“Erano le quattro del 20 maggio e il sonno si spezzò”

A un anno dal sisma in Emilia la Panini pubblica un libro scritto da alcuni terremotati

Hanno spesso nomi femminili i paesi che fanno da cicatrice, a perenne memoria di un cuore d’Italia che a volte sussulta un po’ troppo e, quando sussulta, il respiro si ferma, il sonno si rompe. Onna, Gibellina, Gemona, Mirandola… pare quasi che a un cuore di donna ci si possa afferrare di più e a volte è davvero così. A volte.

Una di queste volte fu alle quattro del mattino di un anno fa, quando il cuore del Paese si mise a tremare in Emilia: la regione, guarda un po’, con un nome di donna. Erano le quattro e il sonno si spezzò.
Me li hanno raccontati in tanti, i trenta interminabili secondi del terremoto: i rumori, gli odori, le polveri, ma ho come l’impressione che l’immaginazione non basti. Non c’è un Plinio il Vecchio capace di trovare le parole e tutto sommato va bene così. È l’epoca delle immagini, la nostra, e quelle parlano chiaro, più dell’immaginazione. Parlano forte, strillano tanto che spesso non si riesce ad ascoltare.

Elena, giovane maestra di musica per piccoli musici ancor più giovani di lei, mi accompagna tra le sue vie: non ce l’ha con la Terra e se è il caso sorride. A te vien da tacere, per il timore di disturbare qualcosa che non c’è più. Allora speri di sentire un suono uscire dal teatro, chiuso sulla piazza, invece sai che in programma non c’è nulla, stasera: lo leggi sulla locandina appesa dalle quattro di quella notte. E sorridi anche tu quando Elena ti svela il suo desiderio di tornare a toccare gli ottantotto tasti del suo Kawai mezza coda, rimasto da allora nella stanza della musica, dove oggi nessuno più suona.

C’è di peggio, lo sa anche lei, di uno strumento pur bello, imballato sotto la polvere. Ci sono mille cose da fare, mille esigenze, mille priorità, però è vero che quando Elena tornerà finalmente a liberare i polpastrelli sulla tastiera, forse sarà proprio perché il peggio è passato. Allora anch’io non vedo l’ora che succeda. Intanto me lo immagino, un pianoforte nella notte, con il mondo che gli si scuote addosso. Mi chiedo se ha un suono e che suono che ha, se le sue corde vibrano nel buio e se il suono è forte o piano, quando tutto trema.

Quando arriva, il peggio, non passa un minuto e c’è già chi si dà da fare. Anche questo me lo raccontano in tanti, però non basta l’immaginazione, né sono sufficienti le fotografie per dare onore al merito.
Bruno, cardiologo, era accorso al reparto che la terra ancora tremava. Non c’è cardiologia che possa curare il cuore che sussulta là sotto, ma tutti gli altri sì. Mi dice che in meno di un giorno il posto medico avanzato, messo in piedi nell’emergenza, era perfettamente operativo, accanto all’ospedale ferito. Sono fiere le sue parole quando racconta dei pazienti vecchi e nuovi che gli ha portato il terremoto, da assistere e curare nei sospiri e nel fisico. L’impressione è che in quei giorni si sia sentito più medico che specialista e che questo lo ripagasse più di ogni altra cosa: uno di quei medici che non levano il camice fin dopo la sutura dell’ultima ferita.
Pulsano forte i cuori di tutti noi, quando un’emergenza ti acchiappa. Siamo i primi a partire, poche storie. Anzi, di storie ce ne sono quante se ne vuole, di chi una mano la dà, in silenzio, e se è poco è comunque qualcosa.

C’è Paolo, allenatore di piccoli campioni, che trova un prato e ne fa un campo, visto che il campo, quello con il dischetto del rigore e le reti, è diventato tendopoli. La vita continua anche prendendo a calci un pallone e capita che dalle altre città, vicine e lontane, una squadra ne adotti un’altra, la adotti davvero, non solo a parole. Da Ascoli a San Felice, da Torino a Medolla. E le scuole di danza adottano le ragazzine sulle punte e c’è sempre qualcuno che c’è.
C’è chi dispone i tavoli lungo la strada, per pranzo e per cena, con le case oltre il giardino imballate come il pianoforte, e tra famiglie ci si ingegna: chi butta la pasta per tutti, chi condisce chili di insalata, chi prepara il caffè meglio che al bar. E va a finire che stando insieme ci si conosce e ci si sente vicini davvero, dopo essere stati per anni vicini per caso, buongiorno e buonasera.

C’è la Panini, quella delle figurine dei nostri campioni e delle partite a pallavolo, che nel cuore dell’Emilia ha la sede e per tutta l’estate mette in piedi un cantiere più forte delle scosse: chiama scrittori, attori, illustratori e organizza per i ragazzi grandi e piccoli un’estate di fantasia, che è un bel modo per non pensarci, o per pensarci senza pensarci troppo. Oggi, a un anno dal sisma, la stessa Panini pubblica un libro a mille mani, che parla di radici: quelle sottoterra e quelle nel cuore*. Un libro che permetterà al cantiere della fantasia di continuare anche quando il peggio è passato e, chissà, di non fermarsi più.

C’è Luigi, emiliano anche lui, tra i narratori in quel libro e la sua storia, che è la storia sua davvero, parla della ricostruzione dei racconti perché, a volte, ricostruire a parole funziona. A volte.
Luigi le scosse le ha vissute e te le descrive senza troppo bisogno di scavare nei ricordi, perché sono lì, ancora, tra i brividi della sua pelle. Racconta il loro tuono sgrammaticato, ma se non c’è una grammatica non si capisce e se non si capisce la paura aumenta.
C’è anche Edoardo, ragazzino dal sonno pesante, che alle quattro di quel mattino continuò a dormire beato, nella sua casa antisismica, che qua e là ci sono anche quelle… Lo invidio, un sonno pesante così, che ti risparmia la paura di quei trenta secondi, ma al mattino, al risveglio, non lo invidio più.

È trascorso un anno da quella notte e da quei trenta infiniti secondi che hanno fatto pulsare e fermare i cuori di Bruno, rimbalzare i palloni di Paolo, raccontare le parole di Luigi e continuare il sonno di Edoardo. È trascorso un anno e trenta secondi dall’ultima nota suonata dal pianoforte di Elena, che però sorride ancora e lo fa volentieri. Chissà l’emozione e il sussulto del cuore quando sarà il momento di toglierlo dall’imballo sotto la polvere e di riaprire porte e finestre alla stanza della musica. E magari anche quelle del teatro sulla piazza.
Nessun dubbio che il suono scordato sarà comunque un bel suono. Peccato che, sempre pronti a partire, noi si faccia poi più fatica ad arrivare e a metterci d’accordo, ma senza accordi si stona, e se si stona la canzone non va. Invece, una volta arrivati, sarà probabilmente un concerto a celebrare il momento.
E sarà il giorno del pianoforte, scordato, ma certamente non dimenticato.

*Il libro citato è Radici (autori vari, Panini editore). Con i proventi delle vendite saranno finanziate attività di ricostruzione nei comuni colpiti dal sisma.

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