Banche, moneta, potereI banchieri, la mano dei Papi sullo sterco del diavolo

Dal Medioevo allo Ior

Ascendunt usque ad caelos, et descendunt usque ad abyssos è un versetto del Salmo 120 ma può ben descrivere l’intreccio tra banche, Santa Sede e politica. Intreccio che trovò la sua genesi nella realtà italiana del Medioevo.

Il nuovo Pontefice Francesco I con la sua volontà di riformare profondamente le finanze vaticane sembra voler seguire le orme di Papa Giovanni Paolo I, secondo cui nella Chiesa deve regnare la trasparenza su “come vengono raccolti i denari e come vengono spesi”. I recenti scandali e le inchieste della magistrature sullo Ior hanno fatto venire in mente il triste periodo del cardinale Marcinkus. Ma il rapporto tra Santa Sede e finanza ha radici molto antiche, ha accompagnato l’evoluzione del potere temporale dei Papi. Questo intreccio ha avuto la sua complessa genesi nel Medioevo, con i campsores domini papae: i banchieri dei Papi.

Come è stato possibile questo rapporto tra Papato e banchieri se nelle sacre Scritture vi è contenuto un divieto fortissimo contro l’usura? Se già San Paolo affermava che “l’avarizia è la radice di tutte le cose cattive”. Nel Concilio Lateranense II del 1139 addirittura veniva perentoriamente sancito: “Condanniamo inoltre l’insaziabile rapacità degli usurai, detestabile e vergognosa per le leggi divine e umane (…) li escludiamo da ogni conforto ecclesiastico e comandiamo che nessun arcivescovo, vescovo o abate di qualsiasi ordine accolga gli usurai e, costoro, se non si emenderanno, siano privati della cristiana sepoltura”.

Per la Chiesa la caritas non dovrebbe contrastare e vincere la cupiditas? Tommaso D’Aquino nella Summa dirà: “La cupidigia ha qualcosa di infinito (…) Il bene dell’uomo per ciò che concerne l’uso dei beni materiali consiste nel fruirne con giusta misura; ( …) nell’eccedere da questa misura consiste il peccato: allorché uno vuole acquistare o conservare al di là di quanto occorre”.

Al contrario i Papi e la corte romana avevano con il denaro e con i banchieri un rapporto “diverso”: il potere dei Papi aveva bisogno di una infrastruttura finanziaria. Si dovevano gestire ed amministrare le ricchezze. Enormi ricchezze. Si doveva mantenere la corte romana e l’apparato amministrativo e il corpo diplomatico. Le banche erano poi necessarie per gestire i rapporti tra centro e periferia: occorreva riscuotere le decime in territori anche lontanissimi, occorreva gestire una enormità di denari. Le banche erano strumento di gestione del potere.

Sono stati diversi nel tempo i mercatores et campsores della Camera Apostolica: banchieri dei Papi furono i fiorentini Medici, che diventarono essi stessi principi e papi. Furono banchieri della Santa Sede i tedeschi Fugger. Anche i senesi Chigi, che ebbero come papa Alessandro VII. E persino i Rothschild operarono con i Papi come con i principi e i sovrani di tutta Europa. Ma l’intreccio tra banche e Papato fornisce nel lontano Duecento – nell’epoca del primato finanziario senese – aspetti di grande interesse: questo intreccio, quest’alleanza è alla base di una delle più importanti pagine della storia d’Italia, al centro della secolare diatriba tra guelfi e ghibellini.

Nel 1261 salì al trono pontificio il francese Giacomo di Troyes diventando papa con il nome di Urbano IV. Il Papato non poteva tollerare uno Stato “laico” come vicino di casa e il nuovo pontefice continuò la politica di Gregorio IX ed Innocenzo IV e la dura lotta contro la dinastia sveva che governava il Regno di Sicilia in cui era salito al trono Manfredi, figlio del grande Federico II. Il 29 marzo del 1263 Manfredi fu scomunicato, il suo trono dichiarato decaduto e il Regno di Sicilia promesso a Carlo I D’Angiò, fratello di Luigi IX, re di Francia. Ma Carlo I che aveva combattuto nelle crociate con il fratello non disponeva di milizie né di mezzi finanziari. Senza un vero esercito partiva svantaggiato, soprattutto in considerazione del fatto che Manfredi aveva un temibile contingente di saraceni e truppe ben equipaggiate. Il papato non aveva un esercito da fornirgli. Nella parte guelfa pochi scommettevano sul D’Angiò. Nell’ottobre del 1264 morì Urbano IV e nel febbraio del 1265 il francese Guy Foucois divenne papa con il nome di Clemente IV: continuò l’ostilità contro Manfredi ed il regno di Sicilia. Manfredi stava saldando solidi legami con le città ghibelline lombarde e toscane, inoltre aveva aumentato la sua influenza sui territori del centro-adriatico: il progetto di un grande Stato italiano laico sembrava alla sua portata.

