Non solo agonia: con la crisi si svecchia l’industria

L'assemblea generale di Confindustria

È tutta una questione di regine, cavalli e torri. Salvatore Rossi, vicedirettore della Banca d’Italia, uno dei dieci saggi scelti da Giorgio Napolitano, usa la metafora scacchistica per descrivere la mappa dell’industria italiana. Le regine sono quelle in grado di proporre al mercato prodotti dall’alto contenuto di tecnologia e conoscenza. I cavalli sono quelli in grado di compiere un “salto con scarto laterale”, cioè sono rimaste nel loro settore e hanno continuato a offrire il loro prodotto tipico, ma più ricco di contenuti innovativi. Nel terzo gruppo, le torri, ci sono gli imprenditori che per combattere con i nuovi concorrenti si sono rifugiati nella forza del marchio.

Fuori da questa triade virtuosa c’è chi invece ha cambiato scacchiera rovesciando il tavolo e andando a giocare da un’altra parte. È la pattuglia che prima comincia con Timisoara, poi si sposta in Albania e persino in Uzbekistan alla ricerca di manodopera a basso costo e di condizioni favorevoli. Intendiamoci: non è che le regine siano vergini (si pensi agli incentivi che la Fiat ha ottenuto dal governo serbo per aprire l’impianto di Kragujevac) ma la quarta categoria è rimasta sostanzialmente ancorata a una strategia di puro risparmio sui costi. Adesso, per “i delocalizzatori difensivi”, gli spazi si sono ristretti e sono i primi a soffrire. Loro e chi produce soprattutto per il mercato domestico.

Le pedine descritte da Rossi sono andate a Torino nel fine settimana per ascoltare la lamentatio della Confindustria sulla recessione peggiore dal 1929, o come una guerra – almeno secondo il rapporto presentato dagli esperti di Vincenzo Boccia – e lanciare la proposta di un ennesimo patto dei produttori al quale i sindacati hanno risposto sospettosi e divisi. Susanna Camusso, in particolare ha gettato acqua fredda sui bollori del patronato: «Niente illusioni, partiamo da cose concrete». Mentre Giorgio Squinzi s’è lanciato in una reprimenda contro i politici. «È la loro inadeguatezza che ci strangola». Lontani sono i tempi in cui Silvio Berlusconi proclamava: «Il vostro programma è il mio programma». Ma sepolte sono anche le speranze riposte (per la verità molto brevemente) nel salvataggio di Monti. A Torino c’era una Confindustria di lotta, poco di governo.

I dati sono inoppugnabili, sia chiaro, eppure anch’essi vanno visti con il grandangolo. Il record di imprese chiuse (la Confindustria con gesto teatrale ha dedicato loro un minuto di silenzio) sta lì a rappresentare drammaticamente la recessione. Per fortuna anche nell’anno orribile 2012 sono più quelle che hanno aperto, ma la Confindustria non ha dedicato loro nessun nastro rosa. L’Unioncamere ha registrato 383.883 nascite a fronte di 364.972 “funerali”. Pessime cifre entrambe, perché il saldo pari a 18.911 è vicino a quello del 2009, anno nel quale il grande crac finanziario si è scaricato sull’economia reale. È andata meglio nel 2010 e nel 2011 poi è arrivata la crisi dei debiti sovrani, la stretta di Monti, la gelata della domanda interna.

La vicenda congiunturale è nota, è giusto ricordarla, ma va vista in prospettiva. I giornali (e la Confindustria) mettono davanti solo il segno meno. E non chiariscono quel che sta accadendo. La popolazione imprenditoriale continua a crescere. Anche grazie agli immigrati. È vero che il flusso migratorio si riduce a causa della cattiva congiuntura, ma nella stesso tempo cambia segno e qualità. Gli immigrati regolari si stabilizzano. Molti di loro cominciano nuove attività in proprio. Non cercano più un tozzo di pane qualunque, ma un futuro migliore, una professione. Mettendo su una propria azienda. Non solo nel piccolo commercio. Basti guardare a come è cambiata l’edilizia.

