I cittadini amano l’Europa, ma disprezzano l’euro

L’Eurobarometro 2013

Altro che crisi d’identità europea. In Italia si torna a credere nell’Ue e ci si sente più cittadini europei che un anno fa. A dirlo è Eurobarometro, la consueta ricerca che due volte l’anno tasta il polso degli europei. I dati sono chiari: se un anno fa il 45% degli italiani dichiarava di sentirsi europeo, oggi la percentuale è salita al 52 per cento. Un risultato che non era scontato, specie dopo l’incredibile ascesa del populismo in salsa italica, che ha trovato sfogo tanto contro le istituzioni comunitarie quanto contro l’eurozona. Di contro, è in costante aumento l’euroscetticismo. Il fascino dell’euro non è mai stato così basso come nella prima metà del 2013: solo il 51% degli europei è a favore della moneta unica e la percentuale dei contrari, il 42%, è cresciuta di 11 punti percentuali rispetto al 2007. Un fenomeno che non potrà essere dimenticato alle prossime elezioni europee del 2014.

Beppe Grillo? Un fenomeno che sembrerebbe fin troppo marginale nella mente degli italiani. Questo nonostante tutti i problemi che a livello centrale ha dimostrato di avere l’Unione europea. Fra la disgraziata risoluzione della crisi di Cipro, con l’Eurogruppo che intimorì i depositanti di mezzo continente, e la storia infinita delle Grecia, più tutti i venti di populismo che fanno tremare i policymaker europei, c’era il timore di un risultato pesante per

Il risultato è di quelli che fanno ben sperare, ma deve essere guardato con occhi critici. Secondo l’ultima edizione dell’Eurobarometro il 62% degli abitanti dell’Ue a 27 (al tempo del sondaggio, maggio, la Croazia non era ancora diventato il 28esimo membro) si sentono cittadini europei, un punto percentuale in più rispetto allo stesso periodo del 2012. E l’Italia è il Paese in cui l’appartenenza è aumentata maggiormente, circa 7 punti percentuali. Nonostante lo stallo politico che ha contraddistinto il periodo post elettorale e una prima performance piuttosto sotto le previsioni di Enrico Letta a Palazzo Chigi, non sembra aver attecchito il dogma del Movimento 5 Stelle secondo cui il male dell’Italia è proprio un’Europa troppo controllata dai poteri forti e distante dalla gente comune.

Ma se in Italia si torna a pensare all’Europa con un’accezione positiva, forse anche sentendosi parte di un certo processo di rinnovamento che si è reso dopo che la crisi ha messo in luce tutti i limiti strutturali dell’attuale assetto europeo, ci sono Paesi in cui il sentimento di appartenenza è ai minimi. Si tratta di Grecia e Cipro, i due Paesi che secondo diversi analisti finanziari, fra cui quelli di J.P. Morgan e HSBC, sono i più vicini all’essere fuori dall’eurozona. Nell’Eurobarometro della primavera del 2012, il 50% dei greci si sentiva cittadino europeo, il tutto nonostante avessero subito una colossale ristrutturazione del debito sovrano, a cui ha fatto seguito il default sui bond governativi detenuti dai creditori privati. Dopo un anno, e dopo diversi giri di austerity, la Grecia è il Paese dell’Ue a 27 in cui la popolazione meno si sente europea: solo il 44 per cento. Ancora più significativa la performance di Cipro. Anche a fronte della discriminante data che il sondaggio è stato condotto in maggio, il risultato è significativo: dal 62% del luglio 2012 si è passati al 45% di oggi. Colpa soprattutto delle misure di controllo dei capitali introdotte dopo il colossale (in relazione al Pil) salvataggio di questa primavera.

Poi ci sono i casi limite, Irlanda e Portogallo. Dopo i bailout, il primo da 78 miliardi di euro e il secondo da 85 miliardi, a cui ha fatto seguito l’adozione di rilevanti misure di consolidamento fiscale, è interessante capire se gli irlandesi sia i portoghesi si sentono più cittadini europei ora che un anno fa, quando l’euro era dato ormai per spacciato. L’Eurobarometro ha registrato che in Irlanda il sentimento di appartenenza è in calo di un punto percentuale, dal 69% al 68 per cento. Di contro, in Portogallo è successo un fenomeno che in pochi si sarebbero attesi: la percentuale è cresciuta dal 60% al 62% nell’arco di un anno. Nonostante la crisi politica in corso. In leggero calo, invece, la Spagna, passata dal 70% al 68 per cento.

Qualcosa sta cambiando in Germania e Francia, le due principali economie continentali. Per Berlino il sentimento è calato di un punto, passando dal 74% del 2012 al 73% dell’anno corrente. Colpa forse dei continui salvataggi a cui sono costretti i contribuenti tedeschi o degli stratagemmi con cui la Banca centrale europea sta fornendo aiuto a Paesi che non si stanno impegnando come dovrebbero sul fronte del consolidamento fiscale? Forse entrambi. Quello che invece colpisce è quanto è successo in Francia. Se nel 2012 il sentimento di appartenenza era del 65%, nel 2013 è calato di quattro punti, arrivando al 61 per cento.

Se è vero che i cittadini si sentono sempre più europei, è altrettanto vero che l’appeal per la moneta unica è ai minimi dal 2006. Su questo punto l’Eurobarometro non ammette repliche. I cittadini (europei, quindi non solo facenti parte dell’eurozona, ndr) si sono detti contro l’euro nel 42% dei casi, in netta salita rispetto al 31% fatto segnare nel 2007. E la percentuale di chi è a favore, nello stesso orizzonte temporale, è crollata dal 63% al 51 per cento. Considerando che la percentuale di incerti, fra il 2006 e oggi, ha oscillato fra il 6% e l’8%, il dato deve allarmare, ma fino a un certo punto. Eliminando i Paesi che non adottano l’euro, come Danimarca, Polonia, Regno Unito e via dicendo, emerge un’eurozona nettamente a favore della moneta unica. L’elemento più inquietante, tuttavia, è un altro. In Italia il supporto dell’euro è al 59%, contro un 30% di cittadini contrari. E il restante 11 per cento? Non sa dare una risposta. Nell’eurozona la percentuale di indecisi più elevata insieme ai portoghesi e gli spagnoli. Mancanza di informazione o scarsa propensione alla stessa? Forse entrambi. Quello che è certo è che nella tanto bistrattata Grecia i cittadini a favore dell’euro sono il 60% e solo il 4% è indeciso. Una percentuale su cui riflettere.  

fabrizio.goria@linkiesta.it

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