Franco Marini, un’altra volta presidente per un giorno

Quirinale & polvere di stelle

È stato presidente della Repubblica per un giorno. Franco Marini è salito al Colle ieri pomeriggio, quando Pier Luigi Bersani e Silvio Berlusconi hanno trovato l’accordo sul suo nome. Ne è disceso qualche ora fa, dopo che un numero impensabile di franchi tiratori ha affossato la sua elezione nel segreto dell’urna. Un’altra volta bruciato sul più bello, dopo aver già assaporato la poltrona da premier in consultazioni lampo, correva l’anno 2008, poi risoltesi in un nulla di fatto e nel voto anticipato.

La pipa e la penna nera, inseparabili entrambe. La prima è una delle poche debolezze che Franco Marini si concede. Un piacere tradito negli ultimi anni giusto da qualche toscano. Magari per accompagnare una grappa, dopo cena. La seconda rappresenta meglio di tante parole l’ex presidente del Senato. È il ricordo dell’esperienza da ufficiale degli alpini. Giovane abruzzese trapiantato a Bressanone, in Alto Adige. Tenente della Brigata Tridentina. Ecco, la determinazione viene proprio dalla penna nera, ha ammesso Marini più volte. La stessa testardaggine che non gli ha ancora impedito – nonostante la decisione di Bersani di puntare su un nuovo profilo – di rinunciare alla candidatura per il Colle. 

Ottant’anni da pochi giorni, Marini è stato il presidente del Senato durante l’ultimo tormentato governo Prodi. La carriera si snoda a ritroso tra la politica e il sindacato. Dal Pd al Partito popolare italiano, di cui è stato segretario. Il ministero del Lavoro, la segreteria della Cisl. Lo chiamano il lupo marsicano, un po’ per il carattere rude ma schietto, un po’ per la provenienza aquilana. «Un uomo di grande forza con principi saldi» raccontava ieri l’ex sindacalista Guglielmo Epifani ai colleghi del Pd.

Il Parlamento lo ha lasciato da poco. Eletto per la prima volta alla Camera nel 1992 – il più votato della Democrazia Cristiana, non proprio un’elezione qualsiasi – Franco Marini è rimasto nel Palazzo fino a qualche mese fa. Vent’anni precisi da parlamentare: quattro legislature a Montecitorio, due a Palazzo Madama. Poi lo smacco. Ottenuta dal partito la candidatura in Abruzzo, lo scorso inverno l’ex Dc ha chiesto di poter essere inserito al secondo posto in lista, dietro Stefania Pezzopane, la vincitrice delle primarie. Il risultato, inaspettato, è stata la mancata elezione. Il Partito democratico ha conquistato un solo seggio, Marini è rimasto fuori dal Senato. Al suo posto il berlusconiano Antonio Razzi.

Un figlio, lui che di fratelli ne aveva ben sette. Una laurea in giurisprudenza. Il lupo marsicano non conosce l’inglese. Così almeno racconta chi vorrebbe screditarne l’immagine internazionale. «Ma ve lo immaginate Marini che parla con Obama?» scherzava Matteo Renzi immaginando l’ascesa al Colle del vecchio alpino. Ma più delle lingue straniere, la qualità richiesta al prossimo presidente della Repubblica sarà la capacità di dialogo. E di questa, rivela chi lo conosce bene, Marini ne avrebbe avuta da vendere.

L’iscrizione giovanissimo alla Democrazia cristiana, l’Azione Cattolica, le Acli. Ma è nella Cisl che le doti di mediatore dell’ex presidente del Senato si affinano. Del sindacato Marini arriva a diventare segretario generale nel 1985. Prima del salto in politica. I primi anni Novanta con lo scudo crociato in Parlamento, la corrente Forze Nuove di Carlo Donat Cattin. Poi l’esperienza del Partito popolare. Segretario dopo Gerardo Bianco e prima di Pierluigi Castagnetti. Dalla Margherita al Pd, è storia recente. Nella lunga carriera politica di Marini manca un passaggio a Palazzo Chigi. Eppure la guida del governo l’ha sfiorata. Alla fine dell’ultimo governo Prodi l’ex Dc riceve l’incarico da Giorgio Napolitano per provare a formare un esecutivo. L’obiettivo è l’approvazione di una nuova legge elettorale e il raggiungimento di pochi punti programmatici. Il progetto dura solo pochi giorni, di fronte all’impossibilità di trovare una maggioranza Marini fa un passo indietro.

Un comportamento corretto, come ha riconosciuto in seguito il Cavaliere. Del resto i rapporti tra i due sono sempre stati caratterizzati dal reciproco riconoscimento. Avversari sì, ma con rispetto. Chissà se l’assenza di un tratto ferocemente antiberlusconiano passa dalla solidarietà con l’illustre compaesano abruzzese Gianni Letta (si dice che una delle pipe più apprezzate da Marini sia proprio un regalo del braccio destro di Berlusconi).

E così per un giorno il lupo marsicano è diventato l’uomo del compromesso. «Siamo in mare mosso, insieme a larga coesione servirà esperienza politica, capacità ed esperienza» raccontava ieri sera il segretario Pd Pier Luigi Bersani presentando la candidatura a una gelida platea. «Marini sarà in grado di assicurare la convergenza delle forze politiche di centrodestra e centrosinistra, ha un profilo per essere percepito con un tratto sociale e popolare. È personalità di esperienza con carattere di reggere le onde e con radici nel mondo del lavoro, ed è persona limpida e generosa». I parlamentari Pd non gli hanno creduto.