Dal 1 luglio è online una testata, L’Ultimo Uomo, che si occupa di sport in un modo diverso: con articoli lunghi, a volte lunghissimi. Quella che segue è la presentazione del sito scritta dal direttore Tim Small e l’inizio dell’articolo di Fabio Severo su come si chiudono le carriere nel tennis, intitolato “Ritirarsi”. Su l’Ultimo Uomo, oltre a Fabio Severo che scrive di tennis su questa testata, c’è Daniele Manusia, che scrive di calcio anche per Linkiesta.
L’Ultimo Uomo è un nuovo sito di sport e cultura pop, nato per rispondere a due bisogni. Il primo era quello di creare una piattaforma che ci permettesse di pubblicare lunghi articoli di argomenti che ci interessano, come lo sport (tutto) e la cultura pop (intesa come costume, cinema, televisione, videogiochi, musica), approcciandoli come meglio credevamo: cioè argomenti che vanno affrontati in maniera intelligente e personale, e soprattutto senza limiti di lunghezza. Parlando con altri giornalisti e scrittori, abbiamo riscontrato che molti di loro si lamentavano regolarmente delle ristrettezze imposte dai redattori di altre testate italiane. Non tutte, ovviamente, ma molte. Quindi, ecco l’idea del sito. Prima di tutto: il pezzo non è stampato, e quindi i costi non salgono per sedicesimi aggiuntivi. Ergo, se Daniele Manusia ha molte cosa da dire su Francesco Totti e Fabio Severo ha molte cose da dire su Pete Sampras, e le hanno, perché costringerli a metterle tutte in 8 mila battute? La lunghezza di un articolo è fondamentale: ti permette di avere spazio di divagare, di approfondire, di esplorare discorsi tangenziali, di fare battute. Ti permette, in altre parole, di scrivere un bell’articolo. Non pensiamo che i lettori vogliano per forza leggere solo cose brevi, su internet. Anzi, pensiamo il contrario.
Il secondo bisogno era legato al formato del sito. Come molti, immagino, eravamo stanchi di ricevere update continui da siti che, nel nome di aumentare il numero di contatti, postano articoli brevissimi ogni quarto d’ora. Perché non fondare un sito costruito sul valore del singolo articolo, senza altre distrazioni? Senza gallery con venti foto da cliccare, senza aggregazione, senza notizie in breve. Solo articoli lunghi, seguiti da altri articoli lunghi. Con questo non intendiamo che la struttura del sito rimarrà immutata per sempre, anzi: vorremmo aggiungere un canale video con brevi documentari a sfondo sportivo.
L’Ultimo Uomo è andato online lunedì 1 Luglio, ma sono mesi che ci lavoriamo: io, Daniele Manusia, che già scrive per queste pagine, Serena Pezzato, ex-VICE Italia e VICE USA, Matteo Gagliardi, e tutti i nostri consulenti editoriali. Ora siamo online, quindi, che dire. Speriamo sinceramente che vi piaccia! Buona lettura.
(Tim Small, direttore de L’Ultimo Uomo)
Ritirarsi
Quando Federer se ne andrà, le lacrime di Edberg su Tele+, l’addio in sordina di Roddick nell’Arthur Ashe Stadium, la fuga di Borg da Flushing Medows, la mutazione corporate di Safin, Agassi e le cose che ha capito da Mandela, Sampras da solo con il proprio dolore. La fine, nei tennisti, è importante.
di Fabio Severo
Sono in molti a chiedersi cosa accadrà nel mondo del tennis maschile quando Roger Federer annuncerà il suo ritiro. La stampa e i fan si stanno preparando da anni al momento in cui uno dei giocatori più vincenti di sempre lascerà, perché il fatto è che con Federer rischia di andarsene almeno temporaneamente anche una certa idea romantica del gioco, un’ormai rara combinazione di tecnica, stile e capacità di vincere che racconta più la storia del tennis che il suo presente. Poiché Federer è attualmente il tennista di gran lunga più conosciuto, amato e monetizzato del circuito, è lecito immaginare l’addio dello svizzero come un evento epocale. Le lacrime sono spesso un ingrediente dei saluti finali, e il Maestro ha dimostrato in passato di saperci fare.
«Maybe I’ll try later again, I don’t know. God, it’s killing me.»
Queste le poche parole pronunciate da Federer all’inizio del suo discorso subito dopo la finale persa in cinque set contro Rafael Nadal all’Australian Open del 2009. All’epoca del torneo vincitore di 13 tornei del Grande Slam (oggi è arrivato a quota 17) e in quel momento secondo nel computo solo a Pete Sampras (14), non riesce a trattenere le lacrime perché a 27 anni non ha ancora eguagliato il record dei record del suo sport. Se piange in questa situazione, immaginiamo quando si congederà dal suo pubblico per l’ultima volta.
Non a tutti è concesso uno storybook ending per la propria carriera, molti se ne vanno nel silenzio, svaniscono. Lentamente nel risalire il ranking cominciano a differenziarsi le modalità di congedo, si affacciano timidi omaggi, qualche riga su un sito, il video amatoriale di un fan, una menzione sul sito ufficiale dell’ATP. Alcuni tennisti fanno un annuncio su Twitter, altri mandano una lettera aperta, altri ancora indicono una conferenza stampa.
Anche ai piani alti della classifica raramente il ritiro di un giocatore risuona oltre i confini dello stadio del suo ultimo incontro. Prendiamo alcuni tennisti che hanno lasciato nel 2012: Ivan Ljubičić, croato ex numero 3 del mondo, sceglie Monte Carlo come ultimo torneo. Perde al primo turno 6-0 6-3 contro il connazionale Ivan Dodig in una partita neanche trasmessa in TV, come spesso accade agli incontri di primo turno. Dopo l’incontro c’è una breve cerimonia, mandano i video con i saluti registrati di alcuni colleghi, poi gli danno un trofeo e una cornice con una composizione un po’ triste di fotografie e una specie di certificato di onorificenza. Lui piange un po’, fa un’intervista e poi passa oltre con la sua vita, diventando tra l’altro un ottimo telecronista per Sky (parla molto bene italiano). Stessa sorte per Fernando Gonzalez, ex numero 5 noto come “Mano de Piedra” per il suo dritto fucilata, che perde al primo turno di Miami. Anche lì telesaluti dei top players, trofeo, quadro e video commemorativo sul sito ATP. Più corale il saluto in autunno allo spagnolo Juan Carlos Ferrero, per una serie di fattori: Ferrero nel 2003 ha vinto il Roland Garros ed è stato anche numero 1, in più sceglie di chiudere la carriera a Valencia, torneo di casa. I valori aggiunti nel palmares e l’abbraccio della fortissima comunità tennistica spagnola si traducono in una cerimonia più lunga e curata, con più telecamere e un fascio di luce puntato sul giocatore, e in aggiunta ai video con i saluti ci sono diversi giocatori che vengono a salutarlo in persona, tra cui Rafael Nadal.