Nel Pd tutti si scoprono renziani (anche i nemici)

I movimenti nel partito

Al quartier generale del primo cittadino di Firenze il campanello di allarme è suonato dopo il risultato del ballottaggio di Messina (che ha visto prevalere l’attivista NoPonte Accorinti sul candidato del Pd): «Matteo ha sbagliato a mettere la faccia sul match messinese. Scendere in campo lì significava sostenere il candidato di Francantonio Genovese». Subìta la botta del secondo round delle elezioni siciliane, il sindaco “ex-rottamatore” riparte all’attacco. Fra una settimana scioglierà la riserva, se scendere in campo o meno per la segreteria, ma ormai appare chiaro, sussurrano fedelissimi a taccuini chiusi, «che Matteo è più in campo che mai». Non ci sono dubbi: «Altrimenti perché avrebbe scritto il libro?», si domandano retoricamente.

Ma i giorni passano, le lancette continuano a girare, e la preoccupazione sale. Se da un lato gli endorsement degli ultimi giorni fanno gioire i renziani, che pensano di «aver vinto e di avere avuto ragione», dall’altro l’interrogativo diffuso nell’innercircle del sindaco è il seguente: «Sposano il nostro progetto, o vengono per calcolo?». Nel giro di pochi giorni attestazioni pubbliche sono arrivate da Michele Emiliano, sindaco di Bari (prima vicino a Veltroni, poi a D’Alema), a Nicola La Torre, uno dei lothar dalemiani a Palazzo Chigi, passando addirittura per l’ex popolare Rosi Bindi, il riposizionamento «su Matteo» ha caratterizzato la strategia di prime e seconde file dei democratici.

E, come se in questi ultimi due anni non fosse successo alcunché, uno come Nicola La Torre, oggi Presidente della Commissione Difesa, ha dichiarato al Corriere della Sera: «Sosterrò il candidato che più risponde all’impostazione appena illustrata. E se Renzi annuncerà la sua candidatura sarà un’ottima notizia per il Pd». Elegante. Invece uno come Michele Emiliano, che le ha provate proprio tutte dall’anno della nascita del Pd, è addirittura più diretto: «Mi piacerebbe appoggiare Renzi e lo incoraggio a candidarsi alla segreteria. Lo costringerò ad essere più di sinistra». Renziano puro. Ma il capolavoro “gattorpadesco” porta la firma dell’ex Presidente dei democratici Rosy Bindi, una che lo scorso 21 novembre definiva Renzi «figlio del ventennio berlusconiano, e uno che dimostra di non avere molti altri argomenti oltre la rottamazione su cui chiedere consensi». Oggi “Rosy” cambia rotta, “ma quale figlio del berlusconismo”, e arriva a dire a la Repubblica: «Non sono stata d’accordo quando si è modificato lo statuto per favorire la partecipazione di Matteo alle primarie, non condivido ora l’idea di cambiarlo per fermarlo». Insomma Rosi è in avvicinamento, non si può mai sapere nella vita. 

Di certo la lista non si ferma qui. Fra le seconde linee si annovera Stefano Bonaccini, segretario regionale dell’Emilia Romagna, bersaniano alle primarie dello scorso novembre, ma «con il vizietto» spiegano a Linkiesta «di salire sempre sul carro del vincitore». Ad ogni modo il caso più eclatante è rappresentato da Alessandra Moretti, portavoce di Pier Luigi Bersani alle recenti elezioni politiche, sempre in prima linea a condannare Renzi e il cosiddetto “renzismo”, oggi fra quelle ad non aver firmato il documento dell’ex segretario Pd, e sopratutto «incuriosita», dicono così,  dal progetto del primo cittadino di Firenze. Eppure le strizzatine di occhio travalicano anche  i confini democrat. Andrea Romano, parlamentare neo eletto fra le fila di Scelta Civica, e con un passato da dalemiano, sul Corriere della Sera di quest’oggi prova a tracciare il futuro della compagine del Presidente della Bocconi: «Dopo il fallimento dell’alleanza tra Pd e SeL, Renzi è l’unico che ha la possibilità di allargare i confini di quel partito».

«Tutto ciò gioverà al progetto di Matteo?», si domanda a Montecitorio un parlamentare vicino all’ex rottamatore. «Chi è in avvicinamento viene visto come un elemento positivo. Del resto siamo stati noi a dire più volte che avremmo voluto un Pd più aperto». Tuttavia «non saremmo noi a cambiare, come dice Matteo, semmai saranno gli altri che dovranno adeguarsi al nostro progetto».  Insomma il primo cittadino di Firenze appare ormai accerchiato dal cosiddetto “apparato” e dai “capibastone”, uomini di potere del Pd che nei territori  detengono un numero di tessere elevato, e che adesso cercano di mettersi in contatto con lo staff di Renzi «per un incontro conoscitivo». Con queste premesse il popolo della Leopolda, quello che dal 2010 affolla ogni anno la stazione fiorentina e che desidera «un Pd che rottami la vecchia guardia», potrebbe non starci più e prendere le distanze perché  deluso dalla strategia  “inclusiva” di “Matteo”: «A quel punto Renzi avrà perso, e sarà la fine per la sinistra italiana. Si svilisce il progetto iniziale». E c’è già chi ha iscritto un gruppo su Facebook dal titolo: «I renziani della prima ora». Come a voler marcare il terreno tra i cosiddetti «leopoldini» e i convertiti dell’ultima ora.

Twitter: @GiuseppeFalci