La grande trasformazione, lunga e dolorosa, crea una selezione anche e soprattutto nella piccola impresa. La scacchiera di Salvatore Rossi si ritrova pressoché in ogni settore e ramo produttivo. Perché il problema, in un paese a manifattura ampia e stratificata, non riguarda questo o quel comparto. In Italia, così come in Germania (cioè nei due paesi che hanno mantenuto una struttura manifatturiera orizzontale) la legge ricardiana dei costi comparati non ha prodotto una specializzazione merceologica, ma piuttosto una selezione tra la fascia alta e quella bassa. Per la Banca d’Italia il metro di misura è la digitalizzazione, cioè l’introduzione delle nuove tecnologie informatiche e il loro uso sistemico, cioè fino a che punto esse sono state in grado di trasformare la governance. Perché dietro i problemi che l’industria italiana si trova a risolvere c’è anche e forse soprattutto, la gestione delle imprese e l’assetto della loro proprietà.

Non c’è dubbio che il familismo, molla positiva nella fase embrionale dell’impresa, diventi un ostacolo non appena crescono e un abbraccio mortale quando, diventate grandi, debbono affrontare l’internazionalizzazione. Il passo indietro dei Merloni nella Indesit, per esempio, sta lì a dimostrarlo. In tal caso, la famiglia ha capito che fare il bene dell’impresa alla lunga avrebbe fatto bene anche agli azionisti. La difesa della “roba” rappresenta uno dei grandi ostacoli alla crescita della dimensione e delle ambizioni per le imprese italiane. Di questo non si può rimproverare la politica. Certo, i governi potrebbero anche approvare degli incentivi per favorire la modernizzazione dell’assetto proprietario, ma la decisione prima spetta agli imprenditori stessi, è una questione di cultura e di volontà. E il mancato salto di qualità verso una gestione manageriale con l’innesto di competenze esterne, rallenta o spesso impedisce il salto di qualità senza il quale non si esce dalla recessione nemmeno tagliando le tasse e riducendo il costo del lavoro.

Il futuro manifatturiero dell’Italia passa attraverso la strategia delle nicchie di qualità. In sostanza, si tratta di concentrarsi ovunque nell’alta gamma. Il problema non è chiudere l’Ilva per coltivare il campicello, ma è produrre acciai speciali, non laminati vecchio tipo, e anche beni alimentari di alta qualità. È già una tendenza verso la quale spingono gli imprenditori più avveduti. Una strategia che parte dal tessuto di piccole imprese per arrivare fino in alto.

Anche i distretti si stanno riorganizzando in questo modo, puntando alla conquista di nuovi mercati. L’Osservatorio nazionale sui distretti calcola che sono ancora numericamente rilevanti (47) i distretti che nei primi nove mesi del 2012 hanno superato i livelli di export registrati nel 2008, prima della crisi: di questi, ben 17 appartengono al comparto abbigliamento-moda, 13 al comparto alimentare e 9 all’automazione-meccanica. Inoltre, 20 distretti hanno aumentato l’export del 2008 più del 20%, con punte dell’80% per i prodotti dell’industria casearia di Parma, del 77% per l’elettronica di Catania, del 35,9% per la pelletteria fiorentina. Tra le imprese che hanno dichiarato di aver esportato lo scorso anno (8 su 10, con un fatturato all’estero che rappresenta il 51,6% di quello totale), il 36,4% ha registrato un incremento dell’export (38,1% nel 2011) e il 21,8% una diminuzione (15,3% nel 2011). A condizionare questi risultati sono stati gli arretramenti subìti in alcuni importanti mercati di sbocco (Germania, Grecia e Spagna) in parte compensati dalle buone performance negli Stati Uniti e in Giappone, seguiti da Emirati Arabi, Russia e Messico.

