Nell’inerzia del governo, la politica industriale la fanno i magistrati

Nell’inerzia del governo, la politica industriale la fanno i magistrati

«Cosa hanno in comune Monte dei Paschi, Saipem-Eni e Finmeccanica, tre aziende finite nel giro di un mese nella bufera giudiziaria?» si chiede ironicamente Lorenzo Gerosa, portavoce nazionale di Fare-per Fermare il declino. La risposta che dà il movimento di Oscar Giannino è semplice e intuitivo: «Fatturano più di un miliardo di euro e i vertici sono nominati dalla politica in base a criteri clientelari. Per questo s’impone una drastica politica di liberalizzazioni e privatizzazioni, come da noi proposto nei 10 punti del nostro programma…». 

C’è del vero in questa lettura ma gli scandali, nella macabra contabilità pre elettorale in perfetta par condicio giudiziaria (Mps in quota Pd, Eni in quota Pdl e Finmeccanica in quota Lega), dovrebbero anche suggerire una riflessione che coinvolge quel che resta della grande impresa italiana. Ai casi finiti nel tritacarne mediatico potremmo infatti aggiungere i guai della nuova vecchia Alitalia privatizzata, la Telecom oberata dai debiti e a controllo semi spagnolo, passando per la Fiat sempre meno europea, coi suoi stabilimenti italiani semivuoti e in cassa integrazione; ognuno con i suoi specifici problemi di governance, di scandali, di investimenti, di strategia industriale, di management, di liquidità e di quote di mercato.

Ecco un tema di cui dibattere in campagna elettorale. Non basta ripetere la filastrocca delle imprese spina dorsale della nostra economia. Chi si candida a guidare il paese ha il dovere di chiarire che futuro ha in testa per il nostro sistema industriale. Quali regole per competere? Cosa è strategico? Quali settori spingere e con quali strumenti operativi? Non si può lasciare il destino di imprese così strategiche e ad alta densità occupazionale, di know how e di R&S, in mano all’inerzia o agli appetiti della politica, alle ubbie dei moralisti, in pasto alla magistratura che interviene a modo suo o alle opposte tribù ideologiche “statalisti versus liberisti” (e viceversa).

In Italia usciamo da un ventennio in cui il “piccolo è bello” è stato culturalmente e mediaticamente egemone: l’impresa diffusa, il capitalismo molecolare lungo la dorsale nordestina-emiliana-adriatica, il ciclo dei distretti industriali a cui si deve la gran parte della presenza italiana sui mercati internazionali, in una parola il mantra di un territorio riattivatosi, dopo Tangentopoli, in chiave localista e anti fiscale contro Roma ladrona, accompagnando l’esplosione elettorale della Lega nord di Umberto Bossi. Sono gli anni della Padania integrata politicamente a destra e, sul terreno economico, egemonizzato dal modello della piccola media impresa. Prima che la crisi travolgesse tutto. Una vulgata talmente sedimentata che, ancora nel 2009, un ministro potente come Giulio Tremonti che di quella stagione fu ideologo e suggeritore, poteva magnificare ai convegni di Fondazione Edison la tenuta del sistema Italia: «abbiamo 100 distretti e 8 milioni di partite Iva che non cambierei con i 50 campioni industriali francesi…»

L’ideologia dello “sviluppo locale” è stata in fondo reattiva alla stagione precedente del Primo e Secondo Capitalismo (quello privato delle grandi famiglie e quello pubblico del sistema Iri) addensato sul triangolo industriale Milano-Torino-Genova, teatro e cassa di risonanza del miracolo economico italiano. Vi emigrava chi voleva lavorare in fabbrica, alla catena di montaggio Fiat e Pirelli, ma anche negli uffici della Olivetti o nei cantieri navali liguri. Nordovest e grande impresa manifatturiera, sindacati e partiti di massa, paesaggio urbano fordista e le grandi famiglie del capitalismo raccolte nel salotto della Mediobanca di Enrico Cuccia. Un sistema che imploderà sul finire degli anni Settanta per la crisi del modello fordista e l’incapacità di ristrutturarsi dei grandi.

