizione: la ex presidente della provincia di Vicenza, Manuela Dal Lago, astuta navigatrice dello stagno leghista, l’anfibio Roberto Calderoli che gioca in casa ma si tiene defilato per non pigliarsi i fischi e, ovviamente, Maroni.

Se i simboli hanno un senso la foto che il giorno dopo fa il giro delle rete sembra una di quelle vecchie cartoline dell’Unione Sovietica, dove alcune facce celebri scompaiono all’improvviso dall’album di famiglia, con un colpo di censura. Avanti la nuova (vecchia) nomenclatura sopravvissuta alla bufera giudiziaria. Fa nulla se nessuno dei signori sul palco è di primo pelo. Conta dare un calcio al vecchio e “ai 4 pirla da mandare in Tanzania” come recita un cartello a bordo sala.

Nemmeno tre mesi prima, era il 22 gennaio, sul palco di piazza Duomo a Milano il presepe leghista incantato era ancora lì a fare sfoggio di un finto unanimismo, nonostante la fatwa del vecchio Capo contro il frondista Maroni fosse freschissima (“nessuno inviti più l’ex ministro degli Interni a feste o iniziative di partito…”): un popolo, un destino, Padania libera c’era scritto dietro al podio. Davanti Bossi senior e junior, Calderoli, ovviamente Maroni, la Rosi Mauro, l’equidistante ex delfino Giorgetti che zompetta dietro al palco, Bricolo e Reguzzoni e poi Gobbo, l’Iman bossiano in terra veneta. Maroniani, amici di Gemonio, tiepidi e neutrali tutti insieme appassionatamente per l’ultima volta. Prima del diluvio.

Se poi torniamo indietro un altro tornante, Pontida 19 giugno 2011, accolti dal coro dello speaker ultrà Daniele Belotti, ecco saltare sul palco, a fare da corona al Senatur, un Trota in braghette da ciclista, Maroni in giacca e fazzoletto verde, la solita Rosi in jeans a cingere d’assedio l’Umberto, Giorgetti che manda sms, Bricolo che fa le foto al pratone, Cota con gli occhiali neri, Castelli con il maglione bianco legato in vita, Reguzzoni in camicia verde, Calderoli con la camicia di fuori e un attivissimo Belsito in polo verde aderente che tira pacche sulle spalle a tutti dal basso all’alto.
Tutti insieme appassionatamente.

Per questo quella notte di aprile a Bergamo, sembrava davvero una cesura epocale. Sul palco solo il simulacro del vecchio capo al cospetto di un Maroni tronfio e sornione che invocava pu-li-zi-a. Sotto in platea, tra bandiere di tutte le leghe territoriali (piemontesi, lombardi, veneti, trentini, romagnoli, bolognesi) i giovani leoni Salvini, Stucchi, Pini e un pattuglione di amministratori locali a gonfiare il petto. Il nuovo che prova ad avanzare. La Rosi invece c’era solo nei tanti cori dei militanti (“Chi non salta è Rosi Mauro”), Reguzzoni negli sfottò crassi (“Reguzzoni fuori dai cogl…”) e Belsito nelle cartoline dalla Tanzania.

Alla notte delle scope seguirà la stagione dei congressi e il trionfo di Maroni; la detronizzazione di Gobbo in Veneto e l’ascesa di Flavio Tosi; la Padania, i fazzoletti verdi e le ampolle cestinate per far spazio alla retorica di Prima il Nord; il meglio perdere da soli che vincere con Berlusconi; la bocciatura di Formigoni e il voto anticipato in Lombardia; l’Euroregione al posto della secessione e gli Stati generali con imprenditori e professionisti invece che i raduni di Pontida.
Questo almeno fino a ieri, prima dell’annuncio del ritorno al futuro con il Cavaliere e le candidature eterne di Bossi & Calderoli. Il giorno dopo la befana, che insieme alle feste di natale si è portata via tutte le scope…