Il centrosinistra ha confermato i buoni risultati del primo turno, e le amministrative si concludono dunque come erano iniziate, astensione alta, ottima prestazione del Pd, nessuna conseguenza sul proscenio politico nazionale. Anche Gianni Alemanno perde Roma, come previsto, consegnandola alla coalizione guidata da Ignazio Marino. Niente sorprese, nemmeno in Sicilia, dove pare si confermi il trend negativo del Movimento 5 Stelle rispetto ai fasti delle politiche di febbraio. La fotografia delle amministrative appena concluse restituisce così l’immagine di un paese sospeso e un po’ rassegnato, dove la metà dell’elettorato rimane a casa mentre l’altra metà conferma il proprio voto soprattutto ai due partiti maggiori, gli azionisti del governo di Enrico Letta, al Pd, che vince tutte le maggiori città, e a quel Pdl che per ragioni storiche, e di natura carismatica, raramente sfonda alle elezioni locali, ma al quale pure vengono attribuite ancora percentuali ragguardevoli a livello nazionale. E dunque gli scossoni al governo, se arrivano, arrivano da altre parti, dal gioco di Palazzo che vede contrapposto Enrico Letta al sindaco di Firenze Matteo Renzi dentro il Pd, e dal riposizionamento di Silvio Berlusconi, tornato a macinare politica europea, pronto com’è a incalzare Letta nella guerra al rigore di Angela Merkel ma con un occhio vigile sempre puntato alla decisione sul legittimo impedimento che la Corte costituzionale dovrà prendere la settimana prossima.
Renzi si sta sempre di più mettendo a capo di una strana sinistra interna al suo partito e ha pure riadattato la sua politica economica, tema comprensibilmente caldo in tempo di crisi, alle inclinazioni della sinistra più tradizionale accantonando l’immagine neolaburista che si era pure dato in questi ultimi anni studiando la figura di Tony Blair. Il dualismo Letta-Renzi caratterizza ormai la vita interna del Partito democratico, che celebrerà entro l’anno il suo congresso, e grava come una pesante incognita sul futuro del governo: Renzi forse non vuole fare il segretario di partito, ma mira alla premiership detenuta per adesso dal suo “amico” Enrico Letta. Il sindaco di Firenze raccoglie attorno a sé molti consensi dentro il partito in sofferenza per l’alleanza con Berlusconi e, da rottamatore che era, si ritrova sorprendentemente in compagnia di due vecchissime conoscenze della politica, Massimo D’Alema e Walter Veltroni, forse sognando assieme a loro nuove architetture, rapporti obliqui, persino con il mondo dei fuoriusciti dal grillismo. Non pochi, nei corridoi di Montecitorio, in queste ore sono tornati a maneggiare incautamente la parola “ribaltone”, immaginando quali esiti potrebbe avere, il prossimo 19 giugno, sugli equilibri della strana maggioranza, una decisione della Corte costituzionale sfavorevole a Berlusconi. Il Cavaliere si aspetta che la suprema corte gli dia ragione, ma qualora le cose non dovessero andare in questo modo è prevedibile immaginare – per quanto questa ipotesi venga smentita da Palazzo Grazioli – una reazione del Pdl e della corte di Arcore. C’è chi a sinistra scommette sulla fuoriuscita del Pdl dalla maggioranza di governo e vagheggia lo scenario di un nuovo esecutivo che possa sostituire quello di Letta e Berlusconi con uno strano governo Renzi-Grillo. Appare molto improbabile, eppure se ne parla. Di sicuro il Cavaliere si agita e chiede attenzione soprattutto al Quirinale, nelle sue comunicazioni più riservate Berlusconi fa capire che un plotone d’esecuzione giudiziario contro di lui avrebbe effetti di sistema che inevitabilmente finirebbero con il coinvolgere anche la grande coalizione.
E d’altra parte il Cavaliere ha pure ripreso a fare manovra politica, prefigurando una vera agenda da campagna elettorale intorno ai grandi problemi della crisi, dell’austerity e dei poteri della Banca centrale europea. Al Pdl non sono piaciute le parole di Letta, domenica, a Firenze, al festival di Repubblica, specialmente quando ha puntualizzato che il governo «non prende ordini da Berlusconi». Anche il vicepremier e segretario del Pdl, Angelino Alfano, non ha gradito troppo la visita del presidente del Consiglio agli avversari del quotidiano diretto da Ezio Mauro, e in un’intervista al Foglio in edicola domani ha polemizzato, pur garbatamente, con il suo presidente del Consiglio. «Invece che discolparsi con il partito Repubblica dia una missione al governo in Italia e in Europa», ha detto Alfano.