Una firma di tutto riposoFisco, se lo stato spreca il cittadino è meno fedele

Uno studio di Bankitalia

L’Italia ha un livello di evasione fiscale molto più alto rispetto agli altri paesi sviluppati. Secondo alcuni, questo non invidiabile primato potrebbe dipendere da fattori culturali, per esempio dalla preferenza accordata all’istituzione della famiglia rispetto all’istituzione dello stato. Secondo altri, un livello di imposizione fiscale troppo elevato induce ad evadere di più. Se vale questa seconda interpretazione, si può comunque innescare un circolo vizioso, tale per cui una pressione fiscale più elevata serve esattamente ad ottenere le stesse entrate che si otterrebbero con aliquote più basse e una minore evasione fiscale di partenza.

Devo dire che simpatizzo sempre di più con le teorie di finanza pubblica che vedono le imposte come un prezzo da pagare in cambio di servizi pubblici. Intendiamoci: questo principio dello “scambio fiscale” (imposte in cambio di servizi pubblici) non significa mettere in soffitta i principi della capacità contributiva e della progressività, secondo i quali chi ha un livello di reddito e ricchezza più elevato deve contribuire in proporzione crescente al finanziamento della spesa pubblica.

Il tema dello scambio tra imposte e servizi pubblici esiste, ed è naturale immaginarsi che si abbia meno voglia di pagare le imposte se lo stato o l’ente locale utilizzano malamente “i nostri soldi”. Ogni tanto le teorie economiche appaiono di una banalità da chiacchiera al bar, e ciò sembra valere anche in questo caso.

Peccato che questa teoria trovi una verifica empirica assai interessante in un recente articolo di Barone e Mocetti, due ricercatori presso il Servizio Studi della Banca d’Italia. Gli autori mostrano come nei comuni in cui la spesa pubblica è più inefficiente i cittadini hanno un grado significativamente minore di “etica fiscale”, cioè si dichiarano meno felici di pagare le imposte e più tolleranti rispetto a scelte di evasione. I risultati di ogni articolo scientifico dovrebbe essere riassumibili in una frase, e così ho cercato di fare qui. 

In questi due grafici dello studio di Banca d’Italia il grado di correlazione fra economia sommersa e l’inclinazione a pagare le tasse, cioè il tax morale (in alto) e la correlazione fra l’inclinazione a pagare le tasse e il grado di infedeltà fiscale (fonte: Bankitalia)

Adesso chiarisco alcune questioni relative al metodo utilizzato.

1) Perché focalizzarsi sull’etica fiscale dichiarata dagli individui, invece di fare domande dirette sul grado di evasione? Beh la risposta è semplice: gli individui sono molto più restii a confessare qualcosa sul proprio comportamento di evasione e/o elusione, piuttosto che a rispondere a domande più generali, che comunque si riferiscono al tema della fedeltà fiscale.

2) Come si misura l’inefficienza della spesa pubblica? Senza uccidervi con i dettagli tecnici, l’idea è quella di misurare se in un certo comune un livello maggiore di spesa pubblica finanzia un quantitativo minore di servizi pubblici rispetto a un altro comune che spende lo stesso ammontare. Voi direte: ma come misurare la qualità? Vi rispondo: la qualità è un tema importante, ma misurare l’efficienza sulla base delle quantità di servizi pubblici prodotti è già un passo in avanti rispetto al chiacchiericcio.

3) Come si fa a “credere” al fatto di avere trovato un nesso causale? Il nemico di ogni risultato statistico che sembra indicare la presenza di un nesso causale è la cosiddetta “variabile omessa”, ovvero una variabile di cui non si tiene conto ma che è correlata sia con la variabile che vogliamo spiegare (la fedeltà fiscale) che con la variabile esplicativa che ci interessa (l’inefficienza della spesa pubblica). Se ad esempio voglio studiare gli effetti degli anni di istruzione sui salari futuri degli individui devo inserire nel modello econometrico una variabile che misura l’abilità dell’individuo, che è correlata positivamente sia con i salari futuri (uno più sveglio guadagna di più a prescindere dagli anni di istruzione) che con gli anni di istruzione (uno più sveglio fa meno fatica a studiare e quindi in media studia per più anni). Al contrario, se non tenessi in considerazione l’abilità rischierei di sovrastimare l’effetto causale dell’istruzione sui salari, perché l’effetto positivo dell’abilità finirebbe per essere assorbito dalla variabile che misura gli anni di istruzione. Tornando a bomba sul tema iniziale, Barone e Mocetti includono nell’analisi fattori confondenti a livello individuale e comunale, e il risultato finale non cambia.

Considerazioni finali: la prossima volta che andate al bar e parlate di tasse, sentitevi statisticamente giustificati, non dico totalmente, ma almeno un po’ sì, nel lamentarvi di come spende male i soldi il vostro comune.

Twitter: @ricpuglisi 

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