Le buone ragioni per non festeggiare il Due Giugno

Austerity: quest’anno niente cavalli né Frecce tricolori

La prima volta senza sfilata è stato il 2 giugno 1963. Papa Giovanni XXIII sta morendo e c’è poco da festeggiare. «Il presidente del Consiglio, sicuro di interpretare lo stato d’animo di tutti i cittadini, ha deciso che tutte le manifestazioni ufficiali indette per il 2 giugno, in occasione della festa della Repubblica, siano rinviate a data da destinarsi», recita il comunicato ufficiale firmato da Amintore Fanfani.

I militari, però, a Roma erano già arrivati (quell’anno doveva per la prima volta sfilare anche un contingente Nato) ed eccoli andare in piazza San Pietro per partecipare alla veglia al Papa morente. La Stampa del 2 giugno pubblica una fotografia che ritrae un gruppo di alpini in ginocchio. E l’inviato Gigi Ghirotti scrive, il giorno prima, un articolo in uno stile davvero di altri tempi. «Arrivarono soldati. Per domani si attendeva a Roma la sfilata per la festa della Repubblica, con la partecipazione di reparti della Nato. Perciò la capitale è colma di militari, di molti eserciti e di tutte le specialità. Ad una cert’ora Piazza San Pietro appariva ricoperta di una distesa di uniformi: bersaglieri con il pennacchio, alpini con la penna, cadetti di marina, d’aviazione, dei collegi militari, di imprecisate formazioni e nazionalità. Un cappellano militare se ne trascinava dietro un drappellone mistilingue. Si fermarono davanti all’obelisco. “Ragazzi – disse il cappellano – vogliamo dire una preghiera per il Papa?”. Si udì nel selciato come un duro grandinare improvviso: erano i soldati che si gettavano ginocchioni. Non erano, a prima vista, giovani d’abitudini divote, almeno così si capiva dal loro grezzo e confuso prosternarsi e segnarsi con la destra la fronte e il petto. Il cappellano attaccò il “Padre nostro”».

L’altra volta che non si sfila lungo via dei Fori Imperiali è il 2 giugno 1976, una data particolare perché celebra il trentennale del referendum tenuto nel 1946. Ma neanche un mese prima, il 6 maggio, c’era stato il disastroso terremoto del Friuli, con un bilancio di 900 morti. La maggior parte delle forze armate italiane è schierata proprio in quella regione, lungo un confine reso caldo dalla guerra fredda. Tra l’altro muoiono anche 29 alpini della Julia, rimasti sotto le macerie della loro caserma, a Gemona. Tutti i militari disponibili sono impegnati a scavare tra le macerie e a rimuoverle per aiutare le popolazioni colpite. Non ci sono né il tempo né la voglia di tirarsi a lucido e andare a Roma. È lo stesso ministro della Difesa, Arnaldo Forlani a comunicare la decisione affermando che è stata presa «per far sì che i militari e i mezzi di stanza al nord siano utilizzati per aiutare i terremotati anziché per sfilare a via dei Fori imperiali».

La notizia è riportata dalla Stampa in maniera molto defilata. Solo in chiusura dell’articolo sul 2 giugno, scrive: «Domani il trentennale repubblicano sarà celebrato con semplicità, senza la consueta parata militare a Roma, abolita quest’anno opportunamente per concentrare ogni risorsa in Friuli». D’altra parte in quei giorni quel che non manca sono proprio le notizie: entro poco, il 20, si sarebbero tenute le elezioni politiche (quelle del montanelliano «turatevi il naso e votate Dc») in cui appariva concreta la prospettiva del sorpasso da parte del Pci sulla Dc. Il segretario democristiano, Benigno Zaccagnini, era in ospedale, appena operato, e un deputato uscente del Msi, Sandro Saccucci, era stato catturato a Chiasso mentre tentava di fuggire in Svizzera. Quattro giorni prima, a Sezze (Latina), un militante comunista era stato ucciso da colpi di pistola esplosi dall’auto in cui si trovava Saccucci; lo stesso parlamentare, tra i fondatori di Ordine Nuovo, aveva poco prima mostrato una pistola al pubblico che contestava il suo comizio.

Nessuno se lo immaginava, ma per un bel po’ quella dell’anno precedente sarebbe stata l’ultima parata “tradizionale”. Nel 1977, infatti, la sfilata non si tiene, sostituita da una cerimonia in Piazza Venezia, con una brigata costituita da 43 compagnie in rappresentanza di tutte le forze ed i corpi armati e non dello Stato. Sono gli anni dell’austerity, dei tagli al bilancio, e si decide di sospendere indefinitivamente la parata. Viene ripristinata nel 1983, ma su un itinerario minore, dall’Aventino a Porta San Paolo. Nel 1984 si torna in via dei Fori Imperiali e nel 1985 nuovo spostamento, mentre, sempre per motivi di risparmio, anche il 2 giugno finisce tra le festività soppresse e celebrate nella prima domenica successiva.

Risospesa nel 1992, e per tutto il settennato il Oscar Luigi Scalfaro, ritorna in via dei Fori Imperiali dal 2001 per volontà del presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, poiché a suo parere costituisce inequivocabile segno di unità nazionale. Ciampi ripristina in pieno la festività. Dal 2006, però, non vengono più fatti sfilare i carri armati, sempre per ragioni di bilancio (tra l’altro c’erano state negli anni precedenti infinite polemiche sulle vibrazioni che lo sferragliare dei carri avrebbe trasmesso al vicino Colosseo). La decisione di quest’anno di tagliare il sorvolo delle Frecce Tricolori e di non far sfilare i cavalli appare in linea con quanto accaduto negli anni passati.

Twitter: @marzomagno 

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