In verità negli anni Novanta ci fu una finestra per irrobustire il sistema industriale uscito negli anni precedenti da settori strategici come l’informatica, la chimica, la farmaceutica e l’elettronica di consumo: tra il 1992 e il 2007 l’Italia, con 137,9 miliardi incamerati e 139 società che passano di mano, è il paese europeo che dismette più patrimonio pubblico. Ma quell’occasione l’abbiamo sprecata. Dalle spoglie dello stato imprenditore esce fuori una sorta di neo monopolio privato, costruito su scatole societarie più orientate al controllo che alla crescita e allo sviluppo internazionale. Le privatizzazioni all’italiana diventano il valzer dei soliti noti. Basta guardare cos’è il listino di Piazza Affari oggi. Il 40% delle aziende quotate mantiene un’azionista di riferimento pubblico, ma “se sommiamo le società cedute dallo Stato ai privati (Autostrade, Sme, Telecom e le genco Enel), il 69% delle nostre grandi aziende quotate è pubblica o nata dalla mano pubblica”, ha calcolato l’economista Alessandro Penati.

Ammainata la bandiera del grande capitalismo, la globalizzazione e poi l’ultima crisi mondiale s’incaricano di completare il lavoro. Il capitalismo dei Piccoli, il sistema di subfornitura di beni tradizionali a minor valore aggiunto abituato a competere in un mondo chiuso, protetto dalla svalutazione della lira che riallineava i salari con i guadagni di produttività quando i primi divergevano dai secondi, mostra inevitabilmente la corda. Scrive Giovanni Costa, presidente della Cassa di risparmio del Veneto e docente di strategia d’impresa: “Piccole e medie imprese, piccoli e medi leader, piccole e medie banche, piccole e medie città, piccoli e medi scrittori, piccoli e medi sentimenti, piccole e medie passioni: nel grande Nord è quasi tutto piccolo e medio e in apparenza non c’è una decisa volontà di crescere…”. La pattuglia di medie imprese internazionalizzate dalle performance tedesche non basta a sollevare tutto il sistema. Anche nell’export, il nostro punto forte, per l’Ocse perdiamo colpi in numeri (hanno rapporti collaudati con l’estero solo 210mila imprese su 4,5 milioni) e dimensione (il nostro export vale neppure un terzo del Pil). Risultato: nell’ultimo ventennio quello italiano è cresciuto del 113% contro il 260% della Germania e il 152% della Francia. Nel 1990 le nostre esportazioni valevano il 54% di quelle di Berlino e il 96% di quello di Parigi; l’anno scorso siamo scesi rispettivamente al 32 e all’81%.

In breve, l’Italia industriale alla vigilia del voto si trova davanti ad un doppio ostacolo. Nel suo versante “popolano” e di territorio annaspa, in molti casi continua ad essere scarsamente patrimonializzato, ha poca dimestichezza con la rivoluzione tecnologica, è troppo minuto e ripiegato su un mercato domestico dai consumi in caduta. Nel suo versante “borghese” e di grande industria si è invece troppo diradato, in alcuni casi travolto da scandali giudiziari, in altri deciso ad emigrare o addirittura a scomparire. Di questo secondo versante se ne parla troppo poco. Sbagliando.

Se si prende il peso del valore aggiunto dei diversi settori industriali italiani in rapporto al valore aggiunto totale, e si fa lo stesso esercizio per i maggiori paesi europei, si scopre che i settori tipici del “made in Italy” (tessile, meccanica, beni per la casa) presidiati dai piccoli hanno un peso maggiore sul valore aggiunto nazionale di quello che hanno negli altri paesi Ue. Nel settore dei beni capitali il peso è simile. Mentre in quelli ad alta tecnologia (chimica, farmaceutica, elettronica, trasporti) la quota italiana pesa molto meno che negli altri paesi. Di più.

