Silvio & Bersani giocano a poker per evitare il voto

Negoziato a oltranza. Nessuno dei due vuole tornare alle urne

Una complicatissima partita a carte, il trionfo dell’italianità politica che non si compone mai di situazioni nette, ma di contorsioni. Silvio Berlusconi e Pier Luigi Bersani in queste ore non stanno negoziando per evitare le urne, ma giocano d’azzardo, bluffano, si scagliano l’uno contro l’altro la minaccia delle elezioni anticipate. Ma in realtà, entrambi, cercano un accordo.

Il Cavaliere tace, chiuso nella sua villa di Arcore lascia che siano gli altri a interpretare i suoi studiati silenzi che ben si adattano al poker estenuante che Giorgio Napolitano – «nella sua profonda saggezza», come dice Massimo D’Alema – ha esteso (pare) fino a venerdì prossimo. «La vicenda è chiusa, Bersani è in un vicolo cieco», dice Angelino Alfano che ha il compito di parlare a Roma e di fare il duro. Così ognuno recita la sua parte. Quella di Bersani consiste nel rifiutare ogni offerta, di far sapere che non ci sono trattative possibili sul Quirinale.

Ma niente in realtà è come sembra. Il gioco di specchi è impressionante. Con una mano il segretario del Pd spazza via ogni ipotesi di negoziato perché teme l’accusa di inciucio, ma con l’altra – quella nascosta – spinge Enrico Letta da Alfano, e manda il suo braccio destro Maurizio Migliavacca da Denis Verdini. E lì, nell’ombra, per un attimo le cose si fanno più chiare. Berlusconi fa sapere di essere disposto persino a votare la fiducia a un governo monocolore Pd presieduto da Bersani, in cambio tuttavia chiede che al Quirinale vada uno dei suoi uomini: Gianni Letta? Ma Bersani scrolla le spalle, questo è impossibile. E il segretario adombra di rimando la possibilità di una nuova Bicamerale, di una commissione Parlamentare costituente la cui presidenza potrebbe andare al Pdl (allo stesso Berlusconi?).

Offerta e contro-offerta dunque, uno scambio serratissimo e drammatizzato dalle dichiarazioni pubbliche che si confondono alle contrattazioni occulte. Gli ambasciatori del Cavaliere fingono di scandalizzarsi alla proposta della Bicamerale, malgrado invece questa sia un’idea che accarezza la vanità meglio riposta di Berlusconi: il Cavaliere ha sempre sognato di essere legittimato dal capo del partito avversario. Tuttavia tutto procede con estrema lentezza, come se il tempo fosse infinito o forse come se tutti in realtà sapessero che prima del suo scioglimento la tragedia deve raggiungere il suo climax, il suo punto più alto. Poi precipiterà una soluzione all’improvviso.

Dunque gli ambasciatori del Pdl respingono con sdegno l’offerta del Pd: troppo poco, non ci sono garanzie sufficienti. Così ritornano le parole dure anche nei colloqui privati, nelle consultazioni che corrono senza sosta sul filo del telefono: e ovviamente fa capolino ancora il bluff della minaccia elettorale. «Siamo pronti alle elezioni. I sondaggi dicono che vinciamo», sostiene il Cavaliere con i suoi uomini, ma in realtà né lui né Bersani cercano davvero la roulette delle urne. Entrambi un po’ le temono. Non c’è Parlamento che ambisca al proprio scioglimento anzitempo e non c’è leader politico che di fronte alla prospettiva di andare al governo preferisca invece tentare ancora la fortuna delle elezioni.

E dunque ciascuno recita il suo bluff elettorale che si accompagna, in queste ore tormentate, all’incognita Napolitano. Il presidente della Repubblica cosà farà se Bersani fallisce nel formare una maggioranza? Vorrà tentare la via di un governo del presidente con Giuliano Amato, Emma Bonino o Anna Maria Cancellieri o forse, piuttosto, preso atto dell’impasse, sceglierà di dimettersi gettando il parlamento già confuso in una più serrata trattativa sull’elezione del nuovo capo dello stato? Dubbi che si affastellano. Entrambe le soluzioni non sono il massimo per i duellanti Berlusconi e Bersani, “gli acerrimi alleati”. Ed è cosi che si compone l’arabesco di trattative che si attorcigliano ora per ora, sempre di più, in un groviglio apparentemente inestricabile, con lo spread che torna a fare capolino nel proscenio della politica e la crisi finaziaria – rimossa dal balletto della campagna elettorale – che tuona minacciosa alle porte.