Lo tsunami di Beppe Grillo travolge anche i sindacati

Il Movimento cinque stelle punta a destrutturare i corpi intermedi "collusi" col potere

Questo Parlamento non è un posto per sindacalisti. Lo tsunami tour dei cinque stelle ha travolto anche loro. Nella scorsa legislatura erano 53 a Montecitorio, 27 a Palazzo Madama. Le sigle si facevano sentire nei corridoi dei palazzi romani. Oggi sono in tutto una decina: ex Fiom, ex Cisl, ex Cgil. Nelle piazze di tutta Italia, Grillo ha attaccato anche loro. Andrebbero «eliminati», ha detto, «sono una struttura vecchia, una struttura politica. Non c’è più bisogno del sindacato». E pare esserci riuscito, almeno nelle aule del Parlamento.

Tra i sindacalisti che si sono dimessi dal loro incarico in vista dell’approdo in politica, solo un piccolo gruppo ce l’ha fatta. Tra loro c’è Giorgio Santini, ex numero due della Cisl dopo Raffaele Bonanni, eletto al Senato in Veneto con il Partito democratico. «In genere ci fanno l’accusa opposta, ci dicono di esser troppo presenti nei palazzi della politica», dice. «Credo che sia fisiologico, in qualche stagione c’è un passaggio più ampio, in altre di meno». E questa pare sia una stagione di magra. Gianni Baratta, anche lui sindacalista della Cisl per oltre trent’anni, alla vigilia delle elezioni si è dimesso per «salire in politica» con la lista Monti. Ma per lui l’avventura politica è finita con la campagna elettorale. Stesso destino per un altro cislino come il siciliano Benedetto Ardagna, già eletto con il Pd ma questa volta candidato con la Scelta civica di Monti. 

Nella lista dei sindacalisti bocciati ci sono Mario Zipponi, ex Fiom e responsabile del lavoro dell’Italia dei valori candidato con Rivoluzione civile di Ingroia. Ma anche Giovanna Marano, ex segretario della Fiom Sicilia che aveva già tentato la strada della politica regionale contro Rosario Crocetta, e Antonio Di Luca, uno dei diciannove operai della Fiom che secondo sentenza devono essere riassunti nello stabilimento di Pomigliano d’Arco. Restano fuori pure Pietro Larizza (ex presidente del Cnel) e Luigi Scardaone, i due sindacalisti della Uil candidati con il Partito socialista di Riccardo Nencini. Porte chiuse, dopo vent’anni di carriera parlamentare, anche per Franco Marini, ex presidente del Senato ed ex segretario generale della Cisl a metà anni Ottanta.

Promossi invece con il Pd Guglielmo Epifani, ex leader della Cgil, e Valeria Fedeli, segretaria generale dei tessili Cgil dal 2000 al 2010, poi vice segretaria della Filctem (categoria che ha unito lavoratori chimici, tessili e del settore energetico). Alla lista si aggiungono Anna Maria Parente e Pier Paolo Baretta, ex Cisl, Cesare Damiano, ex Fiom, Antonio Boccuzzi, ex Uilm. Con Sel entrano Giorgio Airaudo, già membro della segreteria Fiom, Ciccio Ferrara, ex segretario nazionale della Fiom, e pure Giovanni Barozzino, uno dei tre delegati alla Fiat di Melfi licenziati e poi fatti riassumere dal giudice.

«Non c’è un automatismo secondo cui per ogni tot di politici ci deve essere un tot di sindacalisti», spiega Santini. Certo, «da più tempo nel sindacato ci stiamo ponendo la domanda di come può evolvere questa istituzione in una società che cambia. Ci troviamo di fronte a fenomeni lavorativi frammentati, più difficili da rappresentare rispetto al contratto collettivo. E sono consapevole che i tempi di reazione dei sindacati non siano proprio tempestivi». Lo dice anche Valeria Fedeli: «In una società in trasformazione anche la rappresentanza deve cambiare, intrecciarsi sempre più con la dimensione europea e stare al passo con l’innovazione».

Ma sulla uscita di Grillo di abolire i sindacati sono tutt’altro che d’accordo: «Ci ha associati alla casta politica», dice Santini, «ma va detto che il sindacato ha ancora un alto livello di adesione e che riceve dei contributi pubblici perché offre dei servizi specifici. Basta pensare ai patronati». E, aggiunge, «non è certo un buon servizio offerto al Paese delegittimare una istituzione che tutela i lavoratori, soprattutto i più deboli». 

