L’esercito Uk ha poche risorse per difendere la Regina

La spending review britannica

I continui tagli alla difesa non solo stanno mettendo a serio rischio «la nostra competenza professionale, ma anche le possibilità di vittoria sul campo di battaglia nel futuro»: le dichiarazioni del capo di Stato maggiore britannico, generale Peter Wall, riaprono un argomento delicato nella politica londinese che si trascina da ormai tre anni, da quando il cancelliere George Osborne, con il beneplacito del primo ministro David Cameron e del suo vice Nick Clegg, ha varato un deciso piano di spending review che tocca sensibilmente anche il ministero della Difesa.

Così Sir Wall di fronte ai microfoni di Sky News ha manifestato una certa preoccupazione che si respira a Whitehall, la via di Londra che conduce alla House of Parliament e sulla quale si affacciano il dipartimento della Difesa, l’Ammiragliato, la sede dello scomparso War Office, il ministero degli Esteri e la sede dello Stato maggiore di sua maestà e in cui sorge il Cenotaph, il memoriale di guerra dove ogni anno, a novembre, vengono resi gli onori ai caduti.

Un portavoce della Difesa ha comunicato che «come tutti i dipartimenti di Whitehall, stiamo negoziando il nostro compenso finanziario per lo Spending Review del 2015/16. D’altra parte non sono state ancora prese decisioni finali e siamo stati chiari in merito al fatto che per prima cosa cercheremo di trovare soluzioni che ci consentano di proteggere le competenze di prima linea e i nostri soldati». Il budget della Difesa è attualmente di 34,3 miliardi di sterline (40,4 miliardi di euro) e per il 2015 dovrebbe scendere a 33 e per il prossimo anno, secondo quanto comunicato da Osborne, subirà un taglio di 249 milioni, mentre stando alle indicazioni rilasciate dal Tesoro a maggio il ministro competente, Philip Hammond, dovrà assicurare un risparmio di almeno 500 milioni tra le forze armate, ponendolo sotto pressione dopo che lo stesso Hammond aveva avvertito l’esecutivo che una ulteriore riduzione delle disponibilità risulterebbe oggi insostenibile.

Lo scontro politico è inevitabile. Alle preoccupazioni del ministro Hammond ha risposto il collega del Tesoro, il liberaldemocratico Danny Alexander: «Le forze armate devono accettare i tagli, dal momento che ha più cavalli che carri armati. Ciò che voglio ottenere è il mantenimento della qualità dei nostri uomini, riformando il modo in cui operano, è fondamentale».

Ai piani alti dell’esercito si studia una ristrutturazione e intanto, dopo i primi tagli del 2010, il personale è stato ridotto da 102.000 a 82.000 unità. Nel documento intitolato Strategic Defence and Security Review si leggeva come il governo intendesse apportare una stretta al personale entro il 2015 per una cifra pari a 17.000: – 5000 nella Royal Navy, -7.000 nell’esercito, – 5.000 nella Royal Air Force. Inoltre il ridimensionato della flotta aerea (i caccia Tornado e Harrier, quelli di ricognizione Nimrod MRA4) ha portato già alla chiusura della base di Kinloss, in Scozia, aperta nel 1938 e punto strategico nel corso della Seconda guerra mondiale e della Guerra Fredda per il monitoraggio delle unità navali sovietiche nel Mar di Norvegia. A terra è stato predisposto il taglio del 40% dei carri armati Challenger 2 e del 35% dei mezzi d’artiglieria AS-90 (alla fine solo 87 saranno in dotazione alle truppe). Quattro dei 36 battaglioni di fanteria saranno sciolti.

Pagine di storia che si chiudono: sempre entro il 2015 metà del personale britannico dislocato in Germania (che ammonta a 20.000 soldati) sarà rimpatriato, mentre l’altra metà tornerà in patria per il 2020. Ancora: oltre alla diminuzione del personale non militare che opera nell’esercito, il governo ha messo in conto la razionalizzazione delle proprietà di immobili e la vendita di alcune strutture per assicurarsi un risparmio di 350 milioni di sterline l’anno, oltre alla vendita di alcuni asset come il Defence support group e la partecipazione della Difesa nelle telecomunicazioni che dovrebbe generare altri 500 milioni. Quanto alla marina, sono 19 le fregate o cacciatorpedinieri in servizio – erano 60 nel 1982, ai tempi della guerra delle Falklands. La portaerei Ark Royal è stata smantellata nel 2012 e si attende il varo delle Hms Queen Elizabeth e Hms Prince of Wales (da 70.000 tonnellate ciascuna), per le quali occorrerà attendere tra il 2018 e il 2020. Per la flotta sottomarina, il ministero della Difesa registrerà un netto aumento delle spese, secondo i dati del Tesoro, per la nuova classe di sottomarini nucleari.

La scorsa primavera un giovane ricercatore in Storia militare del King’s College, Alexander Clarke, si prese le pagine dei quotidiani affermando che quella britannica «non è più una flotta, ma una flottiglia», troppo piccola per difendere la Gran Bretagna. Il documento all’interno del quale veniva formulata questa ipotesi era stato scritto per Julian Thompson, generale ed ex soldato dei Royal Marines impiegato anche nel conflitto delle Falklands ed ora storico presso il medesimo ateneo londinese. Mauro Gilli, ricercatore della Northwestern University di Chicago, che si occupa di tecnologie militari, prova ad abbassare i toni e a fare il punto della situazione: «Entro il 2020 arriveranno le due nuove portaerei, mentre quelli del Regno Unito sono tra i cacciatorpedinieri più potenti al mondo. È vero che la flotta navale britannica si è rimpicciolita, ma resta tra quelle più avanzate». 

Non solo: «La Gran Bretagna è uno dei pochissimi paesi al mondo a possedere sottomarini nucleari che montano missili atomici: questa combinazione offre la capacità di colpire qualsiasi nemico indisturbati. Allo stesso modo, la Gran Bretagna è praticamente l’unico Paese al mondo insieme agli Usa ad avere le capacità militari per poter impiegare le proprie truppe su scala globale. La stessa Francia, per esempio, ha forti limiti su questo fronte: non possiede sufficienti aerei da trasporto strategico». «I tagli – prosegue Gilli – sono stati molto radicali. Il Regno Unito dopo tutto aveva un problema di debito enorme e ha cercato di affrontarlo. Con le riforme attuate, però, il governo ha cercato di mantenere invariato il potere militare britannico».