Roberto Bolaño Ávalos (Santiago del Cile, 28 aprile 1953 – Barcellona, 14 luglio 2003) L’autore di 2666 e I detective selvaggi si racconta in questa collezione di interviste realizzate in un arco di cinque anni, che si conclude con la famosa «Ultima conversazione», pubblicata per la prima volta pochi giorni dopo la scomparsa dello scrittore. L’infanzia in Cile, l’adolescenza in Messico, l’Europa da uomo maturo; la presa di coscienza civile e politica, i primi tentativi di scrittura; le letture, le influenze e le amicizie; le cose che adora e le cose che gli danno fastidio: queste conversazioni ci permettono di addentrarci in una delle menti migliori del Novecento, un’intelligenza pirotecnica che continua a emanare scintille e ad abbagliare i lettori di tutto il mondo. (dal sito di minimumfax)
La letteratura non è fatta solo di parole – Intervista di Héctor Soto e Matías Bravo
(Da Capital, Santiago, dicembre 1999 – traduzione di Ilide Carmignani)
Che rapporti hai con gli scrittori del boom latinoamericano?
Buoni. Ottimi. Come lettore, naturalmente. Il boom, comunque, è un concetto vago. Dipende dall’ampiezza che gli si concede. Sabato ci rientra oppure no? E Onetti? La maggior parte della gente dice di no. Lascia fuori anche Rulfo, che per me è uno dei capisaldi del boom.
Forse le figure emblematiche del movimento sono state fin troppo venerate, con palese ingiustizia nei confronti di altre meno appariscenti, come Monterroso, come Onetti, che adesso vengono sempre più rivalutate. Magari loro hanno resistito meglio al passare del tempo.
Non credo. La letteratura di un Vargas Llosa o di un García Márquez è grandissima.
Una cattedrale.
Di più. Non penso che risentirà del passare del tempo. L’opera di Vargas Llosa, per esempio, è immensa. Ha migliaia di entrate e migliaia di uscite. E anche quella di García Márquez. Il problema è che sono personaggi pubblici. Non si tratta di due figure meramente letterarie. Vargas Llosa è stato candidato alla presidenza del suo paese. García Márquez è un uomo di grande peso politico, molto influente in America Latina. Questo falsa un po’ le cose, ma non dovrebbe far perdere di vista il loro livello letterario. Sono superiori. Superiori a quelli che sono venuti dopo e di sicuro anche agli scrittori della mia generazione. Libri come Nessuno scrive al colonnello sono semplicemente perfetti.
Tu hai letto i romanzi del boom all’epoca in cui sono usciti, quindi la tua deve essere stata una lettura da poeta. Allora scrivevi solo poesia.
Sì, ma leggevo abbastanza narrativa, anche se la mia in effetti restava una lettura da poeta, e in un certo senso è un peccato. Se la mia lettura fosse stata da narratore, probabilmente avrei imparato di più. Forse ho delle lacune nel modo di guardare alle strutture interne di un romanzo. Queste cose le avrei imparate prima se avessi avuto un altro sguardo.
Si ha l’impressione che tu crei come dei frammenti che poi giustapponi in un romanzo, ma non è chiaro se hai già un’idea a priori di come sarà l’intera opera.
Ho sempre un’idea a priori. Ogni volta che inizio a scrivere un romanzo, ho già in mente una struttura ben elaborata.
Ben elaborata, certo, il che non impedisce a ogni tua frase, grazie al ritmo e alle inflessioni che le imprimi, di trovare una giustificazione in sé e non in funzione della trama che il romanzo deve sviluppare.
Credo che si tratti di un’altra cosa, e cioè del dovere elementare di ogni prosatore di fare pulizia, di avvicinar si alla lingua con occhi e orecchie ben aperti. Naturalmente vi sono molto grato per le parole di apprezzamento, ma questa specie di igiene verbale non ha grande rilevanza nelle mie opere. Sono molto esigente. Per esempio, anche nei Detective selvaggi ci sono frasi, interi paragrafi, che non mi piacciono, che mi sembrano pessimi.
I tuoi libri sono approcci diversi allo stesso mondo, un mondo di scrittori, di gente abbastanza marginale, fra ossessiva e sconfitta. Sia i romanzi che i racconti girano intorno alle stesse situazioni e agli stessi personaggi.
E anche alle stesse trame.
Esatto. I tuoi personaggi vengono colti dall’idea di rivoluzionare l’arte e di cambiare il mondo, che poi è il progetto della tua generazione.
Rivoluzionare l’arte e cambiare la vita erano gli obiettivi del progetto di Rimbaud. E reinventare l’amore. In definitiva, fare della vita un’opera d’arte.
Essendo parte del mondo che descrivi, il tuo sguardo è affettuoso anche quando si posa su te stesso.
Forse ho cercato di perdonarmi.
Non sei un apologeta o un rapsodo di questo progetto, ma non ne sei nemmeno un critico o un becchino.
Sono un sopravvissuto. Provo un enorme affetto per quel progetto, nonostante tutti i suoi eccessi, le sue intemperanze e sregolatezze. È un progetto perdutamente romantico, di natura rivoluzionaria, che ha visto bruciare e scomparire tanti gruppi e intere generazioni di artisti. Ancora oggi, la nostra concezione dell’arte in Occidente deve molto a questa visione.