Lo dice anche Mauro Gallegati, accreditato come uno degli economisti a Cinque stelle più influenti: la posizione di Grillo, «aboliamo i sindacati» per «dare le aziende a chi lavora», secondo lui non è stata per nulla felice. «In realtà, dietro a quella battuta, c’è un ragionamento portato avanti da un economista del Mit, Martin Weitzman (ora ad Harvard, ndr)», spiega, «secondo cui i lavoratori dovrebbero partecipare ai successi e agli insuccessi dell’impresa come suoi azionisti in compartecipazione con gli imprenditori. È chiaro che se un lavoratore è proprietario dell’impresa non ha bisogno di farsi rappresentare da nessun altro». Il pericolo, dicono alcuni sindacalisti davanti a queste proposte, è che lo tsunami che ha fatto tremare la politica colpisca anche i sindacati. «Grillo sta attaccando i corpi intermedi e il rischio ora è che in molti ritirino le tessere», denunciano dalle segreterie locali. 

Grillo, dal canto suo, ha poi spiegato dal palco di una piazza di Lecce che quando parla di «sindacati mi rivolgo alla triplice, Cgil, Cisl e Uil, non ai piccoli sindacati come la Fiom e i Cobas con cui facciamo battaglie insieme. Questi sindacati sono stati collusi con il potere per troppo tempo. Sono la stessa cosa dei partiti, hanno dei vertici, sono solo degli scivoli per andare in politica».

Intanto, tra i giovani neoeletti grillini alla Camera e al Senato, la parola “sindacato” sembra quasi sconosciuta. Mirella Liuzzi, 28 anni, eletta alla Camera in Basilicata, non ha mai pensato di iscriversi ad alcuna sigla. «Mentre ti barcameni tra contratti precari che durano solo qualche mese», spiega, «l’idea di iscriverti a un sindacato non ti sfiora neanche. Ma in questa campagna elettorale mi è capitato di incontrare alcuni sindacalisti che ci hanno fatto delle proposte». Anche Vito Petrocelli, geologo, eletto in Basilicata per il Senato, non è mai stato iscritto a un sindacato. «Sono un libero professionista e i sindacati non si sono mai tanto occupati di noi», dice, «ma nel meetup di Matera, tra chi un lavoro ce l’ha e chi ha un contratto a tempo determinato, direi che non più di uno su quattro è sindacalizzato».

«Lo sappiamo tutti che il sindacato nel nostro Paese sta male», confessa Santini. «Ma nel resto d’Europa, in Francia, Spagna e Inghilterra, sta anche peggio. Certo non è paragonabile ai Pesi nordeuropei o alla Germania, ma in Italia mantiene una certa rappresentanza, con l’80-85% di partecipazione nelle Rsu. E la vittoria va quasi sempre a una delle tre principali sigle sindacali». Proprio quella «triplice sindacale» che Grillo vorrebbe abolire.

Anche Valeria Fedeli, che sul suo sito personale si definisce una «sindacalista pragmatica», tra qualche giorno varcherà la soglia di Palazzo Madama. «Non sono d’accordo con la proposta di Grillo non solo perché sono stata una sindacalista fino all’altro giorno», dice, «ma perché penso che sia una sparata seduttiva per quelle poche imprese che ancora pensano di fare quello che vogliono con i propri dipendenti». Solo «populismo», insomma, dice lei che per trentaquattro anni ha militato nella Cgil. «Sono le parole di chi non conosce la storia dei sindacati, il ruolo che la Costituzione assegna ai corpi intermedi. È una posizione pericolosamente non democratica».

Eppure, nonostante la presenza di un ex sindacalista Cgil nelle file dei grillini neoeletti al Senato, Grillo ha più volte sostenuto che quella «triplice sindacale» sia responsabile della situazione economica attuale perché «allineata ai partiti di riferimento». «Se nella nostra storia ci siamo sostituiti alla politica», risponde Fedeli, «è per un vuoto che la politica aveva lasciato». Ma come potrebbero essere abolite le sigle sindacali? «Grillo ha detto che le vuole abolire, ma non ha detto come. Bisogna cambiare la Costituzione per farlo, ma il Movimento cinque stelle non ha dato una proposta alternativa per garantire rappresentanza dei lavoratori». È un po’ come quando la Lega Nord nel 1995 provò a organizzare la sua rappresentanza dei lavoratori con il Sinpa, il sindacato padano. «Anche in quel caso non ha avuto alcun successo. Per rappresentare i lavoratori devi entrare nei luoghi di lavoro, essere democratico, avere il consenso». Quindi nessun pericolo per le tessere sindacali? «Non credo proprio».

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di Silvia Favasuli

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