La sharing economy, i consumi al tempo della crisi

La sharing economy, i consumi al tempo della crisi

In tempi di crisi, si sa, cambiano i modi e le strategie di consumo. E cambia anche la concezione stessa della casa, che da spazio gelosamente privato diventa luogo aperto all’esterno. Per consentire nuove modi di socializzare, ma anche per risparmiare. Si affitta una stanza del proprio appartamento. Oppure si fa dell’abitazione il luogo per organizzare un concerto, una cena a pagamento o per scambiare abiti usati. In pratica nuovi modi di intendere il consumo, che lasciano sempre più spazio alla condivisione.

Accanto a semplici episodi di moda, emergono i segnali di un vero e proprio cambiamento dei costumi, piccoli esempi di quella sharing economy ben nota negli Stati Uniti e nel nord Europa, ma ancora in fase embrionale dalle nostre parti. A dimostrarlo è il fiorire di siti web che mettono in rete le esperienze più diverse, per fare incontrare domanda e offerta e creare vere e proprie community.

Senza il contributo della rete non sarebbe mai nato Gnammo, il social network per amanti della cucina, giudicata tra le migliori start up italiane durante il Telecom Working Capital Accelerator della scorsa estate. Un piccolo fenomeno nato sulla scia delle secret dinner, le cene a sorpresa made in Usa, ma sviluppato per un pubblico decisamente più vasto. «Siamo nati dalla fusione tra due social network, Cookhunter, nato a Torino in collaborazione con il Politecnico, e Cookous, creato a Bari da un gruppo di studenti universitari. Avevamo avuto la stessa idea e così abbiamo deciso di unire le forze per poter coprire l’intero territorio nazionale», spiega Gian Luca Ranno ceo e cofondatore.

Il meccanismo di Gnammo è semplice. Per il cuoco, professionista o meno, è sufficiente registrarsi al sito e creare un evento, vale a dire una cena, da ospitare in casa propria o in altro luogo disponibile, con tanto di menu e di prezzo fisso. A questo punto si attendono le adesioni, da parte dei potenziali ospiti (gli «gnammer»), viene effettuato il pagamento (online) e la cena è organizzata. La garanzia di funzionamento del sistema sta nel meccanismo di feedback fornito dagli gnammer, che a fine cena pubblicano il proprio giudizio sullo chef di turno aiutandolo a scalare la classifica dei migliori cuochi, con tanto di ricadute in termini di pubblicità e di potenziali nuove richieste, oppure bocciandolo.

A distanza di pochi mesi dal lancio, i risultati iniziano ad arrivare: al momento Gnammo può contare su oltre 4mila utenti registrati. Gli eventi organizzati nel 2012 sono stati 65, distribuiti tra 13 regioni. In tutto sono state 600 le persone che hanno già sperimentato il social eating attraverso il sito.

Chi si avvicina a Gnammo è di solito un utente abituale di internet e ha un’età media compresa tra i 25 e i 50 anni. Lo fa per conoscere ambienti nuovi e per socializzare, ma anche per risparmiare, accedendo alla buona cucina a prezzi ragionevoli. C’è il cuoco professionista, che ha voglia di farsi pubblicità, così come la casalinga che intende crearsi un’entrata aggiuntiva. «Dietro questa esperienza – dice Ranno – c’è un nuovo modo di intendere la propria abitazione, non più un luogo protetto dall’esterno. C’è voglia di aprirsi, di conoscere persone. Queste esperienze in Italia sono in crescita fortissima, c’è da vedere se resteranno un fenomeno di moda o se si consolideranno».

Dalla stessa voglia di risparmio e di nuovi modelli di consumo, nascono gli swap party, le feste organizzate in casa o in locali pubblici in cui ci si può scambiare di tutto, dalle scarpe agli abiti, agli elettrodomestici fino ai giocattoli. Spesso erroneamente tradotto con «baratto», lo swapping rappresenta invece qualcosa di diverso. «Il baratto è sempre esistito, ma lo swap rappresenta qualcosa di diverso rispetto al baratto vero e proprio», dice Rodolfo Dué, cofondatore insieme alla compagna Tamara Nocco dello Swap Club Italia, una delle prime e più attive community del settore dedicata allo scambio di abiti e accessori di qualità. «Lo swap è uno scambio di cose a cui rinunci e non che butti via, rientra in un nuovo modo di intendere il consumo, nella nuova sharing economy. Permette di risparmiare (una cosa usata costa ovviamente meno), di accedere a cose altrimenti inaccessibili, e di ridurre gli sprechi».

Nel 2007 Rodolfo e Tamara hanno aperto uno dei primi swap corner a Bologna, ispirandosi al modello newyorchese, dove le fashion-victim locali avevano introdotto un nuovo modo di fare acquisti , abbattendo i costi ma senza rinunciare allo stile. Uno shopping a costo zero, insomma, dove ciò che viene acquistato non è mai sprecato. Nel 2009 è nata la community online e sono stati organizzati i primi eventi. Gli gli swap party possono avere luogo in abitazioni private o in locali pubblici. Una giuria valuta il prodotto offerto, assegnando un gettone con un valore diverso a seconda della valutazione stessa, che consente di prendere un altro capo di abbigliamento. Oggi il sito conta 5323 swapper attive (oltre il 90 per cento degli utenti è di sesso femminile), 1245 oggetti in scambio o in vendita, circa 3mila foto pubblicate, 12 swap party organizzati principalmente tra Bologna, Milano, Roma. 

