Dopo la strage di Rabaa, l’esercito è al potere da solo

Obama: “Gli egiziani meritano di meglio”

IL CAIRO – La crisi egiziana si aggrava e le conseguenze politiche non tardano ad arrivare: immediatamente i liberali egiziani si sono sfilati dal governo ad interim e la comunità internazionale ha condannato lo sgombero di Rabaa. In particolare il vice-presidente ad interim Mohammed El-Baradei, in polemica con la decisione di sgomberare i sit-in islamisti, ha rassegnato le sue dimissioni. Insieme a lui hanno lasciato i vice premier Hossam Eissa e Ziad Bahaa El-Din. Baradei ha assicurato che «c’erano opzioni pacifiche per risolvere la crisi». Non solo, lo sheykh di Al Azhar, la principale autorità sunnita, Ahmed Tayeb, che aveva proposto una mediazione con tutte le forze politiche, ha assicurato di non essere stato informato dell’intervento della polizia all’alba di mercoledì.

Il Cairo – la fotogallery http://t.co/GbgjxZWJi6

— Linkiesta (@Linkiesta) August 15, 2013

Cosa resta del blocco che ha sostenuto il colpo di stato

Le dimissioni di Baradei rompono per la prima volta il compatto fronte militari-liberali-Al Azhar, nato in seguito alle manifestazioni del 30 giugno scorso. L’ex premio Nobel per la pace ha invece dimostrato una certa coerenza politica. Il liberale ha chiaramente rifiutato ogni proposta dei Fratelli musulmani, che lo volevano, come prestanome, per il primo governo islamista dopo la vittoria di Morsi. Da quel momento l’opposizione di Baradei alla Fratellanza è stata totale, fino ad arrivare a chiedere la sospensione della Costituzione approvata dagli islamisti. L’ex direttore dell’Agenzia atomica internazionale a quel punto ha promosso l’opposizione del Fronte di salvezza nazionale che ha unito i movimenti laici, liberali e nasseristi. E a sorpresa, dopo aver rifiutato proposte precedenti della giunta militare per guidare il governo, ha deciso lo scorso luglio di rinunciare alla carica di premier, dopo le critiche della Fratellanza, ma di accettare l’incarico di vice-presidente.

I liberali hanno resistito nelle istituzioni egiziane per poco più di un mese. La prolungataresistenza islamista aveva già messo a dura prova il fronte liberale, impegnato dopo la strage di islamisti del 26 luglio scorso (che ha provocato la morte di oltre 80 persone) nel tentativo estremo di mediazione promosso anche da Al-Azhar. E così, con l’iniziativa di sgombero, minacciata dall’esercito, Baradei, Eissa ed El-Din hanno immediatamente proposto di posporre la decisione per evitare un bagno di sangue. Ma le loro parole in difesa dei diritti umani e delle manifestazioni pacifiche non sono state ascoltate.L’uscita di scena di Baradei è forse l’errore di calcolo più evidente del generale Abdel Fattah Sisi, dal giorno in cui le istituzioni ad interim hanno preso il potere. Baradei invece è forse l’unico politico egiziano ad avere un’idea di democrazia, inclusiva di tutte le correnti politiche. Con le dimissioni dei liberali, cade l’unica difesa laica e pragmatica per chi ha creduto nel sostegno militare all’iniziativa popolare dello scorso 30 giugno. Ora a difendere un colpo di stato, sempre più palese, resta soltanto l’esercito, insieme a giudici, polizia e agli uomini del vecchio regime: uno scenario che riproduce gli schemi di potere dell’era Mubarak più che aprire la strada ad un nuovo Egitto.

LEGGI ANCHE:

Chi è Al-Sisi, l’uomo forte dell’esercito egiziano

L’esercito è il vero padre-padrone dell’Egitto

Egitto, un colpo di Stato a cinque volti

 https://www.youtube.com/embed/ggm5C93mCDE/?rel=0&enablejsapi=1&autoplay=0&hl=it-IT 

Nel video di Al Jazeera, un riassunto delle giornate a cavallo fra il 14 e il 15 agosto al Cairo (alcune immagini potrebbero impressionare)

Le reazioni internazionali e le critiche per lo stato di emergenza

Già il fallimento della mediazione internazionale, promossa da Unione Europea e Stati Uniti, aveva fatto temere in un’escalation della crisi. In realtà le manifestazioni del 30 giugno scorso, ad un anno dall’elezione dell’ex presidente Mohammed Morsi, e il colpo di mano che ha portato all’arresto della classe dirigente della Fratellanza hanno generato reazioni internazionali ambigue. Questo non ha certo facilitato una soluzione pacifica dello scontro. A sostenere apertamente il golpe sono state soprattutto le autorità russe, il regime di Bashar al-Assad in Siria e una parte dell’amministrazione degli Stati Uniti. A criticare l’intervento militare sono arrivate invece le parole del premier turco Recep Tayyep Erdogan, del ministero degli Esteri iraniano e dell’Unione africana, che ha espulso la rappresentanza egiziana nell’organizzazione. Anche ieri da Ankara sono arrivate le critiche più dure contro lo sgombero: «È un reato grave che la polizia spari su chi manifesta in modo pacifico a sostegno della democrazia. La responsabilità delle vittime è del governo ad interim che ha rovesciato l’amministrazione civile e democratica con un golpe militare».

Da parte sua, nell’intervento del 15 agosto, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha assicurato di non voler interferire nel percorso verso la democrazia in Egitto. Ha condannato la violenza contro i civili e ha cancellato le tradizionali esercitazioni militari congiunte, previste per il mese prossimo. Si tratta del primo segno critico verso l’establishment militare dopo la conferma degli aiuti degli Stati Uniti all’Egitto pari a 1,3 miliardi di dollari e del prossimo invio di caccia F-16. Anche il Segretario di stato, John Kerry, che pure aveva ammesso la «volontà popolare» dietro la presa di potere dei militari, ha stigmatizzato il ricorso alla violenza e ha criticato lo «stato d’emergenza», imposto dall’esercito.

Anche il ministro degli Esteri inglese, William Hague ha chiesto la fine delle violenze e la ripresa del dialogo. Ma, più in generale, contro l’escalation della violenza si è espressa l’Unione europea che ha definito le notizie dei morti durante gli sgomberi «estremamente preoccupanti». Dal canto loro, le autorità danesi hanno sospeso gli aiuti all’Egitto, mentre il ministro degli Esteri Emma Bonino si è espressa per il blocco delle sovvenzioni militari al Paese. Allarmanti sono state anche le reazioni del Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, che ha condannato fermamente il ricorso della violenza per liberare le piazze dai manifestanti islamisti. Per questo, Navi Pillay, Alto commissario dell’Onu per i diritti umani, ha chiesto l’apertura di un’inchiesta indipendente e imparziale sul comportamento delle forze armate durante lo sgombero di Rabaa al Adaweya.

E così, l’uso della violenza e la fine dell’accordo con i liberali mettono a nudo la natura del colpo di stato militare del 3 luglio scorso e aprono seri dubbi sulla futura gestione della crisi da parte di una leadership militare più giovane, che ha deciso, a differenza del generale, guida del Consiglio supremo delle Forze armate, Hussein Tantawi, di arrivare allo scontro con gli islamisti.

Twitter: @stradedellest

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter