Missoni e gli italiani dell’altra sponda dell’Adriatico

Scrittori, imprenditori, poeti…

Questa settimana se n’è andato un altro grande dalmata: Ottavio Missoni, nato nel 1921 a Ragusa (oggi Dubrovnik) e cresciuto a Zara (Zadar). Una fucina di grandi, la Dalmazia, luogo di mescolanze e di meticciato. Per secoli la navigazione adriatica avveniva lungo la costa orientale, frastagliata e ricca di isole, anziché dalla parte italiana dove le lunghe teoria di spiagge sabbiose non offrono alcun rifugio in caso di tempesta. Generazioni e generazioni di marinai hanno popolato i porti dell’Adriatico orientale, dando persino vita a un “tipo dalmata”: persone alte, magre, spesso con gli occhi chiari (era così Missoni, è così Enzo Bettiza). Gente di mare: umorale, bizzosa, generosa, splendida.

La Dalmazia è plurale, le varie dominazioni si sono sovrapposte lasciando tracce visibili, ancor oggi nel dialetto dalmata si mescolano parole croate, venete, turche. E la Dalmazia ha dato il meglio di sé ai vari Paesi con cui ha avuto a che fare. Lo spalatino Franz von Suppé (nome d’arte di Francesco di Suppé Demelli, padre di origine belga e madre viennese) diventa un’icona austriaca dell’operetta; calciatori e cestisti dalmati – troppo numerosi per ricordarli tutti – sono tra i figli più illustri della Croazia odierna.

Oltre a Enzo Bettiza, nato a Spalato (Split), giornalista e autore dell’impareggiabile Esilio, uno dei libri fondamentali per capire l’intreccio di questi luoghi, va ricordata la famiglia Luxardo che dal 1821 produce maraschino, prima a Zara e dal dopoguerra a Torreglia, in provincia di Padova. Le tragedie vissute dai Luxardo – Pietro con la moglie e il fratello Nicolò vengono annegati nel mare di Zara dai partigiani comunisti jugoslavi, i corpi mai ritrovati – sono esemplificative dei drammi vissuti sull’altra sponda. Ma ce la fanno a rinascere e oggi Franco Luxardo è sindaco del Libero comune di Zara in esilio, carica detenuta fino a qualche anno fa proprio da Ottavio Missoni.

Evidentemente i colori del mare e della sua costa devono creare impressioni indelebili, anche Mila Schön viene dall’Adriatico orientale. Nasce a Traù (Trogir), tra l’altro figlia di una Luxardo. Il suo vero nome è Maria Carmen Nutrizio e il fratello Nino diventerà un celebre giornalista, per 27 anni direttore de La Notte (record imbattuto). Zaratino è anche il colonnello dei carabinieri Antonio Varisco, ucciso nel 1979, probabilmente dalle Brigate rosse (ma i contorni dell’attentato non sono mai stati chiariti).

Uno dei padri della lingua italiana, Niccolò Tommaseo, nasce nel 1802 a Sebenico (Šibenik). Ha compilato il primo dizionario moderno di italiano, ma era perfettamente bilingue. Di madre croata, è autore di un poema in quella lingua, le Iskrice, ma il fatto di essere diventato un protagonista del Risorgimento e quindi una figura continuamente sventolata dal fascismo per rivendicare l’italianità della Dalmazia ha provocato la sua rimozione dalla memoria jugoslava prima e croata poi: il suo monumento a Sebenico è stato fatto saltare nel dopoguerra e solo recentissimamente, in aprile, un docente sebenzano dell’università di Zara, Boško Knežić, ha proposto di onorare il celebre linguista nel luogo dov’è nato (destino diverso ha avuto il poeta Ugo Foscolo, pure lui bilingue, nativo di Zante – oggi Zakyntos – con il nome di Foskolos è onorato di un posto di rilevo nella letteratura greca).

Ruggero Boscovich, il fondatore dell’Osservatorio astronomico di Brera, a Milano, nasce a Ragusa nel 1711. Va a studiare dai gesuiti a Roma quand’è tredicenne e scrive le sue opere in italiano e in francese. Qualche secolo più tardi – ovvero ai nostri giorni – diventa protagonista di una disputa nazionalista da parte della Croazia che ne fa un suo eroe nazionale. Le banconote subito dopo l’indipendenza dalla Jugoslavia, nel 1991, riportano la sua immagine e l’allora presidente croato, Franjo Tudjman, annullò una visita ufficiale in Italia perché voleva che il monumento lo indicasse con nome e cognome scritti con la grafia croata: Rudjer Bošković.

Un’analoga opera di “impossessamento” è stata compiuta nei confronti di Benedetto Cotrugli, nato a Ragusa nel 1416, figlio di un mercante pugliese. Vive a lungo a Napoli come rappresentante diplomatico della repubblica marinara dalmata e scrive un manuale Della mercatura e del mercante perfetto in cui si colgono le prime tracce di una tecnica contabile destinata ad avere un successo planetario: la partita doppia. Viene croaticizzato in Benko Kotruljić o Kotruljević.

Marco Antonio de Dominis (croaticizzato solo a metà: Markantun de Dominis) nasce sull’isola di Arbe (Rab) nel 1560. Vescovo di Spalato, amico di Paolo Sarpi, si avvicina al protestantesimo tanto da convertirsi a Londra, ospite di re Giacomo I. Torna a Roma e al cattolicesimo, ma l’Inquisizione vorrà in ogni caso condannarlo bruciarne il cadavere dopo averlo trascinato per strada, nel 1624. La sua, importanza, però non è legata alla teologia, ma all’ottica. Il vescovo de Dominis è lo “scopritore dell’arcobaleno”: è il primo a intuire che il fenomeno è causato dalla rifrazione della luce solare attraverso le goccioline di pioggia. Pubblica queste sue considerazioni nel de radiis visus et lucis e Isaac Newton gliene riconoscerà il merito scrivendo nel Libro primo dell’Ottica: «Si è attualmente d’accordo che l’arcobaleno è un effetto della rifrazione della luce del sole nelle gocce della pioggia cadente. Ciò fu capito da qualcuno degli antichi e di recente riscoperto e meglio spiegato dal famoso Antonio de Dominis».

Peccato che agli opposti nazionalismi forieri di tanti guai sulle sponde opposte dell’Adriatico, la Dalmazia terra plurale proprio non piaccia: gli italiani la volevano “italianissima”, i croati la vogliono “croatissima”. Invece la Dalmazia è meticcia e in questo sta la sua grandezza.