«La nostra idea – dice Dué – è quella di unire il glamour e la moda al riciclo, ai temi dell’economia sostenibile. Al momento in Italia si tratta di un fenomeno di nicchia ma è in forte crescita. La community si amplia al ritmo di 300 nuovi utenti al mese e siamo diventati come la Settimana Enigmistica: vantiamo innumerevoli tentativi di imitazione. In questo senso, la crisi rappresenta certamente un aiuto».

Un altro modo per aprire la casa all’esterno è organizzarvi un concerto. Si tratta, secondo la denominazione anglosassone, dei cosiddetti secret concerts o house concerts, piccoli eventi aperti a un numero ristretto di persone, che hanno la possibilità di vivere la musica e la socialità in maniera non convenzionale. Tra i più attivi nell’organizzazione di questi appuntamenti a Milano ci sono l’agenzia 2roads e la community di Secret Concerts.

Per l’artista, che può essere più o meno famoso, c’è la possibilità di organizzare un numero maggiore di eventi, di promuovere la propria musica e, al tempo stesso, di risparmiare sui costi pubblicitari e di aumentare le proprie entrate. La spinta economica del resto è stata decisiva anche nell’organizzazione degli eventi statunitensi, dove il fenomeno degli house concert è arrivato, ancora una volta, molto prima che in Italia. «Sempre più spesso i festival e i locali pubblici non sono in grado di pagare all’artista il cachet per l’organizzazione di un evento live. Anche per questo si ricorre ai concerti in casa», ha spiegato al New York Times Fran Snyder, fondatore di concertsinyourhome.com e dinnerandsong.com, due dei più noti siti web di questo genere.

Pur senza negare l’aspetto social delle nuove pratiche, non vi è dubbio che il fattore economico incida fortemente sul loro recente successo. Non è un caso che  – a fronte a un crollo dei consumi che non aveva precedenti dal secondo dopoguerra – siano tornati in voga stili di vita dimenticati da circa mezzo secolo. 

In tema di immobili, ad esempio, la voglia di condivisione può stare alla base del successo di piattaforme note come Airbnb, che permette di affittare camere e case vacanze low cost, consentendo anche di vivere in modo differente la città in cui ci si trova. Al contrario il numero crescente di persone che, nelle grandi città, decidono di dare in affitto una stanza della propria casa può essere letto esclusivamente come una conseguenza, indesiderata, della crisi. Secondo una ricerca recente del sito di annunci Immobiliare.it, il numero di coloro che mettono in affitto una porzione della casa in cui vivono, rinunciando alla propria privacy ma ricavandone una rendita extra, è aumentato del 14% nell’ultimo anno, e del 26,5% nell’arco di 24 mesi. Sempre nell’ultimo anno l’incremento della domanda di un’abitazione in affitto condivisa con il proprietario è raddoppiata, passando dal 9 per cento al 18 per cento.

Per risparmiare, insomma, ci si adatta a vivere col padrone di casa. Si ha meno libertà, certo, ma il risparmio rispetto al prezzo medio di una stanza in affitto e di circa 70 euro al mese. Dall’altra parte, il proprietario ne ricava una piccola rendita mensile che varia, a seconda delle città, tra le 170 a le 500 euro. «Il fenomeno – racconta Vittoria Giannuzzi, del gruppo Immobiliare.it – si è diffuso negli ultimi due anni, quando si è registrato un vero e proprio boom della domanda e dell’offerta di soluzioni di questo tipo, soprattutto a Roma e Milano, dove il turn over di lavoratori è alto. Ce ne siamo resi conto semplicemente leggendo gli annunci».

A scegliere questa soluzione sono principalmente i lavoratori con settimana corta, che non hanno particolare interesse a vivere la città e si adattano quindi più facilmente. Per la prima volta in assoluto i lavoratori superano gli studenti nella richiesta di affitto condiviso, con una percentuale del 58% contro il 42 per cento. Tra i locatori, invece, ci sono soprattutto famiglie giovani che hanno appena comprato casa e non hanno ancora figli. L’affitto di una stanza, in questo caso, serve spesso a pagare il mutuo. Ma ci sono anche famiglie con figli già adulti che hanno lasciato la casa dei genitori. E la rendita per pagare la stanza in affitto del figlio universitario fuori sede. 

Una situazione analoga nel mercato immobiliare si trova solo risalendo al secondo dopoguerra. «Allora – dice Giannuzzi – era comune affittare una stanza della casa a un lavoratore, soprattutto nel nord Italia dove c’era da fare fronte all’immigrazione interna proveniente dal Meridione. Poi, col boom economico, il fenomeno è scomparso. Ritorna oggi, in tempo di crisi. In questo senso, siamo tornati in dietro di cinquanta anni». 

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