Alesina e Giavazzi: “No al tetto deficit-Pil al 3%”

I due economisti sul Corriere della Sera

Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, nell’editoriale di oggi del Corriere della Sera esortano il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni a valutare se non rispettare il limite del 3% nel rapporto fra deficit e Pil previsto per quest’anno per varare un piano su un doppio binario: riduzione delle spese e, contestualmente, riduzione della pressione fiscale. Ecco alcuni passaggi del loro editoriale

La politica di bilancio in Italia è vincolata da puntuali regole europee. Esse prevedono che un Paese mantenga piena flessibilità nei propri conti pubblici solo se il suo deficit è inferiore al 3% del Prodotto interno lordo.

Il Documento di economia e finanza (Def) che il ministro Saccomanni presenta al Parlamento la prossima settimana, confermerà per quest’anno l’impegno annunciato due mesi fa dal governo Monti, cioè un deficit non superiore al 3%.

Nella migliore delle ipotesi saremo di un soffio sotto la soglia del 3% e ciò non consentirà di ridurre le imposte. In questa situazione occorre chiedersi se ci convenga impegnarci al 3% quest’anno, visto che, a parte una questione di orgoglio, non ne guadagneremmo sostanzialmente nulla.

strategia alternativa

Proporre all’Ue un piano di riduzione immediata delle imposte: l’Imu, ma soprattutto le imposte sul lavoro. Diciamo per un ammontare dell’ordine di 50 miliardi che abbasserebbe la pressione fiscale di circa tre punti, contribuendo alla ripresa dell’economia. Contemporaneamente adottare un piano di riduzione graduale ma permanente delle spese: un punto di Pil di tagli all’anno per tre anni.

La Commissione non chiuderebbe la procedura di sorveglianza: dovrebbe approvare il piano e verificarne l’effettiva attuazione.

Il secondo pilastro di questa strategia è il credito

È necessario che le banche ricomincino a prestare denaro a famiglie e imprese. Per far questo, come abbiamo già scritto, bisogna ricapitalizzarle.

Per farlo si può utilizzare il Meccanismo europeo di stabilità (Ems), il cosiddetto «Fondo salva-banche», come ha fatto la Spagna. Il vantaggio è che anche questo prestito ci sarebbe concesso con «condizionalità», cioè sottoporrebbe le nostre banche — e la Banca d’Italia che vigila su di esse — al controllo delle istituzioni europee.

Saccomanni deve puntare alto, non perdersi con i decimali. Se lo farà, Bruxelles deve ascoltarlo.
 

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