Una sera ad ascoltare Sinéad O’Connor dal vivo

Di ritorno sulle scene

Poi arriva lei, Sinéad. E non contano più la depressione, il tentato suicidio, l’overdose di farmaci e le ferite di una vita vissuta in bilico tra genio e autodistruzione: quando la vedi salire sul palco, in punta di piedi, sai già che la risposta che cercavi non serviva, perché era la domanda ad essere sbagliata. Come sta Sinéad O’Connor? Non importa, davvero. La sua musica è tormento e sofferenza, dentro di lei gioia e dolore conviveranno fino alla fine.

Ce n’è tanto, di dolore, nei pezzi del suo ultimo disco “How about I be me (and you be you)?”, pubblicato nella primavera del 2012. C’è anche rabbia, la voglia di urlare fuori i problemi, come in Queen of Denmark, il brano con cui inizia il suo concerto a Castellazzo di Bollate, nella splendida cornice barocca di Villa Arconati. Ma ci sono anche innumerevoli sorrisi, quasi di bambina, a segnarle il viso, e la voglia di tornare ad essere protagonista sul palco, piuttosto che nelle pagine di cronaca dei quotidiani.

Quarantasei primavere, ma sembra più giovane oggi di qualche anno fa. I capelli sono scomparsi di nuovo, il vestito è quello d’ordinanza: da prete. Legittimo, visto che la O’Connor è stata ordinata nel 1999 da un movimento cattolico indipendente. «Voglio salvare Dio dalla religione», è la sua missione dichiarata. Intanto, comincia a salvare noi dalla scomparsa della musica vera, soffocata dalle drum machine e dai campionamenti. Sinéad è autentica quanto la sua voce, che porta con dignità e fierezza i segni – inevitabili – del tempo.

Davanti al pubblico italiano, la cantante viaggia a due velocità: rock e ballad, vecchio e nuovo. La scaletta spazia da Never Get Old a Jackie, tratte da The Lion and The Cobra (1987), a Take Off Your Shoes – meravigliosa – e Reason With Me, dall’ultimo album. Nothing Compares 2 You appare inaspettatamente a metà scaletta, mentre la chiusura prima dei bis è affidata a The Emperor’s New Clothes e The Last day of Our Acquaintance, acclamatissima. 33 è il pezzo che conclude il concerto: una preghiera globale, che la O’Connor esegue in solitaria, accompagnata soltanto dalla chitarra.

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A volte ci si chiede come possa, una voce così potente, fluire da un corpo così minuto. La magia di Sinéad O’Connor è anche questa: la convivenza tra fragilità e forza, tra durezza e poesia. “Volevo cambiare il mondo, ma non sono riuscita nemmeno a cambiarmi le mutande”, canta l’irlandese in Queen of Denmark, brano firmato da John Grant ma profondamente O’Connoriano – nella musica, e soprattutto nelle liriche, come quando si chiede “Chi mi salverà da me stessa?”. Già, sarebbe bello scoprire chi salverà Sinéad da se stessa. E se fosse la musica?

Twitter: @valeriobassan

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