Öcalan al Pkk: “Basta con le armi, sì alla pace”

Un conflitto che in 30 anni ha causato oltre 40mila morti e 2 milioni di sfollati

Un “discorso storico” potrebbe mettere fine al conflitto tra lo Stato turco e il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk). Un conflitto che in tre decenni ha causato oltre 40mila morti e 2 milioni di sfollati. Oggi tutti gli occhi sono stati puntati su Diyarbakır, dove, in occasione dei festeggiamenti per il Capodanno curdo Newruz, è stato letto un appello di Abdullah Öcalan, leader della formazione curda ritenuta un’organizzazione terroristica da Turchia, Unione europea e Stati Uniti.

Il prigioniero numero uno dell’isola-carcere di İmralı (dal 1999) e i servizi segreti turchi (Mit) hanno avviato nell’ottobre 2012 dei colloqui mirati alla risoluzione della “questione curda”. E il primo passo del processo riguarda proprio il cessate il fuoco e il ritiro del Pkk oltre il confine turco. Il premier Tayyip Erdoğan ha detto chiaramente che per il governo il processo inizierà de facto quando il movimento armato si ritirerà in un terzo Paese (Nord Iraq), mentre per il ministro della Giustizia Sadullah Ergin il ritiro potrebbe concludersi entro il 2013.

Fin dall’inizio, del “processo di pace” Öcalan ha affermato di considerare la “questione curda” come un problema di democratizzazione della Turchia. Il cessate il fuoco e il disarmo del Pkk sono infatti gli effetti più esterni della situazione. Alla radice ci sono richieste di maggiori diritti e di cittadinanza equa avanzati dai curdi. Tre sono le questioni principali sollevate: un nuovo concetto di cittadinanza definito non più su base etnica turca (come risulta invece nell’attuale Costituzione); autonomia regionale ipotizzata in diverse forme e livelli; insegnamento del curdo come lingua madre nelle scuole. Ci sarebbe inoltre la questione dei detenuti politici curdi, accusati di legami terroristici. Per il momento, tuttavia, il governo ha escluso l’ipotesi di un’amnistia generale.

A partire dallo scorso gennaio tre delegazioni composte dai deputati del Partito pro-curdo della pace e della democrazia (Bdp), si sono recate nel carcere di imralı per effettuare dei colloqui con Öcalan, ma per fungere soprattutto da tramite tra quest’ultimo, i militanti curdi stanziati nei monti Qandil, nel Nord Iraq, e l’ala europea del Pkk. Il leader curdo ha inviato alle tre parti curde interessate delle lettere, spiegando i punti della sua road-map. Le parti interpellate, dal loro canto, hanno detto di essere per buona parte in accordo con quanto prospettato da Öcalan. La settimana scorsa, come segno di buona volontà, il Pkk ha rilasciato anche otto ostaggi tenuti prigionieri nel Nord Iraq.

Sebbene la road-map di Öcalan resta a tutt’oggi sconosciuta, la stampa locale ha diffuso delle indiscrezioni sui colloqui avuti tra Öcalan e le autorità turche. Il quotidiano Milliyet ha scritto che il leader si sarebbe accordato con i servizi segreti su un piano di risoluzione composto da sette punti, inclusa la formula degli arresti domiciliari per Öcalan, da avviare nel momento in cui il Pkk inizierà il disarmo. A tal fine la commissione Giustizia del Bdp avrebbe anche preparato degli articoli (redatti secondo le indicazioni di Öcalan) da proporre per la nuova costituzione, la cui stesura è segnata da diversi mesi dalla mancanza di accordo tra i quattro partiti rappresentati in Parlamento.

Lunedì 18 marzo il co-leader del Bdp Selahattin Demirtaş, al ritorno dalla visita a İmralı realizzata assieme ad altri due deputati, ha riferito che Öcalan oggi avrebbe annunciato una tregua chiamando i militanti curdi a ritirarsi oltre il confine turco. «Il discorso che preparerò avrà una portata storica. L’appello contiene informazioni soddisfacenti su tutti gli aspetti militari e politici della risoluzione. Voglio risolvere anche la questione delle armi nel modo più rapido possibile, senza perdita di tempo e di altre vite umane», si legge nella nota consegnata da Öcalan a Demirtaş.

Nella stessa nota, l’attenzione si concentra sull’accento posto dal leader curdo sull’«estrema importanza del sostegno che i partiti politici e il parlamento offriranno per mettere in pratica il tutto». Tra le richieste di Öcalan riguardo al “processo di pace”, vi è infatti la costituzione di una commissione composta anche dai rappresentanti delle formazioni politiche presenti in Parlamento «per controllare e monitorare da vicino la fase del ritiro, affinché questo venga effettuato in totale sicurezza e ufficialità», ossia, senza eventuali attacchi dell’esercito turco. 

Il premier Erdoğan, che peraltro sostiene fortemente il processo, ha però affermato che «per il momento non è all’ordine del giorno portare in parlamento il processo di risoluzione». E, pur restando su due livelli diversi, l’avversione dei partiti all’opposizione al processo non fanno ben sperare in merito ad un sostegno parlamentare unanime. 

Per ora non sono nemmeno chiare le contropartite del governo turco, che evita di fornire elementi concreti sul processo in atto. Secondo un’ipotesi avvallata anche da alcune affermazioni dei deputati curdi, il “processo di pace” assicurerebbe a Erdoğan i voti dei deputati curdi per portare a referendum il sistema presidenziale cui aspira.

Mentre la popolazione sostiene a maggioranza il processo di pace e si attende il Newruz, si registrano episodi come i due attacchi dinamitardi al ministero della Giustizia e alla sede generale del Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp). Due feriti e danni materiali. Sarà un nuovo tentativo di boicottare il processo? La strada da percorrere appare lunga e piena di imprevisti. 

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