Il nuovo ruolo delle banche centrali passa da Londra

Le nuove direzioni della finanza

Alla faccia della forward guidance. La Bank of England di Mark Carney ha preso alla lettera il significato di una delle più importanti armi in dotazione alle banche centrali mondiali, cioè le indicazioni prospettiche. E quindi via libera a un nuovo target: tasso di disoccupazione del 7%, che dovrebbe essere raggiunto nel terzo trimestre 2016. Fra tre anni. In parole povere, le politiche monetarie espansive dureranno fino a quella data. Certo, potrebbero esserci dei cambi in corsa, ma poco importa. Il mondo nuovo è qui.

Il nuovo paradigma dei banchieri centrali si chiama forward guidance. Ed è forse proprio questo il simbolo del cambiamento radicale che sta vivendo l’economia globale. Quella che doveva essere solo una crisi, originata solo in parte dal mercato immobiliare statunitense, si è rivelata per quello che era, cioè un totale ribilanciamento dell’universo economico mondiale. Devono mutare i fattori produttivi di molte nazioni. Devono essere ridotti numerosi rischi. Devono essere limati i gap di competitività all’interno dell’eurozona. Devono essere abbassati i vincoli fra Stati e banche, quelli che ancora oggi persistono sia negli Stati Uniti e nell’area euro. E soprattutto si devono fare i conti con il calo strutturale dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica).

La nuova direzione della politica monetaria globale è definita. L’espansione quantitativa continuerà. E non si sa quando terminerà. Questa è l’unica certezza. Perché sono ancora numerosi gli squilibri in un universo finanziario in cui gli incentivi hanno bruciato la mente di tanti e troppi operatori. Complici le perdite patite negli ultimi sei anni di crisi, banche e società finanziarie hanno dovuto correre ai ripari. Sia applicando un deleveraging sempre più spinto sia cercando nuove opportunità di profitto. In altre parole, hanno tratto giovamento dal nuovo regime globale di espansione quantitativa.

Mark Carney, ex numero uno della Bank of Canada e capo del Financial stability board (Fsb), è considerato uno dei migliori banchieri centrali del mondo. Proprio per questa ragione è stato chiamato a guidare la Old Lady di Threadneedle Street. E dato che l’economia britannica presenta ancora rischi al ribasso, ha deciso di agire. Lo ha fatto spiegando agli investitori, agli operatori finanziari e al mondo intero quali sono i nuovi obiettivi della Bank of England. Di fatto ha tracciato, in modo netto e senza precedenti, quello che sarà il futuro dei prossimi tre anni della BoE. Una manna dal cielo per gli operatori, che sapranno come orientare le proprie allocazioni di portafogli sui Gilt, i titoli di Stato britannici, e sulla sterlina. Una tecnica, quella di Carney, che potrebbe essere utilizzata anche da altre banche centrali. «In caso di prolungata incertezza economica, la Bank of England ha preferito definire chiaramente il suo ambito d’azione», ha scritto HSBC a commento della decisione odierna. Per la banca anglo-asiatica si tratta del primo segnale di una nuova via, ma in realtà non è la prima volta che si stabilisce un target così definito. Anzi, le indicazioni prospettiche possono essere ben più utili di un’azione sui tassi d’interesse.

