Il Monti di lotta ha un nemico: il Monti di governo

Il Monti di lotta ha un nemico: il Monti di governo

“Se Monti non fa più Monti, cosa resta di Monti…?” Il gioco di parole è di un vecchio deputato centrista che la sa lunga, interdetto per l’ennesimo slittamento del professore dal montismo di governo. “Che si sfilino dall’eredità dell’ultimo anno i partiti della strana maggioranza che lo hanno sostenuto è tutto sommato capibile, sotto elezioni.” Nell’interregno montiano la politica si è infatti pochissimo rinnovata e chi aveva portato il paese sul baratro è di nuovo ai blocchi di partenza come nulla fosse. In molti vorrebbero cancellare la stagione dei tecnici, magari per tornare ai vizi degli ultimi 20 anni dimenticando il quasi fallimento di un paese schiavo del provvisorio, la bassa occupazione e la bassa competitività, i duemila miliardi di debito pubblico sulle spalle e il rischio concreto di perdita di sovranità che l’Italia ha evitato per un capello. Sono passati 14 mesi ma sembra una vita fa.

Quel che stupisce è che sia il premier stesso a sconfessare pezzo a pezzo il proprio bilancio a palazzo Chigi. Gli episodi cominciano a sommarsi. Qualche mattina fa in diretta a Omnibus, dopo un anno di assoluto tabù, aveva cominciato con le tasse annunciando un pacchetto di tagli da 30 miliardi di euro su Imu, Irpef e Irap, le vere croci degli italiani. Domenica ci è tornato sopra: “lo spread si è dimezzato, adesso possiamo impegnarci in una riduzione puntuale e graduale delle tasse, bloccando la spesa. Mi sembra una cosa buona e liberale…”
Dopo il fisco Monti è passato a rivisitare nientemeno che due capisaldi del suo mandato a palazzo Chigi: la riforma del mercato del lavoro e quella delle pensioni. “C’è la necessità di aumentare l’età pensionabile effettiva, e garantire nel tempo l’equilibrio dei sistemi pensionistici pubblici nonostante il progressivo invecchiamento del Paese e le ricadute che ciò comporta sul mercato del lavoro”, ha spiegato in dettaglio il professore. Inoltre occorre “sperimentare una rimodulazione del contratto a tempo indeterminato, tesa a renderlo più flessibile e meno costoso, e ridurre la legislazione nazionale a un codice del lavoro, integrato nel codice civile, composto da un numero limitato di articoli, leggibile e comprensibile direttamente dai milioni di persone interessate alle sue applicazione e traducibile in inglese”.

Una doppietta elettorale che, di fatto, archivia l’esperienza di Elsa Fornero, uno dei ministri culturalmente cardine del montismo di governo. Scrive in un perfido tweet il direttore del Corriere della Sera, Ferruccio de Bortoli: “Con le ultime proposte sul lavoro, in parte condivisibili, Monti ha esodato la Fornero…”. Lo stesso giorno de Bortoli sceglie di aprire il suo giornale con un titolo che dice tutto: Lavoro e tasse, Monti cambia.
Non bastasse Fornero, ieri mattina arriva la conferma del reverse anche sull’Imu. Sempre domenica dalla fiera di Milano Berlusconi aveva lanciato la proposta choc sulla restituzione integrale della contestata tassa sugli immobili. A stretto giro arriva la risposta di Monti: pur liquidando a propaganda volgare la boutade del Cavaliere (“nella sua proposta ci sono elementi di usura”), il professore dice che l’Imu si può comunque ridurre già a partire da quest’anno, per 2,5 miliardi di minori introiti. Appena prima di natale, in conferenza stampa, ne aveva decretato l’inviolabilità, non senza ironie: “Togliere l’Imu e le tasse è bellissimo. Ma se si farà, fra 1 anno cadrà il governo e chi verrà dopo dovrà mettere Imu doppia…” Come la mettiamo?

C’è poi il fronte europeo, il palcoscenico dove Monti ha raccolto i maggiori consensi e aperture di credito. Venerdì nel faccia a faccia con Angela Merkel il premier è sembrato un’altra persona all’insegna del meno rigore e più sviluppo. “Il prossimo bilancio Ue sia più equo per l’Italia e orientato alla crescita”, ha sibilato senza giri di parole, quasi tremontianamente. “Abbiamo pagato più del giustificato…”. Un filo imbarazzata arriva la risposta della cancelliera: “Il premier? Difende gli interessi dell’Italia con durezza…”

Che succede dunque a Monti, sempre meno tecnico e sempre più politico in carriera? Certo la campagna elettorale è una brutta bestia. Prendere voti è altra cosa che governare dal palazzo senza passare dalle urne, ci si sporca le mani, “ma se non ci crede più nemmeno lui alla sua eredità, perchè dovrebbero crederci gli italiani…?”, chiosa il nostro deputato centrista. Parlare il linguaggio di verità, restare super partes, dire cose scomode ad un paese senza memoria, dimentico di come il governo dei tecnici lo raccolse nel novembre 2011, dovrebbe essere la sua cifra inscalfibile. E’ la vera innovazione che ha introdotto. La polizza per molti italiani indecisi che non si riconoscono nella sinistra, specie se condizionata da Vendola e Fassina, né in Grillo e l’antipolitica o nel Berlusconi redivivo. “A molti italiani Monti piace perchè è diverso, non fa teatrino e demagogia”, batte il chiodo Pierferdinando Casini. Eppure questo continuo slittamento lo rende sempre meno atipico nel variegato acquario della nostra politica. La stessa battuta sul Pd e i comunisti – “è un partito nato nel 1921” – , dimostra come specie Berlusconi lo stia trascinando nel gorgo della polemicuccia da bar sport. Altro che Bocconi, loden e consessi europei.

Secondo alcuni osservatori la mutazione del tecnico Monti comincia con la rottura del patto emergenziale di novembre 2011, la scelta di appoggiarsi ad un pezzo di “strana maggioranza” correndo insieme ai centristi contro Pd e Pdl. Abbandonando così l’idea di un progetto totalmente innovativo in discontinuità con la vecchia politica. A fine dicembre si disse che la scelta di strutturare “Scelta civica” su una pluralità di liste legate a formazioni preesistenti era nei fatti obbligata. C’era una raccolta firme da affrontare e una rete sul territorio da creare ex novo; meglio affidarsi alla macchina Udc e alla rete di Italia Futura. Ma la sconfessione di questi giorni sull’eredità del suo governo è però diversa e di merito. Colpisce al cuore il credito accumulato nell’ultimo anno, la prospettiva di un centro modernizzatore nel senso che ne ha dato L’Economist qualche mese fa: un riformismo radicale nuovo di zecca. “Se non ci pensa Monti a difendere il suo bilancio, perchè dovrebbero farlo gli italiani alle urne…?”

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