Renzi-Pd, leaderismo non significa partito personale

I mali del Partito democratico

Ci faranno rimpiangere il Pci? Domenica scorsa una vignetta di Staino sull’Unità diceva che “nel Pci le correnti erano segrete, ma con programmi pubblici. Il contrario nel Pd: correnti pubbliche, ma programmi segreti”. E’ proprio così. Sappiamo tutto delle correnti del Pd, ma niente di che cosa pensano e vogliono. Sappiamo solo se sono pro Renzi o anti Renzi. Anche le argomentazioni portate in alcuni documenti sembrano essere destinate più che altro a definire la posizione rispetto al sindaco di Firenze. Il prossimo Congresso rischia così di essere una enorme occasione persa. Invece di affrontare i veri problemi che stanno di fronte al Pd, problemi di linea, di prospettiva, di identità, potremmo avere un grande riposizionamento, un rimescolio delle correnti intorno al discrimine costituito da Renzi. Il problema del Pd non sono le correnti né la durezza dello scontro interno. Nel Pci c’erano scontri sanguinosi, pettegolezzi distruttivi, rapporti velenosi. Ma le correnti, ufficialmente segrete ma non ignote agli addetti ai lavori e anche ai militanti meno ingenui, rispondevano a differenti idee della sinistra e del ruolo del partito. Dunque a differenti programmi. Su questa base si costituivano gli organismi e venivano selezionati i dirigenti. Certo, c’era nel Pci una tendenza al conformismo che non si può negare; e c’erano riti e liturgie che tendevano a occultare i conflitti e che oggi non sono certo ripetibili. Non è possibile rimpiangere il Pci. E tuttavia non si può non vedere che il confronto non fa sfigurare il vecchio partito ormai morto di fronte al nuovo che non riesce a nascere.

Prendiamo la questione del partito. Si parla tanto di collettivo, di comunità; si demonizza il leaderismo, sfruttando la (giusta) repulsione della sinistra per i partiti personali. Ma il leaderismo è tutt’altra cosa dal partito personale. Il leader è, nella politica dei nostri giorni, il volto del partito: esprime la sua identità nella forma concreta, vitale e non solo discorsiva, del carattere personale, che è qualcosa di cui la società contemporanea ha ormai assoluto bisogno, essendovi abituata per lo meno da quando esiste la televisione. Il leader quindi incarna non solo il programma politico, ma l’impegno e la credibilità del suo partito. Sarebbe folle pensare che per essere democratici si devono tagliare le ali al leader. Essere democratici dipende dalle regole che definiscono la formazione della decisione politica e la contendibilità della leadership: cioè la possibilità di sostituire il leader e il gruppo dirigente, in seguito a una trasparente dialettica politica. Ma il leader ci deve essere: un partito senza leader è inevitabilmente un partito debole. Smettiamola dunque con questa retorica del collettivo. Che peraltro è comica da parte degli eredi di un partito che ha avuto sempre leader carismatici, inamovibili, inattaccabili, come nessun altro partito della Prima Republica. Non era un leader Berlinguer? Per non parlare di Togliatti. Altro che collettivo!

La verità è che si parla contro il leaderismo per stoppare Matteo Renzi. Sarebbe molto meglio – per gli antirenziani, ma anche per il Pd – se venissero fuori dei possibili leader alternativi. Per questo però ci vogliono idee e programmi. Torniamo quindi al punto iniziale: il problema del Pd non sono le correnti, ma l’assenza di posizioni politiche chiare. Un congresso dovrebbe essere la sede di un confronto tra programmi di governo, tra modi di pensare la politica e la sinistra. Se il Pd non riuscirà a fare questo, il congresso sarà un ulteriore passo verso la sua autodistruzione.

Scelto per voi da Qualcosa di riformista

*Insegna Etica all’Università La Sapienza di Roma. Già deputata negli anni ’90 del Pds, fa parte della Direzione nazionale del Partito democratico.

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