Ma Clemente IV cominciò col tessere una fitta tela per sostenere Carlo D’Angiò e contemporaneamente indebolire – all’interno del suo regno – il Manfredi cercando un’intesa segreta con i baroni meridionali. Fece firmare un vero e proprio accordo al D’Angiò: se avesse vinto non avrebbe potuto unire i domini del Regno di Sicilia con altri territori italiani, in tal modo garantiva l’indipendenza del territorio dello Stato pontificio; inoltre Clemente IV aveva ottenuto che il clero nel territori del regno promesso al D’Angiò fosse esentato dalle imposte. Dopo questo accordo si dedicò all’organizzazione della campagna militare contro il regno svevo. Clemente IV lanciò una vera e propria crociata e promise l’indulgenza ai cavalieri e ai soldati che avessero aderito al reclutamento in Francia e nell’Italia settentrionale e dispose che le tasse per la decima raccolte in Provenza e nel resto della Francia servissero per la “crociata” di Carlo d’Angiò contro Manfredi. Non riuscì, però, a indurre Luigi IX, re di Francia, a schierarsi apertamente né a farsi garante dei futuri incassi della decima nei confronti dei mercanti italiani. In questo modo si produsse uno squilibrio tra il successo del reclutamento e il ricavo finanziario della riscossione che serviva per pagare quelle truppe: la crociata rischiava di naufragare prima di partire.

Clemente IV si fece garante della campagna militare. Per la concessione del prestito furono poste in garanzia le entrate della decima per la crociata. Ma molti banchieri italiani si mostrarono tiepidi nel finanziare l’iniziativa: Carlo D’Angiò era visto come perdente e vi era un serio rischio di non recuperare i prestiti concessi. Allora Clemente IV arrivò ad impegnare anche gli introiti della Camera apostolica e – sembrerà incredibile – persino il tesoro della Chiesa. Ottenne dunque il sostegno economico di una delle più importanti banche senesi: la Gran Tavola dei Bonsignori che operava con il Papato già dai tempi di Innocenzo IX ed aveva accumulato enormi disponibilità finanziarie. Orlando Bonsignori, l’esponente di punta della banca, apparteneva alla fazione ghibellina senese ma con un capolavoro tattico, ribaltò il suo posizionamento e appoggiò la cordata organizzata dal Papa, il suo principale cliente: gli affari erano affari. A Siena Bonsignori rimase ghibellino a Roma aiutò la cordata guelfa.

Le guerre si facevano (e si fanno) con i soldi: grazie al prestito dei Bonsignori – una cifra enorme per l’epoca – Carlo I D’Angiò riuscì ad armare un potente esercito. Dalla Francia, con un nutrito contingente di cavalieri, attraversò l’Italia settentrionale senza essere ostacolato dalle città ghibelline ed entrò in Campania nei domini del Regno di Sicilia.

Manfredi fu tradito dai nobili locali (ai quali il Papato e il D’Angiò avevano promesso grandi privilegi) e fu duramente sconfitto nella battaglia di Benevento del 1266. La morte di Manfredi e successivamente quella di suo nipote Corradino segnarono la fine della casata sveva e del sogno di Federico II di unire i domini dell’Impero. Ma fu anche un sconfitta epocale per la fazione ghibellina. La stragrande maggioranza dei comuni d’Italia passò dalla parte guelfa.

La conquista del Regno di Sicilia da parte di Carlo D’Angiò segnò un pagine fondamentale nella storia d’Italia, con il definitivo tramonto della possibilità della nascita di una grande Stato nazionale. L’appoggio finanziario di Bonsignori fu determinante per il capovolgimento dei rapporti di forza. I Bonsignori ebbero ripagato il loro credito e fecero valere il peso del loro sostegno: divennero la Banca principale della Santa Sede ed una delle più floride d’Europa.

I Rothschild del Duecento è l’avvincente titolo del saggio dello storico Mario Chiaudano nella conferenza che tenne a Siena il 13 aprile 1935 sui Bonsignori e la loro formidabile ascesa. Titolo quanto mai pertinente ed azzeccato:

“I Bonsignori non derivano dalla grande aristocrazia fondiaria e latifondista di Siena. Sono, come i Rothschild, figli delle loro opere e del loro lavoro, Orlando e Bonifazio, quasi certamente nei primi anni alle dipendenze di altri mercanti assumono una posizione autonoma e d’ influenza notevole durante il papato di Innocenzo IV. Di questo pontefice essi sono i figli diletti e i famigliari carissimi; vivono nella curia, e prendono attiva parte come campsores domini pape alla gestione della finanza della Chiesa”

Nel Concordia discordantium canonum”, il cosiddetto Decretum di Graziano (scritto nella prima metà del XII secolo), si affermava che “tutto ciò che il prestatore esige oltre la restituzione del capitale è da considerare usura”: questo divieto sarà fonte di profonde e secolari diatribe nel rapporto tra Chiesa e mercatura, tra dimensione religiosa e sfera economica. Ma stranamente non si è mai applicato ai banchieri di fiducia della Santa Sede.

Che strano pontefice Clemente IV: predicava l’austerità ed il rigore morale, trasferì la sede pontificia a Viterbo per stare lontano dagli intrighi romani, fu amico del filosofo Ruggero Bacone e fu in ottimi rapporti con Tommaso D’Aquino, ma non disdegnò il supporto dei denari del banchiere Orlando Bonsignori. Per Clemente IV, come per altri pontefici, il denaro non era “lo sterco del diavolo” ma il più grande instrumentum regni.