Austerity per Hamas, costretta a tagliare le spese

Manterranno le spese per la guerra e la propaganda

È austerity anche tra le file dei dirigenti di Hamas. Da quando sono scoppiate le rivoluzioni arabe, i suoi bilanci sono in rosso. Il gruppo islamico palestinese, negli ultimi anni, sta vivendo una insolita crisi economica causata proprio dalle Primavere. Oltre a forti danni alle economie dei propri paesi, sembra che le rivoluzioni non abbiano prodotto risultati positivi nemmeno per chi le ha sostenute.

Hamas, in particolare, che si aspettava benefici proprio grazie al suo legame con i Fratelli Musulmani (saliti al potere in Egitto, Libia e Tunisia), sta avendo soprattutto problemi di tipo economico. Lo ha rivelato un dirigente islamico palestinese al giornale arabo “al Quds al Arabi”: «Stiamo vivendo una forte crisi economica: gli aiuti dei paesi arabi e dell’Iran al nostro gruppo sono sempre meno. I primi ora devono sostenere le deboli economie dei paesi della primavera araba, sempre più a terra dopo le rivoluzione. I secondi sono concentrati sulla Siria».

Salah Bardawil, portavoce della formazione di Hamas che governa Gaza, ha sottolineato che «la nostra crisi di liquidità è dovuta alla difficoltà con cui reperiamo fondi tramite le banche. Il valico di Refah con l’Egitto è aperto solo in parte: è molto difficile far arrivare soldi al nostro movimento». E allora Hamas ha avviato una politica di austerità: più attenzione ai bilanci e alle spese, meno soldi all’organizzazione di festival e di attività di propaganda. «Abbiamo tagliato tutte le spese non essenziali, senza però toccare i fondi per le attività armate. Abbiamo cercato anche di non rinunciare alle nostre posizioni politiche e alle nostre attività sociali. È necessario fare ogni sforzo per far sentire la presenza di Hamas alle famiglie palestinesi».

«Ormai la nostra classe dirigente è abituata a questo clima di austerità, in particolare dal 2007, quando abbiamo assunto il controllo di Gaza. Per cui sono convinto che riusciremo a superare il periodo di crisi grazie all’esperienza accumulata negli anni», anche se, va ricordato, «le fonti di finanziamento del governo di Gaza sono diverse da quelle di tutto il movimento. A noi arrivano, oltre alle tasse, anche soldi inviati da paesi arabi ed europei per progetti di costruzione di infrastrutture nella striscia». Tocca allora al nuovo ufficio politico di Hamas, eletto la scorsa settimana durante un congresso al Cairo, con la riconferma del leader Khaled Mashaal, trovare nuovi fonti di finanziamento nei paesi della primavera araba. «Serve il sostegno anche dei paesi non arabi dove sono presenti i movimenti di liberazione nazionale – ha concluso Bardawil – e noi siamo un simbolo per chi vede con ostilità le attività di Israele e Stati Uniti. Ed è necessario un grosso sforzo diplomatico per trovare nuovi canali di finanziamenti con i paesi europei».

Quello che è certo è che Hamas non può affatto contare sui paesi vicini. Non può chiedere soldi all’Egitto, che è in attesa della risposta del Fondo monetario internazionale, il quale a sua volta prende tempo per la richiesta di prestito di 4,8 miliardi di dollari. Non è possibile nemmeno chiedere altri fondi al Qatar, impegnato proprio a sostenere l’economia dei paesi rivoluzionari. Doha è stata costretta in questi giorni ad intervenire ancora una volta in sostegno all’economia egiziana, per salvarla dalla crisi economica causata del presidente Mohammed Morsi e dei Fratelli Musulmani. Lo sceicco Hamed Bin Jasem al Thani, primo ministro di Doha, ha annunciato che il suo paese intende acquistare nuove quote di obbligazioni egiziane per il valore di 3 miliardi di dollari, che si vanno ad aggiungersi ai 5 precedentemente accordati. Nel corso della recente visita a Doha del premier egiziano, Hesham Qandil, il capo del governo del Qatar ha affermato che «abbiamo raggiunto un accordo per portare a 8 miliardi di dollari il nostro sostegno al governo egiziano». Il Qatar ha anche promesso che fornirà l’Egitto del gas naturale che le occorre, in vista dell’arrivo dell’estate, in modo da scongiurare la crisi del combustibile che la attanaglia da alcuni mesi.

Non è nemmeno possibile, per Hamas, chiedere aiuto alla Libia, alle prese con grossi problemi interni e, anche lei, con la necessità di aiutare l’Egitto. La Libia ha sottoscritto un prestito senza interessi di un miliardo di dollari a favore del Cairo. In base a quanto ha rivelato una fonte del ministero del Tesoro, «il prestito sarà spalmato in cinque anni e servirà a sostenere l’economia egiziana e il bilancio statale, oltre alla riserve di valuta straniera nel paese».

E infine, in soccorso di Morsi e non dei palestinesi di Hamas sono scesi in campo in questi giorni anche i governanti iracheni. Entro breve tempo – hanno annunciato – il primo carico di petrolio iracheno giungerà in Egitto. Il tutto grazie ad un accordo firmato durante la recente visita del premier egiziano Qandil a Baghdad, in cui ha chiesto aiuto per la crisi del carburante che da mesi sta colpendo il Cairo. La prima petroliera partirà dal porto di Bassora a maggio. E non sarà diretta verso la Palestina. 

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, così come i giornali di carta e la nuova rivista letteraria K, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta