Orlando, l’eterno democristiano ora sceglie Renzi

Tutte le giravolte di Leoluca Orlando

Dalla Rete a Renzi. Sempre di “R” si tratta. «In una recente indagine il Times di Londra indicava quattro leader italiani come leader europei. Erano il presidente della Fiat, il governatore della Banca d’Italia, il proprietario della Fininvest e il sindaco di Palermo. Tra me e quei signori, a parte qualche decina di zeri sul conto corrente, c’era una differenza: ero l’unico politico della lista. Ora, a parte il complesso di noi meridionali, che siamo felici quando ci si accorge che siamo vivi, ragion per cui ero gongolante, ebbi paura. E mi domandai: come mai compaio in quella lista? E mi risposi che forse vengo percepito come un politico moderno…». Era il 1990, e Leoluca Orlando, alias “U sinnacollando”, si confidava con queste parole in un libro intervista con Carmine Fotia e Antonio Roccuzzo. Sono passati trent’anni da quelle parole, ma la storia non è cambiata affatto. Anzi.

Perché “Luca”, lo chiamano così gli amici del cerchio magico, è sempre sindaco di Palermo in virtù della rielezione dello scorso anno, quando strapazzò il candidato del Pd Fabrizio Ferrandelli. In fondo lui è un evergreen della politica italiano essendo – parole sue – «un politico moderno». Poi, adora dire, «il mio ciuffo è sempre uguale. Sono un giovane sindaco. Un picciriddu». Chiaro.

Non è cambiato di una virgola quel giovane studente dell’Istituto Gonzaga di Palermo, figlio di un noto civilista del capoluogo siciliano, che il provveditore agli Studi di Palermo premiò nel lontano 1965 come studente modello in virtù «della migliore maturità classica d’Italia». Il «migliore» è rimasto tale, e nell’isola fino a pochi mesi a trazione berlusconiana è l’unico che si possa permettere di fare il solista, e di cambiare casacca quando lo ritenga opportuno.

La sua storia politica iniziale parla democristiano in virtù della militanza iniziale nella sinistra Dc. Per la precisione, si definiva «un doroteo-mattarelliano». Venne eletto per la prima volta sindaco della città proprio fra le fila della Balena Bianca. «È democristiano fino al midollo. Figurarsi se esce dalla Dc», mormoravano nei palazzi palermitani. Al punto che i suoi detrattori pensavano che Orlando fosse la parte peggiore della Dc «perché con la sua faccia onesta, pulita, presentabile, consentirà altri quarant’anni di predominio democristiano». In realtà la sinistra si ricredette perché “U sinnacollando” fu «il primo sindaco Dc a fare una giunta con i comunisti». Tuttavia la liason fra “Luca” e i democristiani non poté durare più di tanto. Decise di uscire dalla Dc proprio quando ormai nessuna ci credeva più. Lo fece con rumore «sbattendo la porta e sciorinando i panni sporchi in piazza», diranno due giornalisti siciliani come Tano Gullo e Andrea Naselli (dal libro “Leoluca Orlando il paladino nella “Rete” edito da Newton Compton Editori). E ci sarà chi come Arnaldo Forlani ci scherzerà su: «Orlando ci abbandona? Ma non era già andato via?».

In fondo era inevitabile lo strappo dalla Dc. Perché lui, “Luca“, «ha studiato per diventare qualcuno». E in un partito di prime donne, come era la Democrazia Cristiana, non poteva assolutamente restare. Ergo il sindaco della “primavera palermitana” avrebbe dovuto osare per fare il salto di qualità e per occupare la scena politica nazionale. Come? Per sferrare il colpo del “ko” agli amici democristiani era necessario un colpo di genio. Fonda un partito, “La Rete”, all’interno del quale confluiscono ex parlamentari, ex sessantottini, ex comunisti, ex democristiani, personalità autorevoli della società civile come Alfredo Galasso, Nando Dalla Chiesa, Diego Novelli. «No alla mafia, no al tappo del comitato d’affari, no alla politica dell’appartenenza», sono questi alcuni degli slogan del nascituro partito a trazione orlandiana.

Ma l’esperienza de “La Rete” dura giusto il tempo di farsi rieleggere sindaco di Palermo, e di varcare con quel partitino l’ingresso dei palazzi del potere romano con 12 deputati e 7 senatori. Poi, voilà, aderisce ai democratici di Romano Prodi, e con la solita nonchalance mira a primeggiare nel nascituro partito di centro fondato fra gli altri da Francesco Rutelli, La Margherita. Ma in quel partito non c’è spazio per uno come “Luca” che nasce numero dieci e mal sopporta che la leadership non sia roba sua.

Ed eccolo innamorarsi del giustizialista-manettaro Antonio Di Pietro. Solito cliché: inizia in sordina, poi vuole provare a scalare il partito dell’ex pm di Milano. Viene designato portavoce nazionale dell’Idv, ma il ruolo gli sta stretto. Infatti in un’intervista rilasciata al settimanale Panorama arriva a dire: «Di Pietro è il capo dell’Italia dei Valori, ma io sono il leader». Ma in occasione delle elezione politiche del 2013 il partito di Di Pietro non supera lo sbarramento e resta fuori dal Parlamento. “Luca“ coglie l’attimo: «Bisogna virare verso altri lidi», riferisce in camera caritatis ai suoi al quartier generale di via Bernardo Mattarella. «L’Idv non è finito. È morto. Come tutti i partiti. Lo spiego bene nel mio prossimo libro, che esce a novembre…».

Nel frattempo è uscito dall’Italia dei Valori, e ha fondato un’associazione che si chiama “Coerenza e democrazia 139” (139 così come gli articoli della Costituzione). E, manco a dirlo, da settimane lavora sotto traccia «per riposizionarsi». Attraverso il palermitano super renziano Davide Faraone avrebbe provato a mettersi in contatto con il primo cittadino di Firenze. Al momento, secondo alcuni rumors spifferati da Palazzo delle Aquile, ci sarebbero state alcune conversazioni telefoniche con l’ex rottamatore. «Perché oggi Matteo – ha affermato venerdì 23 agosto Orlando su Repubblica –  è l’unico che può scardinare il Pd delle tessere e costruire un nuovo Partito democratico, anzi il vero Partito democratico che da sempre cerco di fondare». E «se Renzi vince e sbaraglia i burocrati – continua il professore –  lanciando un nuovo Pd, noi staremo al suo fianco». Scontato. Altrimenti  il professore Luca Orlando da Palermo, doroteo della prima ora “ma anche” anti-Dc, poi prodiano, ancora rutelliano, e negli ultimi anni dipietrista,  in un batter di ciglio potrà ugualmente riposizionarsi: «Io non sto con le mani in mano. Ho un’agenda fitta di appuntamenti: mi vedrò con Enrico Letta per motivi istituzionali, e chiederò un incontro anche a Guglielmo Epifani. E poi a settembre avrò un appuntamento pubblico con Graziano Del Rio e Ignazio Marino a Palermo». L’evergreen della politica sicul-italiana, disposto a tutto pur di «essere qualcuno», calcola tutte le sue mosse «con freddezza e razionalità».  Del resto il sindaco di Palermo era lo stesso che fino a qualche mese attaccava aspramente il primo cittadino di Firenze con queste parole: «Renzi da rottamatore è finito rottamato». Cosa non si fa per restare a galla…

Twitter: @GiuseppeFalci 

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