«Non è chiaro come mai la forward guidance sia credibile dal punto teorico, ma lo è da quello empirico», ha detto lo scorso 23 giugno l’economista Raghuram Rajan, ieri nominato governatore della Reserve Bank of India. I rischi sono quelli noti. Da un lato abbiamo una banca centrale che pone un obiettivo e una via per perseguirlo. La maggior parte degli agenti si fida ciecamente, alcuni no, altri sono scettici ma decidono lo stesso di fidarsi con cautela. Cosa succede però nel caso di variabili improvvise e indipendenti, che possono essere una crisi bancaria, una crisi di governo, una crisi di liquidità, il mancato miglioramento della congiuntura? La banca centrale potrebbe optare per deviare da ciò che aveva detto, introdurre altre misure non convenzionali per contingentare la criticità o continuare con la via decisa, in attesa che il mercato faccia il suo corso. Nel primo caso, la reazione degli agenti finanziari potrebbe essere meno prevedibile di ciò che si può immaginare. La volatilità prenderebbe il sopravvento e la fiducia guadagnata potrebbe ridursi progressivamente, amplificando gli squilibri e prolungando l’emergenza. Nel secondo caso, ancora una volta, potrebbe entrare in circolo l’azzardo morale: male che vada, la banca centrale interviene per darmi un sostegno. Quanto di più sbagliato per un rinnovamento della finanza a livello globale che ha vissuto per troppo tempo su uno schema fatto di incentivi al rischio e azzardo morale. Infine, c’è la terza via, quella più difficile da perseguire. Due le ragioni. Se è vero che il mercato si può autoregolare, è altrettanto vero che data la ramificazione finanziaria odierna i costi potrebbero scaricarsi sui contribuenti, o su una significativa parte di essi. In questo caso, le pressioni politiche sulla banca centrale – questa è la seconda ragione – potrebbero essere talmente elevate da indurre a un cambio di tendenza della politica monetaria.

Per tali ragioni è giusto ritenere che le banche centrali siano entrate in un territorio del tutto inesplorato e che necessita della massima cautela. Carney ha avuto coraggio, ma i rischi di un fallimento sono elevati. «È forse la più grande scommessa della Bank of England degli ultimi trent’anni», ha commentato ICAP, il principale interdealer broker mondiale. Probabilmente è così, ma si poteva fare altrimenti? Il ridimensionamento dell’universo bancario è ancora in corso e richiederà diversi anni. Non è difficile immaginare che questa politica monetaria, per questo periodo così prolungato, possa essere funzionale a tale transizione. Certo, non sempre è così, come nel caso del Giappone.

Di fatto le quattro banche centrali mondiali più importanti hanno deciso di adottare la forward guidance. Chi in modo più aggressivo, chi meno.
La prima in ordine temporale è stata la Bank of Japan, che ha fornito chiare indicazioni agli investitori. Con l’avvio dell’Abenomics, ovvero la politica monetaria scelta dal premier Shinzō Abe per rivitalizzare l’economia nipponica, si è voluto modificare il target dell’inflazione portandolo al 2% e di fatto raddoppiando la base monetaria. Quest’ultima passerà infatti da da 135.000 miliardi di yen a 270.000 miliardi nel 2014, ovvero da 1.430 miliardi di dollari a 2.860 miliardi.
Poi, è arrivata la Federal Reserve americana. Il presidente della Fed, Ben Bernanke, ha dato indicazioni su quando si sarebbe usciti dalla terza versione del Quantitative easing, che prevede 85 miliardi di dollari di asset al mese. Sebbene una riduzione fosse nell’aria, Bernanke ha provocato un’incremento del nervosismo sui mercati, in quanto non è stato chiaro fino in fondo. Eppure, forse già a Jackson Hole, l’annuale simposio dei banchieri centrali, potrebbe arrivare qualche segnali in più.
Pochi giorni dopo è stato Mario Draghi, governatore della Banca centrale europea (Bce). Il 4 luglio scorso Draghi ha fatto sapere agli investitori che i tassi d’interesse dell’Eurotower rimarranno al livello attuale o inferiore per un periodo di tempo prolungato. Troppi, anche in questo caso, i rischi al ribasso per la congiuntura economica. E troppi i problemi di trasmissione della politica monetaria. Non è un caso che sia proprio questa una delle ragioni che ha spinto anche Carney a entrare nel circolo della forward guidance.

Resta intatto uno dei più grandi paradossi dell’economia globale di oggi. L’eccesso di liquidità che ha invaso i mercati finanziari e che ancora oggi fatica a entrare nelle casse delle imprese. In pratica, come ricorda anche un recente report di J.P. Morgan, è come se ci fosse uno strettissimo collo di bottiglia fra quella che è la condizione dei mercati globali e quella delle società. Più che la reazione degli investitori alla forward guidance, è forse questo ciò di cui bisogna aver timore.  

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