Il confronto tra il valore aggiunto per addetto nelle imprese manifatturiere di Italia e Germania – la simulazione l’ha fatta Prometeia – mostra che il gap tra i due paesi si concentra proprio nella competitività tra grandi. Se poi diamo un nome a questi big, ecco che troviamo i nervi scoperti Montedison, Olivetti, Pirelli e Fiat. Il quadrilatero che fu. Le prime due non ci sono più, le altre due non sono più i colossi di un tempo. La debolezza industriale italiana non sta quindi solamente nella preponderanza del nanismo “made in Italy”, ma nella scomparsa e nella riconversione della grande industria, finendo per inverare la profezia Enrico Cuccia: «I grandi gruppi italiani si ricicleranno nei mercati regolati da tariffa per sopravvivere la big bang delle privatizzazioni».

Nel frattempo in Italia sono planati gli stranieri, facendosi beffe di teorie e sofismi che tanto piacciono ai nostri intellettuali: Parmalat, Bulgari, Edison, Avio, ceramiche Marazzi, Cariparma, Bnl e tanti altri gioielli sono passati di mano. Tra poco seguirà Ansaldo Sts. Poi ci sono le mire cinesi sul lusso e la tecnologia tricolore, le ambizioni tedesche sui trasporti e le multinazionali che se ne vanno dal Belpaese. Senza muscoli e senza politica industriale per giocare le guerre di mercato, la nostra industria è vulnerabile allo shopping straniero. Allo stesso tempo sta implodendo il modello di industrializzazione forzata applicato al nostro meridione, grande impresa più indotto dedicato (e artificiale).
Che fare dunque? Nell’abulia della politica e nel vuoto di strategia, di capitali e di grandi imprenditori colpiti dalla sindrome dei Buddenbrok, come spesso in Italia ci pensa la magistratura a fare supplenza e tagliare i nodi a suo modo. Ilva docet. Ma è una follia.

Anche il dibattito sul ruolo risorgente dello stato in economia che in Francia merita gli editoriali dei grandi giornali, da noi prende la piega della disputa provinciale e tutta strumentale “Iri sì-Iri no”. Se non si vuole volare così alto, almeno si discuta in questi giorni di cosa dovrebbe fare la Cassa Depositi e Prestiti, lo strumento che più di tutti ha lavorato in questi anni per razionalizzare alcuni settori strategici, dalle infrastrutture di trasporto alle reti, sta investendo direttamente e indirettamente con i suoi fondi per dare dimensionalità e munizioni al gracile capitalismo italiano e sta accompagnando il made in Italy all’estero attraverso Simest e Sace. Va bene, non va bene? Parliamone.

Dall’inizio della crisi la recessione si è mangiata 8 punti di Pil, ha bruciato milioni di ore di cassa integrazione, migliaia di aziende stanno fallendo, ci sono quasi 600mila disoccupati in più mentre l’integrazione mondiale delle economie richiede massa critica, capacità di internazionalizzarsi e fare economie di scala. Cdp non è la panacea ma è l’unica piattaforma che abbiamo e chi si candida dovrebbe chiarire se ha intenzione di rafforzarla o meno, di renderla strumento di politica industriale si o no, e di cambiare eventualmente statuto permettendogli di fare operazioni anche in aziende che non hanno solidità patrimoniale e reddittuale da serie A ma hanno idee e business plan per crescere. Come, in che modo, con che management (i francesi hanno la fucina inesauribile dell’Ena)?

Quel che non si può fare è lasciare che ad occuparsi delle sorti di imprese strategiche, spesso quotate, siano sempre e solo i maneggi della bassa politica o i mattinali delle Procure, come in queste settimane. Non funziona così nei grandi paesi dei mondo.