“Holy Motors”, il cinema è un lungo giorno a Parigi

Il film di Leos Carax

Per cogliere fino in fondo la grandezza di Holy Motors, bisognerebbe ricordarsi del vecchio Antonin Artaud: «Ci sono abbastanza particolari perché si capisca. Precisare significherebbe guastare la poesia della cosa». Come Artaud, Leos Carax mette al centro della sua attenzione l’attore “atleta del cuore”, polverizzando la trama nelle azioni della identità multipla, variabile, sfrontatamente corporea del suo personaggio, Oscar, interpretato con bravura, mostruosa bravura da Denis Lavant.

Il racconto è suddiviso in episodi, scanditi dalle undici sembianze assunte dal protagonista. Ognuno ha una sua forma, un suo stile, ognuno è un mondo popolato da una propria umanità, e chi volesse trovare una logica che spieghi razionalmente la narrazione concatenata, non farebbe che guastare la cosa. Il racconto è l’attore stesso, è la sua evoluzione mascherata nelle diverse forme sociali: la barbona e il banchiere, il subumano delle fogne e il criminale, il performer e il padre, e altre ancora. Più che una critica sociale, al capitalismo, alla famiglia (che errore sarebbe ridurre la complessità del film a una sola delle sue componenti), Holy Motors è un film sull’uomo, il vero motore sacro, colui che agisce generando la Storia e le storie. L’attore del mondo.

È dunque nel teatro che Carax trova il materiale per il suo cinema, raggiungendo la forma più perfetta. Parigi è il palcoscenico, la limousine il camerino, l’attraversamento della città la sua tournée: ci sono dei luoghi precisi dove esibirsi, delle date orarie stabilite, dei ruoli assegnati da interpretare. Il giorno di ordinaria routine del misterioso spettacolo di Oscar (che ha lo stesso nome del premio feticcio del cinema che celebra se stesso) è contrappuntato da irruzioni divistiche dei personaggi di Eva Mendes e Kylie Minogue, genialmente ambientate nel cimitero monumentale di Père-Lachaise usato come set foto-pubblicitario e nell’abbandonato palazzo art deco dei grandi magazzini Le Samaritaine: scelte che suonano come un canto mortuario al cinema spettacolare e di consumo (leggere per credere l’allarme lanciato da Spielberg sulla Hollywood odierna) e implicitamente come un invito a trovare nuove regole di racconto per il cinema di domani. Cambiando se stesso e le sue forme. Proprio come vediamo fare a vista a Oscar davanti allo specchio installato nella limousine, tra valigie e bauletti colmi di probabili trucchi e costumi, applicandosi una pelle finta, indossando una parrucca, plasmandosi una falsa ferita sulla fronte: per diventare un altro personaggio ancora, per farsi altro da sé.

Holy Motors è senza dubbio il prodotto più alto e importante che la cinematografia francese offre in questo momento (finalmente!) al pubblico italiano: una vera invasione di film di diverso tipo e varia ambizione (A lady in Paris, Paulette, Benvenuti a Saint Tropez, Quando meno te lo aspetti, Dream Team), che è seconda solo a quella statunitense e che restituisce in pieno la strepitosa vivacità della produzione d’Oltralpe. Eccezionale nel confezionare un prodotto medio esportabile in tutto il mondo (spesso prestandosi a remake) e capace di confezionare almeno un paio di capolavori all’anno. A Cannes 2012 Holy Motors trovò sulla sua strada Amour, il film parigino di Haneke premiato prima con la Palma d’Oro e poi anche con l’Oscar per il miglior film straniero. Lotta tra talenti, provocatori, coraggiosi, anche crudeli. Un quadro che visto dall’Italia mette tanta malinconia.

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