Un’unica certezza: la sconfitta di Monti

In attesa dei risultati definitivi

Con alleati di partiti tradizionali (da Fini a Casini) che si sono rivelati un’inutile zavorra, la scommessa a suo modo “nuovista” del professor Monti si è dimostrata incapace di persuadere una quota sufficiente di elettori. Tra popolo ed élites la frattura storicamente italiana si è dimostrata quasi più forte dell’abituale passato. In molti ci hanno messo del proprio: troppo spesso, anche con il contributo di Montezemolo ha fatto apparire “Scelta civica” più una “Lista beautiful” con molto consenso nei ceti medio-alti e molto, molto meno nella larga realtà sociale dei ceti medio-bassi e popolari, sui quali (vedi Imu) si è scaricato il peso del forte inasprimento fiscale.

Anche il voto cattolico (pur con il relativo e altalenante endorsement della Chiesa, o almeno di buona parte di essa, e nonostante l’impegno di figure autorevoli come il leader prestigioso della Comunità di Sant’Egidio, il ministro Andrea Riccardi), si è sfrangiato altrove, vuoi nelle coalizioni storiche del bipolarismo vuoi perfino nella protesta dei grillini. Come se la nostalgia di un Centro e il bisogno (pur sentito) di un nuovo baricentro mediano e moderato non avesse trovato un leader sufficientemente credibile e in grado di superare la contrapposizione “militare” che ha contraddistinto, e troppo spesso immobilizzato, la battaglia politica degli ultimi quattro lustri.

Non si è proprio voltato pagina. In questo senso la sfida di Mario Monti è una sconfitta senza remissione. Aver fallito l’obiettivo più che minimo del 10 per cento dei consensi ( con l’apporto penalizzante dei marpioni parassiti Fini e Casini) non consente alcuna prospettiva di comando e di governo. Certo, i conti pubblici sono in ordine e lo spread (per ora) non appare drammatico, ma l’ambizioso progetto riformatore di Monti che, dopo aver torchiato il Paese, si preparava a lavorare per la crescita e ad allentare i freni della pressione fiscale, è fallito.

Oggi il Presidente del Consiglio resta soltanto il “Tassator Cortese” e la sua immagine qui finisce. Eppure, se appena riesce a portare nelle due Camere pattuglie appena consistenti di eletti, il suo ruolo rischia di non essere concluso, e non soltanto come eventuale “riserva della Repubblica”. Infatti una situazione di stallo, come è quella che si va delineando, fa emergere l’importanza decisiva del “vincolo esterno”. E su questo terreno, paradossalmente, la debolezza elettorale di Monti può diventare un fattore di unico equilibrio possibile.

Infatti per un Paese già ampiamente “commissariato” è evidente e diffusa in Europa e negli Stati Uniti la velleità di veder confermato quel “proconsole” così prestigioso, autorevole e convincente. Nel quadro bloccato e ingovernabile, un’altra alternativa sembra proprio impraticabile. A meno che avvenga come in Grecia: dove la spinta europea e dei mercati ha fatto rivotare e rivotare fino al risultato “desiderabile”… 

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