Bersani, un gesto di dignità politica: dimissioni

Il Vietnam del Pd e il paese in panne

La conferma del capogruppo di Sel, Gennaro Migliore, che il voto dei suoi deputati (R. Prodi) rappresenta la volontà di distinguersi e non farsi conteggiare tra i franchi tiratori, è la prova finale che quei cento voti a perdere che sono mancati a Prodi per salire al Quirinale, sono tutti interni al Pd. Il Vietnam è tutto nelle stanze del partito democratico, partito in dissoluzione, gonfio di parlamentari grazie al famigerato Porcellum, nonostante la “non vittoria” di fine febbraio. Un partito incapace di fare e farsi una analisi franca e veritiera del voto e delle sue conseguenze, sfasciato e privo di bussola politica, basti vedere la gincana impazzita di questi ultimi due mesi: prima una campagna elettorale giocata in surplace e rivolta esclusivamente al proprio mondo, sicuri della vittoria in tasca; poi dopo la vittoria mutilata il corteggiamento mal ricambiato a Grillo; poi ancora la virata improvvisa verso un accordo sul Colle con il Caimano Berlusconi, attraverso il nome di Franco Marini. Affondato impietosamente alla prova della prima chiama. Infine, stamattina, un altro reverse e il ritorno di fiamma grillino, con la proposta in teoria unificante del padre nobile ulivista Romano Prodi. Scelta salutata in un’assemblea lampo Pd dall’applauso unanime dei grandi elettori. Paradossale. Per concludere, due ore fa, il tracollo del Prof dopo Marini, sommerso da cento franchi tiratori: non solo la cinquantina di dalemiani ed ex popolari preventivati, ma un ulteriore drappello di cinquanta che si è sfilato dall’ordine di scuderia.

Insomma un Vietnam continuo, ribadito, sfibrante, inarrestabile, che non può non suonare come una sfiducia fragorosa e rotonda al timoniere Bersani, ormai incapace di tenere insieme un partito diviso in bande rivali. Prima di abbozzare qualsiasi altra ipotesi per il Colle, qualunque sia, prima ancora di denunciare il solito teatrino della politica mentre il paese soffre la crisi e i mercati internazionali ci stanno a guardare, prima ancora dell’ennesima nottata di trattative e di lunghi coltelli, prima ancora delle accuse congiunte ai traditori, e prima ancora di vedersi impallinare l’ennesimo big, si compia un gesto di bonifica del campo. Bersani abbia la dignità di dimettersi. Il segretario ci ha provato (maldestramente), è andata male. Lo diciamo con dispiacere verso una persona generosa, pragmatica, buon ministro in passato. Ma basta accanimento terapeutico. I guai del partito non cominciano certo con lui, anzi, né il suo gesto sarebbe risolutivo per cambiare un Pd distante anni luce dal paese reale e dal senso comune. Ma a questo punto diventa un atto dovuto. Un gesto di dignità.

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