Non ci stupisce, perché se c’è un concetto che si è svalutato nella nostra epoca è quello di rivoluzione.
A dire il vero, per me l’idea di rivoluzione era già svalutata quando avevo vent’anni. A quell’età ero trotzkista e in Unione Sovietica vedevo una controrivoluzione. Non ho mai avuto la sensazione di camminare nella stessa direzione della Storia. Al contrario, mi sentivo abbastanza calpestato. Credo che questo si noti nei personaggi dei Detective selvaggi.
In qualche momento della tua vita ti immaginavamo animato da grandi ardori rivoluzionari.
Immaginavate bene. Ero contro tutto. Contro New York e Mosca, contro Londra e L’Avana, contro Parigi e Pechino. A volte, avevo addirittura paura della solitudine implicita in tanto radicalismo.
È per quello che ti senti un sopravvissuto?
No, mi sento un sopravvissuto nel senso più letterale del termine. Non sono morto. Dico così perché molti dei miei amici sono morti, o in lotte armate rivoluzionarie o per overdose o di Aids. Anche se poi ce ne sono altri che sono diventati personalità illustri della letteratura di lingua spagnola.
Agli scrittori si domanda sempre, e noi non faremo eccezione, qual è la loro principale fonte di ispirazione. Certi traggono più ispirazione dalla vita, altri dalla letteratura.
Io, da entrambe.
Nonostante questo, però, sei uno scrittore estremamente «letterario».
Be’, se mai dovessi scegliere fra le due cose, Dio non voglia, sceglierei la letteratura. Se mi offrono una grande biblioteca o un biglietto dell’Interrail per andare a Vladivostok, io, senza il minimo dubbio, prendo la grande biblioteca. Con la biblioteca, oltretutto, il viaggio durerebbe molto di più.
Come Borges, hai vissuto i tuoi libri.
In un modo o nell’altro, siamo tutti legati a un libro. Una biblioteca è come una metafora dell’essere umano o della parte migliore dell’essere umano, così come un campo di concentramento può essere una metafora della parte peggiore. La biblioteca è la generosità assoluta.
Eppure la letteratura non è il tempio dei buoni sentimenti. È anche un covo di odi e rancori.
È vero, ma è fuori discussione che ci sono anche buoni sentimenti. Mi pare sia stato Borges a dire che un bravo scrittore, di norma, è una brava persona. Deve essere stato lui, perché Borges ha detto praticamente tutto. I buoni scrittori che sono cattive persone sono un’eccezione. A me ne viene in mente solo uno.
Chi?
Louis-Ferdinand Céline, un grande scrittore e anche un figlio di puttana. Un essere abietto. È incredibile, i momenti peggiori della sua abiezione sono ammantati da un’aura di nobiltà, e questo si può attribuire solo al potere delle parole.
Dove sono i tuoi fratelli letterari: fra gli scrittori latinoamericani o fra quelli spagnoli?
Sostanzialmente fra quelli latinoamericani, ma a volte anche fra quelli spagnoli. Non condivido la divisione fra latinoamericani e spagnoli. Abitiamo tutti la stessa lingua. Io, almeno, sento di oltrepassare questa frontiera. E nella mia generazione c’è un nucleo di scrittori in cui si mescolano, irrimediabilmente, spagnoli e latinoamericani, come del resto si erano già mescolati nel modernismo, forse il movimento letterario di lingua spagnola più rivoluzionario di questo secolo. Credo che Javier Marías, con la sua forza, debba necessariamente influire sulla letteratura ispanoamericana, anzi che lo stia già facendo. È uno scrittore straordinario. Così come i giovani scrittori spagnoli dovrebbero essere influenzati da un Rodrigo Rey-Rosa o da un Juan Villoro, che sono due grandissimi autori. Sono molto lusingato da una fotografia che ci ritrae tutti assieme, quelli di là e quelli di qua dell’Atlantico: Rey-Rosa, Villoro, Marías, Vila-Matas, Belén Gopegui, Victoria de Stefano.
Inquieta pensare che abbiamo letto molte delle nostre divinità (James, Stendhal, Proust) in traduzione, in versioni di seconda mano. È letteratura quella? Se ci pensiamo bene, potremmo anche arrivare alla conclusione che le parole non hanno un equivalente.
Io credo di sì. Del resto, la letteratura non è fatta solo di parole. Borges dice che ci sono autori intraducibili. Mi pare che faccia l’esempio di Quevedo. Si può aggiungere García Lorca, e anche altri. Eppure un’opera come il Don Chisciotte potrebbe resistere anche al più terribile traduttore. Anzi, peggio, potrebbe resistere alla mutilazione, alla perdita di un gran numero di pagine e persino a una pioggia di merda. Malgrado tutto, mal tradotta, incompleta e rovinata, quella versione del Don Chisciotte avrebbe ancora molto da dire a un cinese o a un africano. E quella è letteratura, senza dubbio. Forse tante cose vanno perse per strada, è vero, ma può darsi che fosse il loro destino. Arriva quello che arriva.