L’Europa degli sprechi: la doppia sede del Parlamento

Bruxelles e Strasburgo

Centottanta milioni di euro all’anno gettati alle ortiche. Un miliardo a legislatura. Senza contare, per gli ambientalisti più accaniti, le 19mila tonnellate di anidride carbonica che finiscono nell’atmosfera. Benvenuti in Europa. Anzi, saluti da Bruxelles. Ma anche da Strasburgo.

In tempi di austerity e bilanci comunitari approvati al ribasso, il dibattito sulla doppia sede del Parlamento europeo – aperto da anni e lontano dal chiudersi – torna prepotente all’ordine del giorno. Perché la questione grava prima di tutto sulle tasche dei cittadini, costretti a contribuire agli spostamenti mensili dei 754 deputati, con stuolo di funzionari e assistenti personali al completo, alla volta di Strasburgo. Ogni mese, su quei 405 chilometri di distanza tra le due città, si spostano dalle 12 alle 15mila persone. Non proprio bruscolini. E tutto per una seduta plenaria di soli quattro giorni. Poi, armi e bagagli in mano, si torna tutti insieme a Bruxelles e il mega edificio che affaccia sul Reno, costato 600 milioni di euro, rimane vuoto per settimane. O meglio per 317 giorni l’anno.

«Una follia», dice a Linkiesta Edvard Kožušník, 42 anni, eurodeputato della Repubblica Ceca. Conosciuto come «il ciclista», per aver viaggiato in lungo e in largo su due ruote, Kožušník è uno dei promotori della campagna Single seat, il più noto dopo il suo popolare video Just one second, diventato virale, nel quale raccoglie un secondo di ogni giorno vissuto dal 30 gennaio 2012 al 30 gennaio 2013, per mostrate ai cittadini europei gli spostamenti che politici, funzionari e assistenti del Parlamento europeo sono costretti a compiere, portandosi dietro faldoni e incartamenti. Un terzo delle immagini raccolte parla infatti solo di viaggi.

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«Avere più di una sede del Parlamento europeo è qualcosa che non ci possiamo né ci dobbiamo permettere», spiega, sciorinando una serie di dati a breve e lungo termine nei quali «non sono incluse le altre spese, come il trasferimento dello staff di ogni deputato». Tant’è che l’europarlamentare, lo scorso febbraio, ha inviato una lettera al più alto rappresentante di ogni Stato membro dell’Ue per riportare in agenda la questione. «È curioso notare la differenza tra i Paesi: la Germania ha risposto dopo due giorni, mentre Danimarca e Romania non hanno ancora dato segni di vita». Perfino la Croazia, appena entrata in Ue, si è mostrata sensibile al problema.

La proposta non è certo cosa nuova e Kožušník non è solo nella sua crociata: «la richiesta di scegliere una sola sede non ha colori politici», precisa. Membri dei verdi o del partito socialista appoggiano l’operato del deputato del partito ceco Democratico civico, che ha aderito al gruppo dei conservatori e dei riformisti europei.

La polemica sugli sprechi per le sedi europee è infatti vecchia almeno di un decennio. Tempo fa la deputata Cecilia Malmström, attuale commissario agli Affari interni, era riuscita a raccogliere più di un milione di firme per sostenere Bruxelles come unica sede. Nel novembre 2011, il Parlamento aveva approvato un emendamento per l’abolizione di una delle sedi, ottenendo l’appoggio dell’88 per cento dei deputati. E il 75 per cento di questi aveva sostenuto che il Parlamento, in quanto organo legislativo, poteva decidere in autonomia in quale luogo svolgere le sedute plenarie.

Insomma, quasi tutti, e da anni, sono concordi a mettere fine a questo giro di giostra: David Cameron per primo. Ma le sentenze, alla fine della fiera, rimangono sempre lettera morta. «Ed è questo il paradosso, perché per eliminare una delle sedi bisogna modificare il Trattato di Lisbona e per fare questo serve una decisione unanime del Consiglio d’Europa. E chi ha più volte detto che porrebbe il veto? Me oui, la Francia», sorride Edvard Kožušník.
Il presidente François Hollande ha difeso la permanenza di Strasburgo per «ragioni storiche», come si legge nella lettera ufficiale di risposta ricevuta da Kožušník lo scorso marzo (vedi lettera).

I francesi non hanno alcuna intenzione di rinunciare a una sede simbolo della riconciliazione franco-tedesca, anche se molti hanno proposto di compensare la Francia con il trasferimento della Corte di giustizia, che si trova oggi a Lussemburgo: nel Granducato c’è infatti la terza e meno conosciuta sede dell’Europarlamento, che ospita la biblioteca e gli interpeti dell’Istituzione europea.

In realtà Parigi non è disposta a fare a meno del giro d’affari che portano gli europarlamentari: «È una questione puramente economica» ribatte il deputato ceco. Strasburgo ha 270mila abitanti, ma durante la settimana plenaria accoglie 15mila persone. E gli alberghi della cittadina alsaziana, guarda caso, proprio in quei giorni raddoppiano i loro prezzi, a volte fino al 150 per cento. I ristoratori poi si sfregano le mani. «Negli anni un simbolo storico, positivo per l’Europa, si è trasformato in un elemento negativo a causa di una cattiva gestione dei fondi pubblici. Ed è il contribuente che ne esce più colpito», insiste l’eurodeputato. Insomma Kožušník avverte che i cittadini continuano a sostenere «una spesa inutile».

In vista delle elezioni del 2014 e in una Europa alle prese con la crisi dell’occupazione e le politiche di austerità, la questione non sarà certo un tema principale sul tavolo di Bruxelles, ma potrebbe influenzare la partecipazione al voto. «Conoscendo sperperi come questi, e per di più in un clima di tagli e rigore, i cittadini europei potrebbero apprezzare molto meno il nostro operato», presagisce Kožušník che, in attesa di ricevere tutte le risposte dagli Stati membri, in autunno presenterà una mozione al presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy. «È ora di mettere seriamente il punto in agenda».  

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