Il percorso sul quale bon gré mal gré s’avvia l’industria italiana riguarda sia la piccola sia la grande impresa: la distinzione tra loro, da questo punto di vista, conta sempre meno. Ferragamo fabbrica sempre le scarpe fatte a mano come ai tempi del fondatore, ma accanto ha introdotto nuovi prodotti e si è data una organizzazione manageriale. Ermenegildo Zegna ha inserito nelle sue finissime lane estive, tecnologie che le rendono parzialmente refrattarie ai raggi solari. Anche Sergio Marchionne l’ha capito e adesso, per salvare quel resta dell’auto in Italia, punta sulla Maserati, sull’Alfa, sui modelli sofisticati. In questo percorso, la distinzione tra grandi e piccoli conta sempre meno.

«Il riposizionamento è l’espressione di un mutamento nella strategia competitiva di molte aziende», scrive il Censis nel suo ultimo rapporto. L’espressione più evidente arriva dall’export dove «viene meno la fedeltà a un modello centrato sulle 3A (abbigliamento, arredo, alimentari), perché la crisi ha selezionato le punte di freccia». Ma anche sul mercato interno nascono realtà nuove e dinamiche: le imprese femminili (oggi pari al 23% del totale), le cooperative (+14% in dieci anni), le applicazioni Internet, le tecnologie verdi. Sono tutti segmenti nettamente in controtendenza anche perché cercano di soddisfare la domanda di un consumatore anch’esso riplasmato dalla crisi. Lo stesso Censis che abbonda in neologismi ha creato la definizione di “e-consumatore competente” che spazia in una gamma enorme di comportamenti dal car sharing o nel ritorno verso l’affitto anche la casa-patrimonio resta preponderante.

La crisi, dunque, è un’occasione. Va lasciata all’istinto di sopravvivenza, alla distruzione creatrice? O bisogna riesumare la politica industriale? Se si intende i sussidi pubblici, allora la risposta è no. Del resto negli ultimi dieci anni sono crollati (da sei a due miliardi di euro). Il Met (Monitoraggio Economia e Territorio) centro studi universitario guidato da Raffaele Brancati, ha lanciato un manifesto per la politica industriale che ha ricevuto il sostegno di una gran quantità di autorevoli studiosi. Secondo loro la realtà di tutti i paesi industriali dimostra che esiste ancor oggi lo spazio per un intervento pubblico. Questo ruolo non deve coprire «i fallimenti del mercato», ma al contrario serve a stimolare e accompagnare l’innovazione, rendendola davvero sistemica.

Una via di mezzo tra politica dell’offerta e nuova programmazione? Regolazione e indirizzo sono presenti ovunque, sostiene Brancati, non solo nei paesi dirigisti come la Francia. Nelle conclusioni dei dieci saggi incaricati da Giorgio Napolitano c’è l’idea di creare un Fondo di investimenti pubblico-privato che operi come fondo dei fondi e si raccordi con quelli istituti presso la Cassa depositi e prestiti. L’Iri rientra dalla finestra?

Lo Zeitgeist è cambiato nonostante i panegirici a Margaret Thatcher. Ma si va avanti a tentoni, consapevoli che il decennio (o forse ormai quindicennio) perduto è frutto di un colpevole immobilismo non solo dei governi, bensì di tutti i soggetti forti e i corpi intermedi, dalla Confindustria ai sindacati. Certo, l’apparato produttivo italiano nella sua storia non è stato poco protetto o assistito dallo stato, al contrario. E la crisi strutturale che molti chiamano declino è cominciata proprio quando sono cadute le barriere nel commercio con l’estero ed è arrivata la globalizzazione. Continuare così non si può. Tornare indietro è impossibile, soprattutto significherebbe davvero essere tagliati fuori dal corso della storia. Il vecchio è morto e il nuovo stenta a nascere: lo stallo italiano è proprio qui. 

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