Bersani ha perso, ma non cancelliamo le primarie

La sconfitta del centrosinistra non dev'essere quella delle consultazioni interne

«Bersani non è solo, ma credo che nessun italiano in questo momento vorrebbe trovarsi nella sua situazione». L’ex campionessa olimpica Josefa Idem, neosenatrice Pd, lo spiegava l’altro ieri a Radio2. In questi giorni il segretario democrat ha tutti contro. Avversari, alleati, persino buona parte del partito. Difficile dare torto ai suoi critici. Pier Luigi Bersani ha gettato al vento un’occasione storica. Sottovalutando il ritorno di Silvio Berlusconi e il messaggio di Beppe Grillo è riuscito a perdere un’elezione già vinta. Non è stata solo colpa sua? Conta poco. Il leader del centrosinistra era lui, al segretario va addebitata la principale responsabilità.

Eppure tra tanti errori, c’è un merito indiscusso. Aver legittimato la propria leadership con le primarie e aver selezionato la classe dirigente con le “parlamentarie”. È stata la grande scommessa di Bersani, che ora rischia di essere travolta dall’insuccesso elettorale. La corsa a Palazzo Chigi del centrosinistra – finita nella peggior maniera possibile – è nata rivoluzionando il sistema partitico italiano. Un’eredità politica che non può essere archiviata come una sconfitta assieme al risultato delle urne.

Nel momento dell’insuccesso è importante ricordare i meriti. La strada scelta da Bersani era giusta. Una partita che il segretario – anche allora – aveva giocato contro buona parte del partito. Le primarie per scegliere il candidato premier le volevano in pochi. Primarie vere, almeno. Niente a che vedere con l’acclamazione di Romano Prodi nel 2005. La prima apertura di Bersani in una Direzione dello scorso maggio, a Largo del Nazareno, era avvenuta tra gli sguardi stupiti di molti dei suoi. Un dibattito durato mesi, tra la scorsa primavera e l’estate. Si erano opposti tanti dirigenti. Perché permettere al giovane Renzi di saltare la trafila gerarchica del partito? Bersani si è imposto con coraggio – nessuno lo obbligava – accettando la sfida del sindaco rottamatore (a cui si sono aggiunti altri concorrenti divenuti inevitabilmente comparse).

La campagna elettorale delle primarie, un’altra polemica. Appena i toni si accendevano c’era sempre qualche pezzo grosso del partito pronto a gridare al pericolo. Tutti convinti che lo scontro Renzi-Bersani potesse spaccare il partito. Preoccupati che la sfida finisse per indebolire la leadership del segretario.

Ma aveva ragione Bersani. La lunga cavalcata delle primarie di centrosinistra è riuscita ad accendere i riflettori sul centrosinistra. La sfida del sindaco di Firenze si è rivelata positiva. Ha regalato l’attenzione del Paese – e un bel numero di nuovi elettori – al Partito democratico. I dati lo confermano. A inizio dicembre, subito dopo il ballottaggio, il Pd ha raggiunto il 32 per cento nei consensi. Ne ha guadagnato anche il segretario, uscito dalla conta interna più forte di prima. Ma più di tutti, ne ha giovato l’Italia.

Poi il crollo. Nelle urne il Partito democratico è sceso fino al 25 per cento. Pier Luigi Bersani e la sua squadra sono riusciti nell’impresa di dilapidare quell’enorme credito elettorale. E hanno gettato al vento la possibilità di governare l’Italia per cinque anni. Tutto vero. Ma questa è un’altra storia. Il successo delle primarie di centrosinistra resta innegabile. Roba da fare invidia. Non è un caso se anche il Popolo della libertà ha tentato – con esiti grotteschi – di scimmiottare l’evento.

In pochi mesi le primarie sono divenute sinonimo di democrazia e partecipazione. Un marchio di fabbrica del Partito democratico. Tanto che quando in Parlamento ci si è resi conto che il Porcellum non sarebbe stato riformato, il Pd ha pensato bene di ricorrere allo stesso sistema per selezionare i propri candidati.

Altra novità e altre polemiche. Sul segretario sono piovute per settimane accuse di ogni tipo. Dall’approssimazione del regolamento alle esclusioni eccellenti. Per non parlare dei listini bloccati per tutelare una parte dei dirigenti. Critiche spesso giustificate, per carità. Nessuno è perfetto. Qualche portavoce in Parlamento c’è finito lo stesso. Ma il Partito democratico ha avuto l’indubbio merito di andare oltre l’odiosa essenza del Porcellum. I parlamentari devono essere scelti dai cittadini, non dalle segreterie di partito. Unica realtà – escluso il Movimento Cinque Stelle – dell’intero panorama italiano.

Adesso la sconfitta elettorale rischia di far dimenticare quel processo. Il modello vincente? Paradossalmente potrebbe affermarsi quello del Popolo della libertà. Del resto Berlusconi può dirsi più che soddisfatto dall’esito del voto. I partiti di proprietà del leader – Bersani è l’unico ad aver tolto il proprio nome dal simbolo – che decide chi, come e dove candidare. La morte della democrazia.

Non c’è sconfitta elettorale che tenga. La politica italiana ha bisogno che quell’eredità positiva non venga calpestata. Il nuovo Parlamento modificherà la legge elettorale e i cittadini potranno tornare a scegliere i propri parlamentari? Benissimo. In caso contrario, le primarie e la parlamentarie del centrosinistra devono rimanere un punto di riferimento per tutti. 

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